Skip to main content

Full text of "Il mio cadavere"

See other formats


.pr- 




ri 



* ; 






:?. v 






-* 



•n 



;';*?** 



ir 






- 




*#■ 




•V, 



/J-JWlP* ,^-: 










*£ 



3fr 



■**?. 



# 




'■>' 







FRANCESCO MASTRIANI 



IL MIO CADAVERE 




1 imor morus conuiroat me. — Salmi. 
I. — La famiglia dello stradiere. 
Se un viandante qualunque, trattovi per casualità o per vaghezza di solitarie 
meditazioni, in sull'imbrunire d'una bella sera di està dell'anno 1826 si fosse tro- 
vato a scendere pei greppi posti a ridosso del Real Albergo de' Poveri e di 
S. Maria degli Angeli alle Croci, si sarebbe certamente s jffermato^passando da costo 

F. MARTRTANT - IL MIO OADAVFRF - Hrnt 5 DlSP. 1 



FRANCESCO MASTRI ANI 



a un povero abituro, diruto in gran parte per le scosse del tremuoto detto di 
S. Anna, avvenuto a Napoli nella sera del 26 luglio 1805. La cagione che avrebbe in- 
dotto il supposto passeggiatore a fermarsi dappresso a quell'abituro era il sentirsi in 
una stanza del secondo ed ultimo piano, quello propriamente che dava le viste 
di essere il più danneggiato, voci di pianto che avrebbero straziato un macigno; 
quelle voci erano la più parte di donne e di fanciulli; ed, alle smozzicate parole, 
ai moncherini di frasi che si mischiavano ai singulti d'un pianto che parea di 
disperazione, si capiva che una cara persona di quella famiglia era morta o mo- 
ribonda. Ed infatti, un uomo era presso a spirare. 

Quest'uomo era il capo di quella famiglia. 

Inoltriamoci nell'interno del misero abituro. Spettacol sublime e commovente ! 
La religione, che sorregge gli ultimi istanti della vita d'un padre; che gli sta 
per dischiudere le porte del cielo; la religione che sola rimane accanto al capez- 
zale del moribondo, anello divino che congiunge il tempo alla eternità; la reli- 
gione che vive nd'e lagrime, volg3asi benanche ai superstiti per mitigare il loro dolore 
acei bissimo. 

Un sacerdote stava dappresso all'infermo vegliardo, ed in pari tempo che iva 
ravviando al cielo i pensieri dell'uomo giunto all'estremo della sua carriera, egli 
era prodigo di affettuose parole e di cure amorevolissime verso i di costui figliuo- 
letti, disacerbando e acquietando l'esagerata escandescenza di un dolore che non 
conosce limite ne freno. 

Era questo ministro di Dio giovane ancora, perocché parea che sol di fresco 
avesse varcato i trent'anni. Nelle sue sembianze, cosparse di pallidezza, leggeasi 
un'anima di angiolo, e massime negli occhi che erano pregni di una pietà incom- 
mensurabile. Per due notti e tre lunghissimi giorni di estate quel venerando ec- 
clesiastico non si era dipartito da quella casa, in cui parea che tolta si fosse la 
nobile missione di surrogare appo quella famigliuola le paterne cure, di cui i 
miaerelli figli eran privi, e per mancanza di madre e per l'infermità del genitore. 
Egli somministrava i medicamenti all'ammalato, e li facea comprare col proprio 
danaro; riconfortava quello a sperare nel cielo, ad aver fiducia nell'arte salutare; 
e quando l'infermo, per trista convinzione, dimenando il capo rigettava ogni argo- 
mento di speranza, Padre Ambrogio, (così nomavssi il re erendo) gli tenea di- 
verso linguaggio: pari avagli delle miserie dell'umana vita, del nobil fine dell'uomo 
creato a più alti ed immortali destini, il riconsolava mettendogli dinanzi agli occhi 
la tenerissima e sacra memoria che di lui avrebbero serbato i suoi figliuoli, Tono- 
rato nome che ei lasciava loro, il Compianto generale e le preci che lo avrebbero 
accompagnato allo eterno riposo, e da ultimo quel santo uomo il rassicurava sul- 
l'avvenire dei fanciulli, promettendogli di non abbandonarli giammai e di aver 
per essi le sollecitudini amorose e le cure di un padre. 

Ne a quest'officio, pietoso ma triste, limitavasi Padre Ambrogio: sibbene, nei 
momenti il cui il moribondo avea meno bisogno dell'opera sua e della sua assi- 
stenza, quel sacerdote era tutto d'attorno a' fanciulli. E quel generoso att : ngeva 
nei tesori della sua pietà argomenti di conforto pei più grandetti che compren- 
deano l'amarissima perdita che tra poco avrebbero fatta, e di distrazione al più 
piccolo, il quale sovente piangeva in veggendo piangere, ma nulla comprendea 
della ragione di quel pianto, e vagamente l'attribuiva alla malattia del babbo. 
Padre Ambrogio era una di quelle creature, perle della umanità, le quali 
sembrano aver ricevuto dal cielo l'esclusivo incarico di rappresentare la Carità in 
sulla terra, non già quella carità monca e superba che si tien contenta e soddi- 



IL MIO CADAVERE 



sfatta nel gittare dall'alto l'obolo della limosina, ma che consola, ravviva, si piega, 
si umilia; quella carità che } one ad atto la vera e sola eguaglianza cristiana tra 
gli uomini, quella che proviene da vicendevole amore. Padre Ambrogio compren- 
deva tutta l'altezza del suo divino ministero; abnegazione intera, delicata, ragio- 
nata a prò dell'umanità sofferente. Additando il cielo, porto supremo di salute, ei 
leniva i mali della terra; parlava agli umili e ai poveri della loro grandezza in- 
nanzi agli occhi dell'Eterno; ai superbi mostrava il nulla del fasto umano, la va- 
nità dei beni mondani: i dissoluti poneva al cospetto della vergogna dei loro vizii ; 
aveva in copia grandissima argomenti e parole per ogni miseria, per ogni debo- 
lezza; amava gli uomir-i quando più eran ciechi di mente o gravati di mali o ca- 
duti all'imo dell'obbrobrio. 

Cinque figliuoli rimaneano deserti dei loro genitori, due donne e tre maschi. 

Lucia era la secondogenita. Benché non ancora arrivata al quarto lustro di 
sua età, questa fanciulla avea tutto il senno e la prudenza d'una donna; era ella 
in qualche modo la madre dei suoi fratelli : e il governo della famiglia veniva retto 
da colei che vi mettea una tale accuratezza, una tal pazienza e tanto amore, che 
spesso ella privava sé medesima di qualche cosa per non farne ditettare i fratel- 
lini. Una sensibilità eccessiva formava il complesso del suo carattere, come la pietà 
era tutta l'anima sua, la vita sua. Lucia non potea vivere senza consacrarsi a ben 
fare, senza innumerevoli sacrificii giornalieri, senza dar corso a quel. fiume di a- 
morevolezza che le traboccava dal cuore. Iddio l'avea creata per a mare e soffrire 
e i suoi giorni non furono infatti che il continuo esercizio di questo duplice de- 
stino della donna. Lucia non era bella di volto, se si guardi alla regolarità delle 
fattezze, ma gli occhi suoi erano la più sublime espressione dell'anima umana. Non 
si potea guardarli senza sentirsi piovere sul cuore torrenti di dolcezza; eran belli 
oltre ogni credere, e diffondeano su tutta la sua persona l'incantesimo che da 
essi ne derivava. 

Abbiam detto che Lucia era la secondogenita; chi'dunque era il primogenito? 

Il primo figliuolo di Giacomo era un idiota, il cui vero nome era Giovanni, 
ma che veniva comunemente addimandato per ischerzo Uccello, imperocché il ta- 
pino nel camminare, non potendo ben sorreggersi su i piedi, equilibravasi stendendo 
in certo modo le braccia e appuntando i gomiti, a guisa delle ali di uccello. Una 
lunga e tormentosa malattia da lui sofferta nella fanciullezza, per cui scampò di 
morte quasi per prodigio, gli avea affranto per forma il sistema nervoso e mu- 
scolare, che, oltre all'avergli storte le dita dei due piedi e della mano sinistra, ed 
isviata la pupilla dal suo centro regolare, gli avea tolto interamente l'uso delle 
facoltà intellettuali. Uccello (d'ora in appresso così il chiameremo), essendo eziandio 
balbo e scili nguatello, malamente articolava i suoni e le parole; ed era curioso il 
sentirlo a parlare quando si adirava contro qualcuno, che in questo caso più che 
pel consueto lo scilinguagnolo gl'imbrogliava o arroncigliava siffattamente le pa- 
role con la bava che gli veniva in copia alla bocca che era un vero fuoco d'artifìcio. 

Il mal caduco, che frequentemente colpiva l'infelice, si aggiugnea per rendere 
estremamente misera questa creatura. 

Per compire il ritratto d'Uccello dobb am notare, che, quantunque in età di 
ventitré a ventiquattro anni, era bassa la sua statura e privo di lanugine il 
suo volto, sì che parea non esser giunto per anco all' adolescenza. Ad ogni mi- 
nima opposizione alla sua volontà infantile, per qualsivoglia tenue contraggenio, 
ei piangeva dirottamente sicccme fanno i bimbi; e tosto allietava il volto e man- 
cava un suono come di riso quando gli si dava il trastullo o il cibo che chiedeva. 



FRANCESCO MASTRIANI 



Mirabil disposizione della- Provvidenza! Uccello in questi momenti che otteneva 
quello che bramava era felioe, compiutamente felice, come l'ambizioso che aggiugne 
e tiene l'intento suo, come l'avaro da costa al cassettino dei suoi tesori, come 
l'amante nelle braccia della sua amata. 

Uccello aveva nel suo idiotismo una singolare simpatia per Lucia più che per 
l'altra sorella e per gli altri fratelli. Oh, ome era felice il povero idiota allora che 
gli riusciva di rubare un bacio alla sorella prediletta! Oh, come ne gioiva ! 
Come ribaltava quel morto cuore quando se la stringea sul petto! Ben è vero, che 
rare volte si arrischiava a far questo, per l'invincibile timidezza che gl'ispirava 
il contegno serio di Lucia; ma, se talvolta la vedea meno pensierosa del solito, 
se la sorprendeva a sorridere per le goffaggini che egli balbettava, oh.... allora ron 
sapeva resistere e le si gittava al collo come un cagnolino. Quando ciò faceva 
l'idiota, Lucia cominciava dall'andare in collera, indi rabbonavasi, e finiva non 
poche volte con imprimere un bacio sulla fronte stretta e compressa del miserello, 
il quale non rifiniva in questo caso di saltare per la gioia e di dire tante cose e 
sì in fretta che la sorella niente ne capiva. 

Gli altri tre figliuoli di Giacomo lo stradiere erano: una giovanetta di circa 
quindici anni a nome Manetta, e due fanciulli chiamati Giuseppe e Andrea. 

Manetta, fanciulla vispa e leggiera, più bella di Lucia, avea occhi cilestri e 
capelli biondi. La più strana e notevole differenza era tra queste due sorelle. Co- 
mechè entrambe compassionevoli, buone, e dotate a dovizia di cuore eccellente, la 
Marietta affogava i generosi e nobili istinti del suo cuore sotto una pazza e stra- 
vagante allegria, che trasmodava insino all'insolenza. Ella non era già dissimile 
dagli altri suoi fratellini nel ruzzar fragoroso, nello starnazzare su e giù per la 
casa, nel tormentare la vecchia fantesca, tipo di pazienza verso quelle care crea- 
ture. La Marietta non si facea scrupolo di dar la baia agli amici di suo padre, 
ed in ispecialità ai più pezzenti ; sovente con una mano porgeva al mendico l'o 
bolo o il pane della carità, coll'altra gli tirava di dietro gli stracci di abiti, sga- 
nasciandosi dalle risa assieme ai suoi piccoli complici. Ammiravasi da tutti come 
facilmente questa giovanetti, che si abbandonava a tutta la naturale gaiezza del 
suo temperamento, ponesse subito freno alle sue fanciullaggini allora che queste di- 
spiacessero alla sorella ; e come in copiose lagrime tosto rompesse, se dal padre o 
da Luca le venisse qualche volta severa ammonizione o rimproccio. 

Eravi tra le due sorelle quella differenza che passa tra la pietà dolcissima, triste, 
dilicata, e la bontà spensierata, pazzoguola, indiscreta. 

Veggendo unite la Lucia, pallida, dagli occhi e dai capelli neri, con quel corpo 
alto, leggermente curvato, quasi debil canna che si chini a sorreggere l'alga debolis- 
sima, e la Marietta, vivace, spirante salute e allegrezza, di bassa e completa sta- 
tura; avresti detto esser quelle due fanciulle le immagini perfette dell'aurora 
bionda e ridente, ripiena di speranze e di vita, e della sera, bella del pari, ma 
scolorata e malinconica per ricordanze e rammarichi. 

Un altro sentimento contribuiva a far più spiccare la differenza fisica e 
morale delle due sorelle: l'amore; che è tutta la vita d'una donna, tutto il suo 
avvenire, tormento dolcissimo delle anime nobili e gentili, mondo interminabile di 
commozioni violente, in cui regna un solo essere, l'oggetto amato. 

Lucia amava. Verremo più tardi ampiamente parlando di un tale amore, onde 
Iddio voleva provare tutta la sublime rassegnazione di quell'anima. 

La sera gittava già he sue ombre in quella casa dove la morte si apprestava 
a cancellar dal libro della vita il nome di Giacomo lo stradiere. 



IL MIO CADAVERE 



Oh! quanto ci duole di dover presentare ai nostri lettori quest'uomo nei mo- 
menti estremi di una vita povera, ma onesta e intemerata, modello di saggezza, 
di carità, di evangelica morale, modello che sebbene si vada rendendo sempre più 
raro tra le classi bisognose della società, non manca di rialzare a quando a quando la di- 
li giuramento solenne. 




(n. 2) Daniele, giurate voi nel nome dell'Eterno Dio e su questo segno dell'umana 
Redenzione (pag. 14) 



gnità dell'uomo anche sotto la più dura fatica e nello stato più dimesso ed umile. 

Da lunghi anni Giacomo Fritzheiro, svizzero di origine, esercitava l'officio di 
stradiere nelle Regie Dogane di Napoli. 

Uomo robusto e laborioso, di non comune intelligenza: e istruzione, e d'una 
probità a tutta pruova, egli era amato da' suoi superiori, rispettato da' suoi com- 
pagni, idolatrato dalla famiglia. La moglie, morta per effetto di parto prematuro, 



42 — F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cent. 5 



Dicp. 2 



FRANCESCO MASTRI ANI 



era così buona e compassionevole, che il più bel giorno della sua vita fu quello 
in cui il marito, reduce da un piccolo viaggio fatto nell'interno del reame, le re- 
cava a casa un fanciullino di quattro in cinque anni, raccolto di notte nel mezzo 
di un bosco, morto di freddo e singhiozzante per pianto convu'sivo. 

Fin dal giorno in cui Giacomo perde l'amata compagna, ch'era tanti- parte 
di sua vita, si era abbandonato a quella invincibile tristezza che opprime i cuori 
virtuosi e appassionati Quando morte gli strazia ne' loro affetti più cari. 

Giacomo parea non portare il peso della vita che per sostenere gl'innocenti 
fig'iuoli, tenerelli ancora e bisognosi di ogni aiuto: parea come se di repente altri 
venti anni gli si fossero accresciuti in sulle spalle, che al presente eran curvate 
come ad un vecchio ottuagenario; i suoi capelli, che innanzi alla morte dalla moglie 
conservavano ancora il colore della giovinezza, imbiancarono tosto, e parte caddero 
precedendo nella terra quella testa veneranda, che verso di essa chinavasi ogni 
giorno vieppiù. Quelle labbra su cui a calma della coscienza richiamava sì spesso 
il riso della gioia, or si negavano ad ogni sorrido ; e, soltanto nei momenti in cui 
ved*»a raccolti intorno a se gli amati figliuoli, l'anima gli si schiudeva ad una 
dolce mestizia, la quale bentosto volgeasi in tristezza per lo scorgere ch'ei facea 
sulla impensierita fronte della diletta figliuola Lucia la malinconia di una vergine 
e serafica passione. 

Da qualche tempo Giacomo, quasi presago della sua prossima fine, si stac- 
cava a malincuore dal seno della propria famiglia, per la quale il suo amore sem- 
brava centuplicato; i suoi occhi che già tante lagrime aveano sparse pel figlio 
Giovanni e poscia per la perdita della consorte, ora si umettavan di continuo, e, 
rimirando con tenerezza estrema i suoi figli, spesso il buon padre piangeva di 
soppiatto, e part colarmente per la Lucia ed Uccello come i più miseri, la prima 
per la troppa squisita tempra della sua fibra, il secondo per la imperfezione delle 
sue morali e fisiche facoltà. Lucia era infelice perchè troppo sensiiva; Uccello 
perchè privo di quel senso divino che rende l'uomo superiore al bruto. 

Già da alquanti mesi, prima di esser ridotto alle porte del sepolcro, Giacomo 
si lagnava di una fiacchezza eccessiva per tutte le membra per la quale gli rie- 
scila faticoso qualunque movimento ei si facesse; ed ora, nascesse da ignoto e 
ascoso male che ivsgli già serpeggiando per sangue, o fosse effetto di quella 
specie di abbandono di o#ni cosa terrena che prende gli uomini vicini alloro ter- 
mine, il dabbenuomo facea sforzi inauditi per recarsi al suo posto di stradiere, 
perchè zelantissimo del proprio dovere. Ma un mattino il buon Giacomo non potè 
levarsi di letto: ima strana enfiagione gli si era manifestata negli arti inferiori; 
il giorno appresso, questa enfiagione spaiì, ma sul volto dell'infermo apparvero 
certe macchie di rosso vivido, il respiro era difficile e affannoso. 

La gotta, che era stata per lo passato la consueta malattia di Giacomo, gli 
era questa voli? piombata nel petto. 

Dopo alcuni giorni d'infruttuosi rimedi, lo stato del povero infermo fu di- 
chiarato inguaribile. 

Nel momento da cui diam principio a questa triste narrazione, il medico non 
avea n'alo che poche altre ore di vita al misero Giacomo, il quale già si era cogu 
aiuti della religione fortificato al solenne passaggio.. 

Nella camera dov'è il letto dell'infermo è raccolta tutta la costui famiglia. 
Non ostante le parole e i conforti di Padre Ambrogio, il comune dolore disfoga- 
vasi in un lagrimar comune. Tutti quei cari figliuoli non voleano staccarsi un sol 
momento dal letto paterno. 



IL MIO CADAVERE 



Una candela di sego messa sovra un vecchio cassettone illuminava la camera, 
la quale sarebbe rimasta al buio, a dispetto di un lumicino acceso in un bicchiere 
dinanzi ad un quadro della Midonna del Caraiiae, e eh?, per essersi quasi tutto 
l'olio consumato, andava bruciando la rotellina di carta, schizzando e friggendo 
sull'acqua che si era scoperta sotto l'olio strutto. Lucia, col volto bianchissimo come 
panno lavato, coi lunghi capelli rabbuffati su per la fronte e le spalle, non si era 
da due giorni ristorata ne di cibo né di sonno. Distesa a metà del corpo sul le!to 
del padre, ella non muoveva i suoi occhi ardeat" di lacrime dagli occhi lei geni- 
tore, il quale, non potendo più reggersi ne dall'uno ne dall'altro de' fianchi, era 
in qualche modo costretto a guardar sempre lei. Nondimeno ei grava talvolta in- 
quieto le pupille, quasi avesse richiesto di qualcuno assente, e poscia ritornava a 
fissare uno sguardo ineffabile sulla figliuola ctrissima; e quello sguardo era di un 
amore, d'un'ansieta che l'umano linguaggio non potrebbe tradurre nèfarconprendere. 

Manetta, quella faaciulla sì leggera, sì spensierata, piangeva a dirotte lagrime. 
Ella teneva abbracciati i suoi due fratelli, i quali piangevano one lei, e le «>• 
mandavano perchè da qualche ora il babbo più non parlava e più non si lagnavi... 
Manetta, invece di rispondere, singhiozzando baciava e ribaciava Andrea il più 
piccolo dei fratelli. 

Padre Ambrogio più non impediva lo sfogo di quel giusto dolore, ma facea 
comprendere alla Manetta che il suo pianto e quello dei fanciulli avrebbe trafitto 
il cuore del povero vecchio e distolto i suoi pensieri dall'eternità. 

A tal ragione la Marietta non si acchetava; ma muoveaco' fratelli nella stanzi 
contigua; dove più libero dava il corso alle lagrime. 

Presso l'uscio della camera, dov'era l'infermo, si fermava di tempo in tempo 
Uccello, chiedeva con volto stup'do e sorridente se il padre fosse morto, e quindi 
tornava ai suoi balocchi nella cucina, vale a dire tornava a ruzzare con due gatti 
che formavano tutto il suo divertimento, e che egli amava sopra ogni cosa al mondo. 

Erano le dieci della sera, cioè due ore di notte all'italiana. 

Padre Ambrogio, seduto appo il capezzale del moribondo, recitava ad alta 
voce le orazioni che acconapignano la dipartita delle anime cristiane, quando l'in- 
fermo, fatto uno sforzo violento, alzò il capo e con distinta voce disse due volte : 

— Daniele... Daniele... 

Era questo il nome del suo figlioccio, del trovatello da lui allevato, ed ora 
giovine di circa ventidue anni. Ah ! da due giorni il misero vecchio non aveva 
fatto altro che dimandare di Daniele; il quale erasi mandato a cercare neda sua 
abitazione; gli si era fatto dire che il padre Giacomo era gravemente infermo e 
vicino forse a trapassare. Daniele aveva risposto che sarebbesi affrettato a vederlo, 
a dipendere dai desiderii di lui ; ma intanto non appariva. 

Padre Ambrogio osservò sul volto dell'infermo, quando costui ebbe proferito 
due volte il nome di Daniele un' angosciosa ansietà, mista ad un dolore profondis- 
simo. Tutto comprese l'ecclesiastico, che conosceva la storia di questa famiglia, ed 
esclamò fra sé medesimo: 

— Oh l 'ingrato ! l' ingrato ! Iddio abbia pietà di lui 1 
Voltosi poi verso l'infermo, gli disse: 

— State di animo sereno, Giacomo; Daniele non tarderà a venire; il pove- 
retto non ha saputo che quest'oggi che il vostro male si è aggravato Egli 

verrà .... siatene certo, egli verrà. 

Dette queste parole, Padre Ambrogio gittò uno sguardo furtivo su Lucia, e il 
suo cuore fu straziato. 



FRANCESCO MA STRI ANI 



Questa misera fanciulla aveva nascosto il capo nel piumaccio ch'era su i piedi 
del padre e singhiozzava con un pianto convulsivo. 

Non ci era prù luogo a dubitare: Daniele più non l'amava! 

Non erano scorsi pochi minuti da che Giacomo aveva parlato, ed un personag- 
gio si presentò sulla soglia di quella camera. 

Egli era Daniele. 



II. 

Il giuramento. 

Singoiar contrasto offrivano le vestimenta e l'aspetto del nuovo arrivato con 
lo stato quasi indigente di quella casa. 

Era Daniele un giovine di statura altetta, di volto piuttosto bruno, di folti ca- 
p Ili bene allustrati e tagliati a leggiadra zazzerìna; gli occhi parimenti scuri e 
melanconici acquistavano un'espressione di cupa intelligenza per l'inarcare ch'ei fa- 
cea sovente le nere sopracciglia; non avea ne baffi ne barba. 

Il suo vestito era de' più ricercati e di gusto per que' tempi. Un soprabito 
alla prussiana e da cavalcare color verde salice; calzoni a righe stretti alla gamba , 
stivali con gli sproni, cappello bigio. 

Daniele avea lasciato alla porta di quel modesto abituro il suo cavallo morello, 
sul quale era venuto. Diremo nel prosieguo di questa storia perchè in età sì gio- 
vanile e in pochi anni di esercizio della professione di maestro di musica, Daniele 
fosse già padrone di una modica agiatezza. 

Non si creda che Daniele avesse preferito di venire a cavallo per affrettare 
il suo arrivo alla casa dello stradiere; però ch'egli non si era dato la minima pre- 
mura di accorrere presso il suo benefattore moribondo e presso la fanciulla che 
ardentemente lo amava. Per due giorni il giovine non avea pensato neppur per 
sogno alla infermità di Giacomo, all'amor di Lucia, alle iterate richieste che di 
lui avea fatte colui che per oltre a quindici anni lo avea nutrito col proprio pane 
e lo aveva amato come un altro suo figlio. Daniele non ci avea pensato nemmanco 
per un momento: dappoiché un pensiero fitto co aie un chiodo gli si era messo nel 
capo, e gli dava cruccio, smania indicibile, induramento di cuore, indifferenza 
su gli altrui mali. 

Nel giorno da cui abbiam cominciata questa storia, Daniele, verso le 23 ore 
italiane, fornito il giro delle sue lezioni di musica, per disviare alquanto la tri- 
stezza che l'opprimeva, era andato a passeggiare a cavallo verso il campo di 
Marte. Al ritorno, in passando d'accosto al Real Albergo dei Poveri, gli venne ri- 
cordato di Giacomo lo stradiere, che dimorava alle spalle di questo Stabilimento 
di carità, dov'egii forse sarebbe stato gittato qual trovatello, se quel generoso non 
gli avesse dato ricetto, sostentamento, educazione nella propria casa tra gli altri 
suoi figli, amandolo al pari di questi. Allora soltanto ricordò che parecchie volte 
il suo morente benefattore lo avea mandato a chiamare. 

" Andiamo, diss'egli seco medesimo dando al suo cavallo la direzione della 
casa di Fritzheim, se egli ò vero quel che mi si è detto, il buon uomo non ha 
molti domani a vedere. Incominciavo un poco a seccarmi de' suoi continui rim- 
proveri. E' vero che di molto io gli son debitore, ma alla fin fine qualche cosa 



IL MIO CADAVERE 



ho fatto anch'io per lui da qualche anno a questa parte ; non gli ho mandato de- 
naro? Non ho fatto di bei regali a Lucia? Ma or che ci penso; par che costei 
abbia preso in sul serio le nostre fanciullaggini amorose. Che diascine! Non ci 
vuole che una testolina cerne la sua per creder vero a vent'anni quello che 
si è detto a quindici. Follie! Or più che mai questa chimerica unione sarebbe 
impossibile. Quand'anco io non avessi qui in questo cuore scolpita quella cara im- 
magine di Emma, che mi divora a fuoco lento, io non acconsentirei giammai ad 
essere lo sposo di Lucia. Che direbbe la società di me? Che direbbero i miei 
amici? Sposare la figlia di uno stradiere! Ed io mi esporrei con tal matrimonio 
a render nota a tutti la mia storia, perocché, non ci cade alcun dubbio, al domani 
delle mie nozze si saprebbe nel paese che Daniele de' Rimini non è che il figlio 
della sventura o della colpa, raccolto per carità dal padre della sposa! Ignominia! 
Un tal segreto vorrei ehe rimanesse mistero per tutti. Se il padre Giacomo il por 
tasse tutto con sé nella tomba!... Oh se Emma penetrasse!,.. Dio, Dio, non mi e- 
sporre a tal rossore!... Ella così superba de' suoi natali, così ricca... ricca e nobile! 
Ecco.... ecco la felicità, il sogno ardente della mia vita! Ed io sposerei Lucia po- 
vera, oscura, ignobile, figlia d'un vile stradiere?! No, no.... Quando io non era an- 
cora conosciuto, quando io non era ancora slanciato nel mondo, avrei forse potuto 
sposarla, imperocché tutti avrebbero ignorato l'oscura mia origine, ma or»? Io ho 
fatto tanto per inalzarmi, ho gittato sudori e lagrime sul pianoforte, sono impalli- 
dito su i capilavori musicali, non solo per amore a quest'arte, cui spero per altro 
abbandonare non sì tosto avrò raggranellato un po' d'oro, ma bensì per farmi una 
strada ali* fortuna, per vedere di pormi ad un certo livello con quegli splendidi 
giovanotti miei amici, che non ristarebbero dal darmi la beffa per questo ridi- 
colo matrimonio ch'io fare: a contraggenio, e che distruggerebbe per sempre 
ogni speranza di possedere quel tesoro di grazie che m'innamora, e quella dote 
colla quale cesserei di essere una creatura mercenaria. Oh. .. che ignobil cosa è il la- 
vorare per vivere! Qual differenza tra Emma e Lucia! Ma che dico! Non sono io 
scemo di senno per istabilire un paragone tra queste due donne! Un paragone tra 
Emma e Lucia! E io stesse che paragonare l'eleganza alla goffaggine, la farfalla 
alla mosca, la ricchezza alla miseria. Che compiuta educazione! Che linguaggio 
elevato, che nobiltà di sentire! e che bellezza! Oh quelle forme del suo corpo! 
quei suoi capelli! quegli oerhi!! Oh, la mia testa, la mia povera testa. „ 

Ciò dicendo, Daniele, il cui carattere da questo breve soliloquio i nostri 
lettori potranno in parte conoscere, era giunto all'abituro di Giacomo, sotto il 
cui tetto egli avea per molti anni riposato. 

Nell'entrar che fece Daniele nella camera dell'infermo, Lucia si era incon- 
tanente alzata da su il letto del padre, avea fatto per correre incontro al gio- 
vine, ma a mezzo la camera sentì fiaccarsele le ginocchia, e quelle lagrime che 
fino all'arrivo di Daniele erano rimaste premute nel petto, quiv. costrette dall'a- 
cerbità d'un doppio spas'mo, rifluirono tutte in un momento alle ciglia della fan- 
ciulla per un ritorno di tenerezza, e Lucia pianse per qualche minuto con quel- 
l'impeto irrefrenabile, che suol succedere ad una sì lunga compressione. 

Oh quanto diceva quel pianto! 

Daniele era rimasto alcun poco sulla soglia di quella camera, freddo spetta- 
tore della scena di tristezza che gli si offriva; poscia, senza rivolge re una sola parola 
a Lucia, si era inoltrato verso il letto di Giacomo, chinando leggermente il capo 
dalla jarte ov'era seduto Padre Ambrogio. Maria, Giuseppe, Andrea lo avevano 
salutato con affettuosità, se gli eran messi d'intorno; un raggio di gioia brillò su 



10 FRANCESCO MASTRIANI 



quei volti infantili; la presenza di Daniele era per essi di buon augurio; eglino 
tutti aveano rifuso addosso a questo giovine quella espansione di affetto e di stima 
che l'idiotismo d'Uccello aveva in certo modo respinto e deviato. 

Nel venire Daniele, Uccello si era recato nelle braccia i suoi mici ed era 
corso a far festa al Contino. 

Era questo il nome che in famiglia si era dato al fanciullo Daniele, alludendo 
alle costui maniere riservate e schife non meno che al grandissimo livore dal 
quale, insino dalla più tenera età, questi era preso per l'invidia che gli eccitavano 
i fanciulli meglio vestiti o che passeggiassero in carrozza o che fossero possessori 
di più bei giocattoli. 

— Guarda, Lucia, disse Uccello alla sorella alzando con la punta delle diti 
le falde del soprabito di Daniele, guarda che bell'abito ha il Contino, bada che 
non se lo imbratti vicino a noi altri! 

Queste parole, che l'idiota avea dette in tutta l'ingenua volgarità della sua 
favella, fecero apparire tutt'i colori sul volto di Daniele, il quale con un mezzo 
sorriso rispose battendo lievemente colla frusta sul capo dell'idiota: 

— Non temere Uccello, noi non ci faremo bruttare da nessuno; e poi: non ci è 
paura, tu mi guardi le spalle. 

Così fatte celie scambiate tra Daniele e Uccello presso al letto del moribondo 
rattristarono profondamente padre Ambrogio e Lucia. 

Vi fu un momento di silenzio agghiacciato.... Giacomo avea gli occhi chiusi, 
e la voce di Daniele non ancora aveagli colpito l'orecchio. 

Padre Ambrogio si affrettò di far conoscere all'infermo l'arrivo del suo fi- 
glioccio tanto aspettato; onde, alzata alcun poco la voce, e fattosi più dappresso 
all'orecchio di lui, dissegli: 

— Signor Giacomo, il vostro Daniele è qui. 

Il volto cadaverico del vecchio si animò subitamente, dischiuse gli occhi 
ne'quali brillò un raggio di vivo gioia, e quelle pupille andarono in cerca di 
Daniele, e si affisarono su lui. Giacomo distese la destra verso il giovine, il 
quale, senza torsi i guanti, se l'accostò alle labbra e vi lasciò cadere un freddo 
bacio, sfiorando appena l'epidermide di quella mano, quasi timoroso che gli si 
fosse appiccato il male del vecchio, e schifo di baciare la mano di un povero 
ma onesto gabelliere. 

Erano molti anni dacché Daniele non baciava la mano del suo benefattore. 

Nello sguardo immobile del vecchio, in quella scintilla di fuoco che, attraverso 
le nebbie della morte, dardeggiava dagli occhi vitrei di Giacomo, fisi su Daniele, 
era un lacerante rimprovero, un dolore cocentissimo ma rassegnato, una speranza 
viva, ardente, una preghiera affettuosa, un comando. 

Padre Ambrogio leggeva in quello sguardo queste diverse passioni, questo 
linguaggio misto di tanti affetti, di tante commozioni, e procurò di richiamare i pen- 
sieri dell'infermo a quella pacatezza che debbon serbare gli uomini che stanno 
in procinto di elevarsi su tutti gli umani affetti e passioni. Daniele era distratto, 
preoccupato, stava così come se si fosse trovato in una casa straniera, indifferente. 

— Signor Giacomo, disse padre Ambrogio, vi avea pur detto che questo caro 
giovine si sarebbe affrettato di venire a baciarvi la mano e ad accorrere a' vostri 
desiderii; egli è qua, compatitelo, perchè oggi soltanto egli ha saputo essersi ag- 
gravato il vostro male. 

Il buon prete avea poggiata la voce sulle parole oggi soltanto per farle ben 
notare a Daniele, il quale gittò su lui uno sguardo furtivo e disse anch'egli. 



IL MIO CADAVERE li 



— Sì, signore, soltanto oggi m'è stato detto che voi eravate infermo. 
Daniele non avea detto papà Giacomo, siccome per lo addietro chiamava il 

suo benefattore. Questa parola signore avea messo il ghiaccio di morte nel vergine 
cuore di Lucia. 

Giacomo avea concentrate tutte le forze della sua vita in questo supremo 
momento, in cai egli voleva assicurare la pace e la felicità della figliuola. La 
mano del vecchio avea cercata quella di Daniele e non la lasciava; il pugno del- 
l'infermo avea acquistato una forza straordinaria di cui lo stato di prostrazione 
in che lo avea gettato il morbo parea che il rendesse incapace. Questa pressura 
indicava abbastanza l'ardente desiderio che il vecchio avea avuto di riveder Da- 
niele e il timor che questi si allontanasse. 

Daniele sembrava portar con impazienza quello sguardo e quello imprigiona- 
mento della mano. 

Passò qualche minuto. 

Giacomo alzò il capo e fé' segno lo avessero adagiato su qualche cuscino per 
potersi reggere a certa altezza dal letto; un eccitamento estremo gli avea dato 
un' apparenza di salute e di forza. 

— Un sorso di sidro, chiese il vecchio con voce distinta. 

Era questo la consueta bevanda, di cui usava nello stato di sanità, e che 
gli dava soddisfazione, ilarità, lucidezza di mente: onde quasi mai mancatane qual- 
che boccia nella famiglia, comunque povera. 

Lucia corse, col cuore palpitante di speranza, ad aprire un vecchio armadio 
dov'era riposto un avanzo di una caraffa di sidro inglese, ne versò tre dita in un 
bicchiere, ed il recò al padre, accostandoglielo alle aride e scolorate labbra. 

Giacomo bevve con ansia; ma la deglutizione opra vasi con difficoltà, per modo 
che fu impossibile al misero vecchio di trangugiare il bramato refrigerio che gli 
rimase in sulla lingua ; tanto più che quella bevanda non è così fluida e potabile 
come l'acqua. 

Giacomo gittò un profondo sospiro, scostò leggiermente dalla bocca il bicchiere 
e la mano che glielo porgeva, e volse gli occhi al cielo f cendo tacita offerta a 
Dio delle sue sofferenze: il cuor d: Lucia ne fu trapassato: nascose il suo capo 
dietro quello del padre e pianse !a miserella, ma divorando nel cuore le amare la- 
grime che le strappava lo stato del genitore. 

Giacomo non era uscito dal suo abbattimento per due giorni continui ; poche 
e indistinte parole avea proferito in questo tempo, pochi segni aveva dato di 
vita e di avvedimento, ma ora un pensiero, un proponimento parea dargli una 
fittizia energia. Comechè privo del refrigerio che sperava ottener dal sidro, ei 
raccoglieva quasi per forza intorno al suo cuore la vita che gli fuggiva. Oh l'a- 
more paterno! Chi può dire fin dove questa onnipossente affezione dell'animo può 
imperare sulla caduca argilla? Chi può segnare i limiti della sua forza? L'amor 
paterno commove ed agita ancora il cuor di un cadavere pochi istanti di poi 
che morte vi ha soffiato il gelido suo alito : l'amor paterno è un raggio dell'anima 
immortale che rimane ancora attaccato alla famiglia, quando il corpo del padre rien- 
tra nella creta che il produsse. 

Giacomo fé' cenno a Daniele di avvicinarsegli di più, imperocché non potea 
parlare che a stento e con voce fiacchissima. 

Daniele, Lucia e Padre Ambrogio si strinsero al letto dell'infermo per udirne 
le parole. Manetta e gli altri due fanciulli intorniarono quei tre; e tutti pendevano 
con trambasciata ansietà dalle labbra del capo della famiglia. 



12 FRANCESCO MASTRI ANI 



— Daniele, disse il vecchio, ricordi tu quel che eri e quel che ora sei? 

— Lo ricordo, rispose questi, alcun poco turbato da simile interrogazione. 

— Ti rammenti di quella notte in cui ti raccolsi morto di fame e di freddo 
sopra una felce nelle boscaglie della Sila in Calabria?... Pensa, figlio mio, che ivi sa- 
resti immancabilmente perito; le tue membra quasi nude erano intorpidite dal gelo 
onde eran tutti coperti q Ue ' boschi deserti e quelle valli; i tuoi occhi eran chiusi 
ed appena uscìa dal tuo petto un fioco gemito che si perdeva ne' lunghi urli del 
vento tra gli scheletri della vegetazione. Fa la Provvidenza che guidò i miei passi 
in quel bosco tetrissimo : io avea smarrito il mio cammino, o per dir meglio Iddio 
volle che io mi fossi per poco allontanato dalla strada regolare per menarmi a dar 
vita ad una innocente creatura. In questo supremo istante della mia vita che si 
spegne, benedico la Provvidenza che mi fece degno di esercitare la carità e di 
salvar da morte un caro fanciullo, ch'io poscia ho amato qual mio figlio, e che 
ora amo con tutta la tenerezza paterna, quanto amo queste infelici creature che 
la mia morte lascierà diserte e abbandonate nel mondo. 

Dagli occhi del vecchio cadde una lagrima, che restò fredda e impiombata 
sulla sua guancia. 

A quelle parole, non si udì che un pianto universale. Daniele era commosso. 
Dopo pochi momenti di silenzio, Giacomo riprese: 

— Ho dovuto richiamare questa ricordanza, mio caro Daniele, non per van- 
tare titoli alla tua gratitudine, della quale non ho mai dubitato, e di cui mi hai 
dato eziandio prove non equivoche; bensì per ottener da te tutto l'affetto di un 
figlio in questo momento ch'è per. me sì solenne. Se tu ami ch'io dorma in pace il 
sonno della tomba, se vuoi ch'io chiuda gli occhi benedicendo quell'istante in cui 

a prima volta i tuoi gemiti infantili colpirono le mie orecchie, togli dal mio 
animo o^ni dubbio sulla tue rette intenzioni a riguardo di questa misera fanciulla 
che tanta ti atea.... . 

Quest'ultima parte fu piuttosto indovinata dagli astanti anzi che profferita dal 
vecchio, tanta fu la commozione ambasciosa che gli oppresse il petto. Daniele im- 
pallidì e chinò gli occhi, interamente ombreggiati dalle folte sopracciglia, che di- 
ventarono due archi nerissimi; Lucia si sentiva scoppiare il petto; il cuore le 
palpitava con tal violenza che un lividor di morte le imbiancò le labbra semi- 
aperte; gli occhi della fanciulla non s'arrischiarono a riguardar Daniele, e fu 
per bene di lei, che se quell'adorabile creatura avesse gittato uno sguardo sul 
suo amato avrebbe letto sul di costui volto la più chiara mentita delle parole 
del padre. 

— Si avvicina il mio termine, figli miei.... Ringrazio la Provvidenza che mi 
concede la forza di parlare e di rivolgervi le mie estreme parole. Daniele, Lucia, 
Iddio non ha permesso ch'io fossi testimone della vostra felicità.... Io avea ben 
ragione, mio caro figlio, di spingerti ad affrettare questa bramata unione. .. L'in- 
nocenza e la virtù fecero dapprima nascere il vostro amore ; l'affetto fraterno 
si voltò ne' vostri cuori in un sentimento p'ù dolce, che crebbe col crescer del- 
l'età. Dio benedisse l'amor vostro come l'ho benedetto anch'io. Daniele, misero 
figlio della sventura o della colpa, infelice creatura defraudata del più caro degli 
umani retaggi, l'amor paterno, il cielo ha colmato un tal vuoto; tu sei idolatrato 
da quest'angioletta. Una brillante carriera ti si apre dinanzi : così giovane hai ot- 
tenuto quello che pochi o nessuno alla tua età giunge ad ottenere: riputazione e 
fortuna, e ben le meriti per la tua abilità nell'arte musicale, per la quale tanto 
genio appalesasti fin dalla tua fanciullezza. Possa il cielo sempre più render prò- 



IL MIO CADAVERE 



13 



spere le tue fatiche, ad alleviarti le quali avrai al tuo fianco questa cara crea- 
tura.... La misteriosa mano che oggi provvede a' tuoi bisogni o ai tuoi piaceri 
potrà un giorno ritirarsi da te, senza che tu abbi a sentire dolorosamente una 
tal perdita. 

I fidanzati. 




(n. 3) Prendi, amica mia, le disse Daniele, spiccando uno di quei candidi fioretti.... (pag. 16) 

Giacomo ebbe d'uopo d'interrompersi per qualche momento.... Gli astanti, ed 
in particolar modo Daniele e Lucia, erano diversamente agitati e commossi. 

— Daniele, ripigliò il vecchio, il tempo stringe ed io non posso abusare di 
questi preziosi momenti che Iddio mi concede. Io non dubito della lealtà delle tue 
intenzioni, tei ripeto ; ben mi è noto il tuo cuore, e so che l'opera mia non fu se- 
minata in ingrato terreno... Ma ho bisogno, nel licenziarmi da voi, figli miei, di 
essere pienamente sicuro dell'avvenire della mia Lucia... Chieggo da te un giura- 
mento, Daniele. 



43 - F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cent. 5 



Disp. 3 



14 FRANCESCO MASTRI ANI 



— Un giuramento ! esclamò questi, che era ben lontano da una simile idea. 

— Sì, figlio mio, un giuramento solenne che tu farai su quel Crocifisso, pre- 
sente Padre Ambrogio e gli altri figli miei: giurerai di sposare quanto prima la 
dilettissima Lucìa... Un tal giuramento nulla può costarti ; esso non serve che a 
render p*>ga e soddisfatta l'anima mia... Io andrò a raggiungere la mia amatissima 
compagna, la madre vostra, figli miei, e di lassù le nostre benedizioni vi accom- 
pagneranno sempre e dappertutto. Or via, non si perda più tempo. Son due giorni 
che ti ho aspettato, Daniele, e credeva che Dio non mi accordasse il piacere di 
vederti, per dileguare dal mio povero cuore ogni dubbiezza. 

Un Crocifisso di avorio era in cima del letto, all'altezza della mano di Gia- 
como, il quale, toltolo dal muro, il consegnò a Padre Ambrogio e gli disse: 

— Padre, ricevete il giuramento di Daniele, ed implorate le celesti benedi- 
zioni sul capo dei figli miei. 

Padre Ambrogio si alzò. Il suo volto era grave e solenne; con la destra ei 
teneva il Crocifisso, con la sinistra toccò la spalla di Daniele, figgendogli in volto 
uno sguardo severo ma ripieno di bontà. 

— Daniele, Iddio vi ascolta e vi giudica; ponetevi in ginocchi, figlio mio, e 
proferite con me il solenne giuramento che vostro padre, il vostro benefattore, 
chiede da voi, per abbandonare in calma ogni pensiero della terra e rivolgere 
tutta l'anima sua alla patria celeste. 

Lucia s'inginocchiò e con essa tutti gli altri fratelli... In fondo alla camera si 
vedea genufl *ssa anche la vecchia fantesca, biasciando preci e facendosi cadere di 
grosse lagrime sulle aggrinzite guance. 

Daniele ebbe un momento di titubanza... Egli era rimasto all'impiedi, mentre 
tutta la famiglia... era genuflessa. Un pallore di morte avea coperta la bruna sua 
faccia... Questa titubanza non durò che pochi momenti. 

Daniele piegò a terra il ginocchio dritto e chinò il capo per non lasciare 
scorgere il suo turbamento. 

Padre Ambrogio spiegò la sua mano sul capo del giovine. 

— Daniele, giurate voi nel nome dell'Eterno Dio e su questo segno dell'U- 
mana Redenzione di sposare quanto prima in legittimo matrimonio Lucia Fritzheim, 
figliuola di Giacomo? 

A questa interrogazione successero pochi momenti di silenzio. Padre Ambro 
gio con voce ferma riprese: 

— Pensate, Daniele, pria di giurare... Or siete libero ancora; un momento, 
dopo, la vostra vita è eternamente avvinta a quella di questa fanciulla. 

Daniele non rispose. Il vecchio Giacomo, Lucio, tutti trepidavano. Questi mi 
nuti secondi erano spine acerbissime per quella sventurata famiglia. 
Il ministro di Dio replicò la formola del giuramento: 

— Daniele giurate voi nel nome dell'Eterno D,o e su questo segno dell' U- 
mana Redenzione di sposare quanto prima in legittimo matrimonio Lucia Fritzheim 
figliuola di Giacomo? 

— Lo giuro, rispose Daniele con voce distinta ma rauca e profoni a. 

— Ti benedica Iddio! esclamò il prete. 

Tatti si alzarono... Giacomo piangava di tenerezza, di consolazione : il cuore 
del vecchio infermo si dilatava; parea che la vita e la salute gli tornassero; il 
suo volto si rischiarò: i suoi occhi brillarono ancora sotto i vapori della morte. 

— Avvicinati a me, figlio mio, Daniele, qua... qua sul mio cuore, fa che ti 
abbracci; che io baci i tuoi capelli, la tua fronte. 0\ ! perdona, perdonami, figlio 



IL MIO CADAVERE 15 



mia... per poco io aveva dubitato di te; tei confesso... Io credeva che più non a- 
massi la mia Lucia... Che ne sarebbe stato di questa infelice che tanto ti ama?.. 
Appressati anche tu, Lucia, qua, qua ch'io vi stringa entrambi sul mio petto... 
Oh... or muoio contento!... Grazie, grazie, mio Dio che mi hai fatto degno di 
tanta felicità!... Ah! la vista mi si abbuia... Sorreggetemi, figli miei... miei cari fi.. 

Giacomo cadde estenuato e privo di sensi in su i guanciali... 

Lucia era rimasta nelle braccia del padre, nel cui seno avea nascosto il capo. 

Daniele si era allontanato dal letto del vecchio. Nessuna lagrima avea ba- 
gnato i suoi occhi... Egli raggiustava freddamente e ravviava in sul dritto iato 
della fronte i capelli che stando egli nelle braccia del padre, aveano smarrita 
la loro studiati» drizzatura. 



Ili 

Le ultime parole. 

Le diverse e violente commozioni alle quali Giacomo era stato in preaa, 
avevano abbattuto, stremandogli quel poco di forza vitale che egli aveva at- 
tinta nello i nrmenso femore che portava ai suoi figli. Quella tersione eccessiva di 
nervi nello stato in cui egli si trovava lo aveva affranto a tale che per poco 
tempo fu creduto morto. 

Padre Ambrogio aveva dapprima cen be' modi alUntsnato i teneri figliuoli 
dal paterno letto, facendo a sé me desine o la più dura violenza, perciocché alla 
vista delle gelide mortali spoglie del ^tedio il dal ben ministro della chiesa 
avea sentito dilacerarsi il cuore né più ré meno che se quel corpo giacente fesse 
stato di suo padre: laonde compreedeva quale e quanto esser doveva il dolore 
dei figliuoli, e come la cessazione di quella vita così cara doveva farlo scoppiare 
qual repentina folgore. 

Le sembianze del vecchio si erano imbianchite cerne i capelli che gli om- 
breggiavan le tempie; nessun segno rivelava in lui la vita. 

Padre Ambrogio taBtò il polso del giacente e il suo volto si rischiarò. 

— Non è che un deliquio: ei disse; ben presto ricupererà il sentimento. 

E gli pose sotto le narici un'ampollina di ètere vivificante. 

Lucia, Marietta e Giuseppe eran seduti d'intorno al letto del genitore, ma 
da una certa distanza, così avendoli disposti Padre Ambrogio. 

Daniele stava all'impiedi, presso a un terrazzino aperto, dal quale f&cea va- 
gare gli cechi distratti su i lontani colli di Poggioreale e di Capodichino. 

La luna si elevava intera e vermiglia dietro quei colli e sproungava una 
larga fascia di bianca luce sui cipressi di S. Maria del Pianto quasi lenzuolo 
mortuario. Varii lumi apparivano e sparivano tra gli alberi di quella mesta cam- 
pagna: era la pietosa processione che accompagna con le preci divote lo scendere 
di un uomo nel suo ultimo asilo. 

Uro spettacolo sì triste e che avea tantfa relazione con le presenti circostanze 
non commoveva per nulla il cuor di Daniele, che, svagando lo sguardo lungi 
dal uogo ove trova vas', cercava di sfuggire alle opprimenti riflessioni che gli 
si affacciavano al pensiero. In pari tempo, altre idee, altre immagini affatto op- 
poste si presentavano alla sua mente, idee piene di vita, immagini ridenti, di 



16 FRANCESCO MASTRI ANI 



giovinezza, di piaceri. Egli pensava che era quella l'ora consueta in cui soleva 
trovarsi quasi ogni sera fra crocchi brillanti di gai giovinotti, di bellissime donne; 
avrebbe dato una metà della sua vita per potersi involare da quella casa ov'eran 
la morte e la tristezza e spiccare un volo al palazzo S... dove tutto era felicità, 
canto, e dove egli forse era aspettato da Emma. 

Eran le undici della sera. Il silenzio regnava in quella solitaria contrada sic- 
cone in quella casa. Giacomo rimaneva tuttavia nell'immobilità di morte, contut- 
toché la sua respirazione fosse talmente concitata da udirsi una maniera di rantolo 
nel cavo dell'infermo suo petto. 

Lucia, poacia ch'ebbe riprovveduto di olio il lumicino che si era quasi spento 
dinanzi alla sacra immagine, si era avvicinata a Daniele... Nelle sembianze di lei 
scorgessi al presente una tristezza più rassegnata, più tranquilla, non perchè lo 

stato del genitore le desse argomento di speranza ma perchè Daniele era là 

Negli affanni e nelle sventure la presenza di chi si ama rattempra e lenisce la 
pena, è balsamo al cuore sofferente. D'altra parte, non era il giovine da conside- 
rarsi ora come sposo di lei? 

— Daniele, dissegli timidamente la giovinetta, rimarrai con noi questa notte? 
Nostro padre è così felice nel vederti al suo fianco, in mezzo a noi... Vedi, io son 
quasi sicura che.... ciò gli fa del bene; hai osservato con quanta passione ei ti 
guardava pocanzi? Se sapesti quante volte il poveretto ha chiesto di te in questi 
due giorni in cui sei venuto da noi 1... non ti parlo di quello che hai fatto sof- 
frire al mio cuore, lo sa quella Vergine del Carmine, la quale ho pregata tanto 
tanto di farmi morire appresso a mio padre, se mai tu... più non mi amassi. 

La fanciulla portò ai suoi occhi il lembo del grembialetto e singhiozzando si 
andava rasciugando le grosse lagrime che il ricordo del suo dolore le richiamava 
alle ciglia ; poi dette un crollo al capo per rimandar sulle tempia i lunghi capelli 
che le si erano staccati sul volto e rizzò la faccia pallidissima guardando il suo 
Daniele con tenerezza. 

Il riverbero della luna rischiarava quelle dilicate fattezze e quegli occhi, il 
cui nero lucidissimo ora vie più spiccava su quel fondo sì bianco. Lucia in questo 
momento sembrò bellissima a Daniele, il quale, presala per mano, menolla in sul 
terrazzino, e stette alcun tempo, in silenzio contemplandola. 

Era nel centro del terrazzino un cespo di gelsomino che iva ravvolgendo le 
sue foglioline tra i bastoncelli della ringhiera, ed era tutto coperto di bianchi fio- 
rellini che esalavano un profumo soave tanto che tutta la casa ne veniva imbalsamata. 

— Prendi, amica mia, le disse Daniele spiccando uno di quei candidi fioretti 
e dandoglielo, stasera tu rassembri davvero a questo fiore... Come sei bella! Oh, 
non dubitare, io non ti lascerò più; non sono io oggimai lo sposo tuo? Non mi 
appartieni tu forse? 

Uno scroscio di risa fu udito in quel momento. Lucia arrossò tutta, e ratta 
s'involò dal terrazzino. 

Uccello si era ficcato nell'ombra dietro alla pianticella del gelsomino; aveva 
udito le parole di Daniele, e nel suo ingenuo idiotismo avea riso. 

Oh! quel riso era la più mordace ironia di quelle parole che non esalavano 
dal cuore del perfido giovine. 

— Maledetto idiota! Io lo detesto come il mio cattivo destino. 

Il rantolo di Giacomo diveniva sempre più forte, più oppressivo; i suoi occhi 
a metà dischiusi erano iniettati di quell'umore livido biancastro che annunziava 
l'ora estrema. 



IL MIO CADAVERE 17 



Padre Ambrogio avea ripreso, presso il moribondo, il tristo ufficio di assistente. 

Tutta la famiglia era immersa in uno stato di angosciosa aspettativa : pallidi, 
muti, inanimati, quei figliuoli non trovavansi neanche più lagrime in su gli occhi. 

Daniele si era messo a sedere al fianco di Lucia: non per questo era pago 
e tranquillo a segno che non si leggesse sul suo volto distratto una febbrile im- 
pazienza: se si fosse gittato uno sguardo in fondo di quel cuore, sarebbesi notato 
con raccapriccio un desiderio vivo, ardentissimo della morte di Giacomo. Sì, fa 
d'uopo confessarlo; Daniele contava i minuti secondi per la brama di sentir morto 
quell'uomo che con la sua lenta agonia gli toglieva un'ora di piacere ed il con- 
dannava a star lontano dalla donna che egli amava. 

Ahi! pur troppo questo cuore umano è tale impasto di con tradizioni malvagie, 
di barbare tendenze ed in pari tempo di slanci di sublime affetto e di sacrifica 
inauditi, che l'uomo ha sempre di che rimanere stupefatto e avvilito nella contem- 
plazione dell'uomo. Vi sono, nel tondo dell'anima, certe cloache di turpitudini, sic- 
come certe maniere di eroismo, che renderanno sempre l'umana creatura il sog- 
getto più curioso delle investigazioni dei filosofi i quali finiscono col confessare 
la loro piena ignoranza su queste arcane contraddizioni. 

Poco stante, non ne potendo più per l'estrema impazienza che il vinceva, e 
stanco di più aspettare, Daniele si rizzò subitamente in pie e disse a Lucia queste 
poche ed aspre parole: 

— Mia cara, tuo padre non morrà per ora; è affare di domani; intanto io 
debbo andar via; nulla ho detto al mio domestico, il quale mi aspetta... D'altra 
parte, ho quaggiù il mio cavallo, e fa d'uopo che il faccia ristorare di qualche cibo. 

Ciò dicendo, carezzandosi i capelli in sulla tempia dritta, e riprendendo il suo 
cappello, si disponeva, senz'altro, a lasciare quella casa: avea già dato due passi 
inverso l'uscio, quando non già Lucia, ch'era rimasta stupefatta e annientata 
da tanta barbara freddezza, ma sibbene Manetta s'interpose tra l'uscio e lui. 

— Oh! Daniele; tu non andrai via, n'è vero? Tu non ci abbandonerai questa 
notte: papà può spirare da un momento all'altro, non è così, padre Ambrogio? Abbi 
pietà del nostro dolore; se ci ami ancora, se ami la mia povera sorella, tu non 
andrai via! Ormai è tardi, questa campagna è mal sicura... Tu hai da fare sì lungo, 
cammino. No, Daniele, non andartene per questa notte. . Vedi, noi abbiam paura 
a star sole. Resta con noi, buon Daniele. Resta con noi. 

— In verità, non vorrei andarmene, rispose Daniele, ma non posso tratte- 
nermi; vi dico che egli è difficile che papà Giacomo se ne vada stanotte: non 
senti? ei dorme profondamente, non fa che russare. 

— Russare! interloquì il sacerdote, a cui tanta durezza di cuore cagionava 
un dolor profondo ; signor Daniele, vostro padre si muore: ei non ha che pochi 
minuti di vita: non vogliate abbandonarlo in tal momento... Egli vel comanda 
anche morto. 

— Signore, ripeto, che io non posso trattenermi; tornerò domattina ben per 
tempo, allo spuntar del giorno. Intanto se c'è bisogno di danaro, eccone. 

E traeva dalla tasca del soprabito un elegante borsellino di seta a maglie, 
ne cavava una moneta e gittavala con superbia e con fastidio sul cassettone. Era 
un pezzo di dodici carlini che ribaldando su quel mobile; urtò nel bicchiere ove 
era riposto il lumicino che si spense affogando nell'olio rovesciato. 

Lucia mandò un grido di disperata angoscia. 

Padre Ambrogio si alzò pacatamente, raccolse dal cassettone la moneta, e, 
consegnandola al giovine, gli disse con paterna bontà: 



18 FRANCESCO MASTRIANI 



— Prendete, signore; perora questa disgraziata famiglia ha d'uopo di pietà, 
di amore, di aiuti affettuosi; ha bisogno di cuore e non di metallo. Riprendete la 
vostra piastra; se ci sarà bisogno di danaro, posso pel momento provvedervi io 
stesso. Unisco le mie preghiere a quelle di queste infelici creature acciocché vi 
compiaciate rimanere in questa casa durante questa notte, di cui è già scorsa quasi 
la metà. Pensate che il misero Giacomo non vedrà la dimane: egli forse, innanzi 
di spirare, può chieder di toì: pensate che quest'uomo è stato per voi non solo 
un padre, ma un amico un vero amico. Si provvederà poi pel vostro cavallo, non 
temete. Rimanete, non abbandonate questa infelice famiglia in questa ora tremenda. 

— Mi duole dovermi ricusare a'vostri comandi, rispose Daniele, ma impossi- 
bile ch'io mi trattenga più a lungo. Sarò qui demani all'alba... Addio. 

Non fu più, possibile trattenerlo. 

Egli avea varcata la soglia della porta senza neanche gittare uno sguardo al 
vecchio moribondo e alla sua fidanzata, che rimaneva come istupidita e schiac- 
ciata dalla disperazione. 

Un solo individuo avea la faccia sorridente nel mezzo di quel gruppo di do- 
lore: Uccello; un lampo di gioia stravagante brillava sulla sua stupida fisonomia. 
Egli girava qua e là per la camera, schioppettava con la mano, guardava sovente 
verso l'uscio delle scale, e rideva... rideva con quel riso corto e a colpetti. 

Di botto, Daniele si presenta di bel nuovo in sul limitare della camera, 

Ei getta d'intorno a se uno sguardo furioso. 

— Chi ha ferita la gamba del mio cavallo? grida con voce stentorea e con 
gli occhi fiammeggianti di rabbia e di vendetta. 

— Io, risponde Uccello ridendo sempre, come quando solea fare qualche 
burla alla vechia fantesca e di cui prendea tanto sollazzo. 

— Tul esclama Daniele ruggendo qual leone. 
Ed alzava la frusta per colpire l'infelice idiota. 

Padre Ambrogio s'interpose e fermò il braccio di quel furibondo. 
Un grido intanto era partito dal letto ove giaceva il morknte. 
Era Giacomo che tutto avea udito, tutto compreso. 

Oh spettacolo terribile! Il vecchio avea levato il capo dal cuscino come da 
una tomba: sembrava una larva, un fantasma. 

— Ingrato!.,, ingrato!... mormorava il misero con voce soffocata dagli ultimi 
singulti della morte... Iddio mi aprì gli occhi in sull'orlo... della fossa... Tu vuoi... 
colpir mio figlio Giovanni... come già... mi hai distrutta... mia figlia Lucia... Va. 
figlio del peccato... Tu tradisci un moribondo. Ve... ingrato... se tu mediti lo sper- 
giuro... Iddio ti punisca!... 

Lucia manda un urlo disperato... Il sacerdote immantinente chiama alla calma 
il moribondo che si mostra pentito dell'ira subitanea in cui la ferocia di Daniele 
lo avea gittato... guarda il crocifisso e tenta di dire qualche cosa, ma non può fi- 
nire la parola, che termina in un singulto profondo. Il misero era ricascato in 
su i guanciali. 

Egli era morto! 

Pochi momenti dopo questa scena di spavento, nella camera ove giaceva il ca- 
davere di Giacomo non era altri che Padre Ambrogio, che recitava d'accanto al 
morto la seguente prece: 

" Onnipotente Iddio, col quale vivono coloro che muoiono nel Signore, e col 
quale le anime de' fedeli, poi che libere seno dal fardello della carne, sono nella 
gioia e nella felicità, noi ti ringraziamo dal profondo del nostro cuore per esserti 



IL MIO CADAVERE 19 



piaciuto di liberare questo nostro fratello dalle miserie di questo mondo di peccati-, 
e non tralasciamo di pregare la tua misericordiosa bontà di ammetter lui ben 
presto nel novero de' tuoi eletti. „ 

Non dobbiamo trasandare di osservare che Uccello, per impedire la partenza 
di Daniele, di soppiatto armatosi della sciabola di suo padre, che n'era provvisto 
come militare doganiere, avea ferita la gamba del cavallo del giovine, senza che 
alcuno della famiglia addato se ne fosse. 

Uccello avea avuto bastante lucidezza di mente per comprendere che Daniele 
non avrebbe potuto andarsene a piedi alia sua abitazione che era ben lungi da 
quella strada; e che gli sarebbe stato impossibile di trovare una carrozza in quella 
via solitaria e ad un'ora si avanzata della notte. 



IV. 
Uno sguardo indietro. 

E' necessario toccar qualche cosa che alla storia di questo giovine si rife- 
risce, innanzi di proseguire il nostro racconto. 

Daniele, in tutto il tempo ch'era stato in casa di Giacomo lo stradiere, non 
si distingueva dagli altri figliuoli di questo dabben uomo, sì per l'amore ond e 
corrispondeva ai beueficii di quella famiglia, sì per pei modi rispettosi e um ili, 
ch'ei teneva inverso Giacomo e la costui consorte; i quali siffattamente lo amavano, 
che a tutt'i vicini e agli amici soleano dire che Iddio avea mandato loro quel caro 
fanciullo io compenso dell'infelice Uccello, miseramente privo d'intendimento. Da- 
niele era un giovinetto affettuoso benché un poco troppo serio per la sua età, perciò 
che mai o rarissime volte si abbandonava ai giuochi e ai divertimenti degli altri 
figli di Giacomo; ei se ne stava in disparte e, mentre quelle creature balocca vans i 
in un modo o in un altro, egli avea paura di bruttarsi le vesti o le mani. Giacomo 
e la moglie queste tendenze così singolari in un fanciullo attribuivano ad una certa 
naturai propensione ch'egli avesse per la nettezza e l'appariscenza della persona, 
mentre quelle altro non erano che un istinto di superiorità su gli altri fanciulli, 
i quali, non badando a tenersi puliti, meno belli di lui o meno decentemente si mo- 
stravano a coloro che venivano a far visita a Giacomo. 

Questa tendenza che in sul principio pareva tanto innocente e commendevole, 
prese bentosto il suo vero aspetto allora che il fanciullo crebbe in età. Ben presto 
Giacomo discoprì nel trovatello un vizio radicale del cuore e si adoperò a correg- 
Igerlo, a dirizzarlo a bene ma fu indarno : il vizio era nel sangue del fanciullo : 
quanto più egli diventava adulto e grandetto, tanto più in lui si appalesava la pas 
sione della vanità. Oltracciò, D miele aveva un sentimento che molto si avvicinav a 
all'odio per l'infelice Uccello: sentimento ch'ei non dissimulava ne' momenti in cui 
si trovava solo coll'idiot*, però che non si facea scrupolo di beffarlo, di maltrattarlo 
con epiteti ingiuriosi, e sovente di batterlo. Il misero Uccello piangeva, ma. non 
si arr schiava a dire al babbo il motivo del suo pianto, che se questo avesse fatto 
non gli mancavano altre più forti battiture, con cui quel cattivello di Daniele ven- 
dicavasi dei rimproveri che gli venivano da Giacomo. 

Un fatto narreremo il quale, sebbene puerile, ebbe influenza grandissima nello 
sviluppo di quell'odio che Daniele nutriva per l 'infelice Uccello. 

Solevano que' fanciulli presso che in ogni sera sollazzarsi con qualcuno di quei 



20 FRANCESCO MASTRIANI 



giuochi infantili, di cui si conservano poscia gratissime ricordanze, tra i quali i 
più frequentemente messi in opera erano i giochi delle merenducce, della mosca 
cieca, del capo a nascondere, dei pilastri, del guancialino d'oro, delle capannelle, 
del buffetto ed altri consimili. La più grande ilarità soleva regnare tra quelle care 
ed innocenti creature. Il più delle volte Daniele non prendea parte a questi giuochi 
e si accontentava di starsene a rimirarli; ma tal volta, istigato dai suoi fratelli 
{così chiamavansi tra loro) e premurato dalla madre, il Contino (abbiam già detto 
perchè un tal nome fu posto a Daniele) degnavasi di onorare il giuoco colla 
sua presenza. 

Un giorno, si scherzava alla mosca cieca. Furon tirate le sorti a chi dovea 
pel primo bendarsi gli occhi: toccò a Daniele: ciascuno, fuggendo, ruzzando, ri- 
dendo, il percuoteva con un fazzoletto, con uno seiagamano o eon un altro panno 
avvolto... Daniele si voltava e rivoltava per acchiappar qualcuno, ma tutti se la 
sbiettavano con garbo, sicché l'impazienza e il dispetto cominciavano a dominare 
nel Contino, allora che sentissi applicata in sulle spalle una violenta percossa ac- 
compagnata da uno scoppio di risa universale: era stato Uccello che avea fatto 
il colpo, e poscia, per non essere afferrato si era appiattato sotto un tavolino. Ma 
alle grida di viva Uccello, Daniele avea conosciuto chilo avea eolpito sì fortemente 
e, pensando quegli averlo fatto per istizza o per malvagità, fu preso da tanta rab- 
bia e da tanta sete di vendetta, che tra sé deliberò di avernelo a far pentire se 
gli venisse sotto. 

Perché, studiata ben la posizione e dissimulando il meglio che seppe, si pose 
freddamente a girar per la stanza, poi che con destro movimento ebbesi cacciata 
un poco più su degli occhi la benda che gli nascondeva i suoi avversari. Non andò 
guari, ch'essendo tornato in giuoco Uccello, fu preso di mira dal perfido Daniele, 
il quale, acchiappatolo tra le risa degli altri e tra le baie che si davano all'ine- 
sperto, lo stramazzò al suolo e con pugni e calci così fattamente il rendette mal- 
concio che in copia usciva al miserello il sangue dal naso e dalla bocca. li giuoco 
ebbe termine: Lucia e Manetta cercarono dì occultare il misfatto, ma accorsi alle 
strida Giacomo e la moglie, Giuseppe fu sollecito di narrar loro l'accaduto. Gia- 
como rimase stupefatto e addolorato di tanta malvagia indole del trovatello, e per 
castigarlo, non gli fece per qualche tempo abiti nuovi, tremendo castigo per quel- 
l'indole vana e orgogliosa. 

Daniele rimase così vulnerato della punizione inflittagli, che il suo carattere 
ne addivenne più cupo, e più duro il suo cuore. D'allora in poi più non rivolse la 
parola ad Uccello, pel quale se gli erano accresciuti l'antipatia e l'odio. 

Intanto ei diveniva grandetto ; era già arrivato al tredicesimo anno, allora che 
Giacomo, accortosi dell'estrema inclinazione e attitudine che il giovinetto appale- 
sava per la musica, il pose a studiare quest'arte con un suo parente. Questi ebbe 
ben per tempo posto amore addosso al giovinetto, poi che scorto ebbe in lui un 
vero genio e rarissimo. La natura lo avea chiamato alla musica. Stranezza incom- 
prensibile ! Quest'arte, che richiede sensibilità, tempera di animo affettuosa e soave, 
era attecchita in un cuore mal formato e proclive alla più triste passione. 

Gli elogi che il giovinetto Daniele riportava, dovunque facevasi udire a suo- 
nare il pia no* forte, il suo contegno nobile e altero, quella sostenutezza di modi e 
di linguaggio, sì poco in armonia co) suo stato e colla sua origine, ed anche quei 
suoi occhi malinconici, ma esnressivi e intelligenti, gittarono a poco a poco nel cuore 
di Lucia i germi d; .*na pass^L che si fece gigante. Daniele si avvide prestissimo 
dell'amore di L ^a, e la sua vanità ne fu lusingata e soddisfatta : egli non le corrispose 



IL MIO CADAVERE 



21 



per amore, ma per compiacenza di se medesimo, per talento di tiranneggiare una 
creatura a lui sottoposta, per desiderio di dominio. E s'infinse così bene, e simulò 
tanto la passione, che l'innocente donzella il credette innamorato morto, siccome 
il credette Giacomo in appresso. 

A mosca cieca. 




(n. 4) Era Uccello che aveva fatto il colpo, e poscia, per non essere atterrato, si era appiat- 
tato sotco un tavolino, (pag. 20) 

Lucia era tutt'altra; la sua adolescenza e il suo amore l'avevano trasformata: 
di quindici in sedici anni essa era sì maliconica, sì appassionata e sensitiva, che 
il padre, avveggendosi esser cagione di tanta malinconia la passione che già la 
struggeva, stimò convenienente di allontanare Daniele dalla famiglia. Oltracciò, 
morta la cara sua moglie, chi poteva oggimai guardar l'innocenza di Lucia ? Onde 
estimò necessario di rimuovere ogni cagione, e partirsi dal giovinetto, il quale, dal 
canto suo, mal sembrava portare la dimora dello stradiere, essendosegli accresciuti 
nell'animo la vanità e il desiderio di esser distinto. 



44 - F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cent. 5 



Di9P. 4 



22 FRANCESCO MASTRIANI 

Giacomo iva da qualche tempo pensando al modo come provvedere all'esi- 
stenza di Daniele, allora che lo avrebbe allontanato dalla sua famiglia, quando uno 
strano avvenimento venne a troncare ogni dubbiezza ed ogni imbarazzo. 

Un bel mattino, si presentò in casa di Fritzheim un giovine di bell'aspetto e 
di belle maniere, decentemente vestito, il quale con accento straniero ma in buono 
italiano, dimandò di parlare al padrone della casa. 

— Siete voi il signor Giacomo Fritzheim? chiese poscia cha questi se gli fu 
presentato. 

— Per lo appunto, rispose lo stradiere, in che posso servirla? 

— Non avete voi, molti anni fa, raccolto nel bosco della Sila un fanciullo che 
ivi era abbandonato e moriente? 

Giacomo restò interdetto; guardò con attenzione la persona che gli avea fatta 
quella inattesa interrogazione e cercò d'indovinare se colui che gli parlava potesse 
essere il padre di Daniele; ma quell'uomo non sembrava aver passato i trent'anni; 
era dunque impossibile che fosse il padre di Daniele, che avea già diciotto anni 
compiti; per lo che rispose: 

— Sì, signore, sono io a cui la Provvidenza volle concedere la grazia di sal- 
vare un'innocente creatura, ed arricchire la mia famiglia di un altro figlio. 

— Mi giova conoscere CGn precisione l'epoca in cui avvenne, disse quello stra- 
niero, il quale avea nella mano una carta su cui sovente gittava gli cechi. 

— Io non so, signore, rispose l'onesto gabelliere, quale interesse possiate avere 
nell'inclagare un fatto sul quale io non dovrei dare ragguagli che ad un'autorità 
riconosciuta; ma qualunque sia la cagione che vi muove, vi avverto che nessuno 
al mondo potrà strappare dal mio fianco un giovinetto sul quale vanto ormai i di" 
ritti di padre. , 

— Non dubitate, sig. Fritzheim; ben lungi dal farvi del male o dallo svellere 
dal fianco vostro il giovane, che forma l'oggetto delle mie investigazioni, io son 
veruto jer più bell'opera. Piacciavi di rispondere, eerza tema, alle mie domande 
In che anno e in che giorno trovaste voi nelle boscaglie della Sila il fanciullo ? 

— Nella notte del 24 gennaio 1809, rispose Giacomo. 

L'incognito gittò novellamente lo sguardo in sulla ct;rta che avea nelle mani, 
fece col capo un atto affermativo e di soddisfazione, indi proseguì: 

— Sta bene: potreste ora indicarmi con precisione il sito preciso "ove tro- 
vaste il bambino ? 

— Il trovai in una selva di abeti e di pini, sopra una larga felce, a qualche 
miglio da S. Vincenzo, e non molto lungi, dal Neto. 

Altra occhiata fu data da quell'uomo alla carta ed altro relativo! segno 
d'approva zione. 

— Ricordate gli abiti che aveva addosso il bambino? 

— Me li ricordo benissimo, poiché lì conservo ancora, soggiunse lo stradiere: 
vefcticina di albagio color tabacco, calzoncini di panno turchino, calzarotti di co- 
tone colorati, scarpine con becchetti senza laccetti, e berretto di castoro nero con 
tettino di cuoio. 

' — Perfettamente, ripigliò l'incognito col riso della gioia e della soddisfazione 
in sulle labbra: or non mi resta che farvi un'ultima interrogazione. Che nome 
disse di avere il bambino ? 

— Daniele, replicò Giacomo. 

— Non ci occorre altro, è desso! Eccomi ora ad adempiere alla mia parte, 
sig Fritzheirr : questa è una polizza di duemila ducati ch'io sono incaricato di 



IL MIO CADAVERE 23 



consegnarvi per ricompensa della vobtra bell'opera e per le cure paterne di cui 
foste prodigo verso il fanciullo Daniele. 

Ciò dicendo, l'incognito traeva dal taccuino una polizza sul Banco di Napoli, 
e la porgeva al gabelliere; ma questi si ritrasse indietro, e 

— Chi v'incarica di ciò, o signore? dimandò stupefatto. 

— Non posso dirlo; è questo un segreto che ho giurato di serbare. 

— Suo padre o forse sua madre? 

— Non posso rispondere, o signore.... 

— Ebbene, a chiunque v'incarica di ciò, signore, voi risponderete ch'io ho 
ricusato di prender questo danaro; un padre non si fa pagare delle cure ch'ei 
prodigalizza a suo figlio, e padre io mi estimo inverso Daniele. Io son povero, si- 
gnore, ma non mi avvilisco a ricever guiderdoni da una incognita mano e per 
un'opera onde io risento la più cara soddisfazione dell'anima mia. 

L'incogn to non credeva a' suoi orecchi; pareagli cbe lo stradiere non avesse 
parlato da senno, e tornò a dirgli: 

— Sig. Fritzheim, questi duemila ducati sono vostri, interamente vostri; non 
vi si danno per compenso alcuno; voi seguirete ad essere il padre di Daniele; 
panni che non vi sia ragione di ricusare. 

— Ed io ripeto che non accetterò mai questo danaro; non l'accetterei nean- 
che se mi venisse dalle mani medesime del padre di Daniele ; pensate se voglio 
accettarlo da una mano che si nasconde. 

— Ebbene, io vi ammiro, sig. Fritzheim : la rigida probità del vostro animo 
già mi era nota. Vi confesso nondimeno che un simile rifiuto è al disopra di ogni 
previsione; io però non insisterò più oltre, ma la mia commissione non si limita 
a questo, sig. Fritzheim, e questa volta vi avverto che un vostro, anche reciso, ri- 
fiuto sarebbe inutile . 

— Di che si tratta ancora? dimandò Giacomo con leggiero aggrottar di ciglia. 

— Si tratta che io sono incaricato di passare questa somma di duemila du- 
cati a Daniele. Non si era preveduto il vostro rifiuto, sibbene il caso in cui non 
vi avessi trovato. E l'incognito face un gesto col quale intendeva dire: nel caso 
vi avessi trovato morto. 

— La cosa è differente, disse Giacomo, non posso oppormi a tutto ciò che può 
contribuire alla felicità di Daniele. 

— Lodato Iddio! esclamò l'incognito; compiacetevi di chiamare il vostro fi- 
glioccio Daniele. 

Giacomo entrò nelle stanze contigue e poco stante tornava con Daniele. 
Il giovine salutò col capo l'incognito; il quale rispose con bel garbo e guar- 
dandolo fissamente. 

— Alla buon'ora! osservò tra se l'incognito, eccon e uno che gli rassomiglia! 
Bel giovanotto, voi siete nato sotto una buona stella; la fortuna vi arride; d'ora 
in poi non dovete pensare ad altro che a divertirvi. 

— Come a dire? chiese il giovane estremamente maravigliato. 

— Eccovi una polizza di ducati duemila; essa è vostra. 

— Miai! esclamò Daniele con gli occhi lampeggianti di gioia. 

— Sì signore, vostra; questa polizza è pagabile al porgitore, e la firma è ben 
nota al Banco. 

Daniele che aveva afferrato con avidità quel pezzo di carta che per lui era 
una fortuna enorme, gittò gli occhi sulla firma per conoscere il nome di colui che 
il rendea ricco. 



24 FRANCESCO MASTRIANI 



Quella polizza avea sul dorso il nome di Maurizio Barkley. 

— E questo nome, signore? dimandò Daniele. 

— Non posso rispondere a nessuna vostra interrogazione, signor Daniele. Ma 
io non ho ancora finito di adempiere al mio incarico. Eccovi un altro polizzino di 
cinquanta ducati: ogni mese avrete una simil somma. 

— Ogni mese! esclamò Daniele fuori di se per la gioia. 

— E' singolare! soggiunse Giacomo, cui un tal mistero facea sempre più ba- 
lestrare il cervello. 

— E voi stesso verrete a portarmi in ogni fin di mese una polizza di cinquanta 
ducati? domandò Daniele. 

— Io stesso, o un altro in vece mia. 

Daniele gittò parimente gli occhi sul polizzino, e lo stesso nome Maurizio 
Barkley eravi scritto. 

— Favoritemi una ricevuta, sig. Daniele. Per la prima volta il sig. Giacomo 
Fritzhe;m mi sarà garante della vostra firma.... 

Daniele firmò Daniele Fbitzheim. 

Fa d'uopo notare che soltanto da poco tempo di poi che uscì dalla casa di 
Giacomo, Daniele si era dato il fittizio cognome di dei Rimini. 
Giacomo appose la sua firma sotto quella del giovine. 

— Or non ci è bisogno di altro; son davvero contento di aver fatto la vostra 
conoscenza, signor Fritzheim ; e la vostra benanche, bel giovinotto, a rivederci al 
mese venturo. 

Il forestiere non diede il tempo a nissuno dei due di soggiungere una sola 
parola, e sparì senza lasciare un'orma sola d'investigazione. 

E' superfluo il dire che simile avvenimento cangiò al tutto lo stato di Daniele, 
il quale fece subitamente istanza di separarsi da Giacomo, sotto pretesto di dovere 
abitare nel centro della capitale por meglio darsi a' suoi studi musicali. Giacomo, 
benché con estremo dolore, dovè acconsentire ad una tale separazione per le ra- 
gioni da noi dette più sopra e che ogni giorno si rendevano sempre più forti. 

Daniele adunque si congedò un bel mattino da quella tenerissima famiglia. 
Rinunziamo a dipingere il dolore di Lucia nel dì che Daniele abbandonò quella 
casa. L'acerbezza del suo cordoglio non venne mit : gata che dalla sua angelica ras- 
segnazione a' voleri di suo padre, e dalla promessa fattale dal suo diletto di ve- 
nire a trovarla ogni giorno. 

Daniele, oggimai libero di sé medesimo, indipendente, e padrone di una somma 
che per lui era un principio di fortuna, tolse in fitto dapprima un quartierino alla 
strada Foria. In sulle prime ei tenne la sua parola, recandosi ogni giorno in casa 
di Giacomo; ma ogni dì crescea pure la sua vanità e il suo desiderio ardentissimo 
di divenir ricco; onde, ogni altra passione, ogni altro suo pensiero taceva nel suo 
animo sotto l'impero di quella sola dominante. Tuttoché l'incognito straniero non 
avesse giammai mancato di portare egli stesso, in ogni fine di mese, la polizza 
di ducati cinquanta al nostro Daniele questi spendea più che non comportassero 
le sue facoltà, epperò non bastandogli quella somma mensile ei si era dato alle 
lezioni di musica, le quali, in gran numero e di nobili famiglie i suoi numerosi 
amici procacciavangli. 

Non tralasciamo di dire che il primo uso fatto da Daniele de' duemila ducati 
venutigli dal cielo, fu di ammobigliare con eleganza la sua casa e di comprare un 
cavallo: il tenere un cavallo era stato sempre uno dei sogni della sua vita. 

Guari non andò e il giovin bellimbusto incominciò a trovar noioso e plebeo 



IL MIO CADAVERE 25 



l'amore di Lucia, tanto che per avere un plausibile pretesto di porre qualche in- 
tervallo tra le sue visite, deliberò andarsene a dimorare alla riviera di Ghiaia, anche 
perchè è questa la contrada ove maggiomente bazzica ed abita la nobiltà napoli- 
tana e massime gli stranieri. Questa ferita fu anche asprissima al cuor della mi- 
sera figliuola di Giacomo, che pur sempre cotanto amava quell'ingrato; ma ella, 
buona sì, com'era indulgente e amorevole, si persuase che la sola necessità di 
meglio provvedere a' bisogni della vita avesse indotto Daniele ed allontanarsi tanto 
da lei. Ciò nulla manco, Daniele non lasciava mai passar due giorni di seguito 
senza tornare a S. Maria degli Angeli alle Croci: e questo confortava la miserella 
a sperare, tanto più ch'egli avea già promesso al padre d'impalmarla non sì tosto 
meglio si fosse dato a conoscere nella capitale. E quando gli si facea qualche pre- 
mura di affrettarsi a sposare l'onesta e cara giovinetta, egli adduceva or la troppo 
giovanile sua età, ora i suoi studi che non gli permettevano pensare ad altro pel 
momento, or s'appigliava al partito di procastinar sempre sotto l'un pretesto o l'altro. 
E ciò durava da varii anni, quando a troncare ogni dubbiezza, a infrangere 
ogni proponimento, ad allontanare per sempre il cuor di Daniele dalla famiglia 
Fritzheim, avvenne il caso della presentazione di lui qual maestro di piano-forte 
della nobile giovinetta spagnuola Emma, figliuola del duca di Q-onzalvo. 

Qui ci fermiamo bastandoci il già detto. Nel prosieguo di questa storia ver- 
remo allargandoci sul carattere di Emma, e sulla parte e sulla influenza funesta 
che questa donna si ebbe su gli avvenimenti che narriamo. 



V. 

Il cuor di un Prete, 

Daniele adunque abitava alla Riviera di Chiaia. 

Il suo quartiere, composto di poche stanze, ma tutte con eleganza addobbate, 
guardava, per un lungo terrazzo, sulla villa Reale. Due erano le principali stanze 
del nostro celibe maestro di musica, il salottino da conversazione e lo studio, vale 
a dire lo stanzino dov'egli soleva dar lezione di piano- forte. Ques'.e due stanze 
eran contigue e strette l'una all'altra sicché era mestieri passar pel salottino per 
entrare nello studio. 

L'addobbamento di queste due stanze avea qualche cosa di troppo splendido 
pel modesto stato di maestro di musica, e dava subitamente a divedere nel pa- 
dron di casa quella smania d'imitare le maniere ed il fasto dei nobili e dei ricchi. 
Per porre la sua casa sovra un piede aristocratico, Daniele avea contratto non 
pochi debiti, cui egli soddisfaceva il meglio che poteva, perciò che sarebbe morto di 
vergogna se nella capitale si fosse buccinato esser egli stato perseguitato dai cre- 
ditori. 

Il salottino, messo con paramenti di Francia, era un vero mazzolino di fiori 
per freschezza, per profumi, per colori. Il palco, a fondo bianco venato, avea nel 
mezzo una bella dipintura rappresentante il gruppo delle tre Grazie; una piccola 
ma gentil lumiera di bronzo dorato sorreggente dodici torchetti scendeva a mezzo 
la stanza, per mezzo di un largo cordone, il cui capo fingeva di esser sostenuto dalle 
Grazie. Un caminetto alla foggia inglese era scavato in fondo del salottino; aveva 
un paracenere di ottone indorato con fregi a rilevio, ed altri a retina di ferro 

Nella stagione estiva il suo vano era chiuso o meglio velato da un telaio sul 



26 FRANCESCO MASTRIANI 



quale eran dipinte parecchie caricature e scherzi e fiori e frutta. Intoi no a questo 
caminetto era un mezzo cerchio di sedie imbottite e coperte di raso bianco, di 
seggioloni a ruote con ispalliere ricurve indietro, di sedie a bracciuoli, di poltrone 
a molle. A pie della più parte di queste sedie eran seggioline e panehettine, si- 
milmente imbottite, da appoggiatisi i piedi, cassette da sputare, arne3e tanto ne- 
cessario a' fumatori, principalmente là dove di be' tappeti covrono il pavimento sic- 
come in casa di Daniele nella stagione invernale. Un gran sofà era situato alla 
parete opposta al caminetto; questo canapè con doppio rullo era coperto di raso 
cilestre ed ave» la spalliera e i bracciuoli lavorati con intagli finiscimi. Un tond o 
di mogano a lastra di marmo era situato nel mezzo del salottino, zeppo di tutte 
quelle figurine di marmo, di stucco, di alabastro che popolano i salotti e che sezn - 
brano ivi dimenticate dal padron di casa. Qiesto mondo di liliputti preziosi che 
si accalcano sovra un tondo o sovra una mensola rivelano le passioni infantili 
degli uomini dell'era nostra, i quali, a somiglianza dei bimbi, prendono diletto 
ne' balocchi e ne' giocarelli. Non poteva la moda inventar cosa più adatta all'indole 
puerile del secolo nel quale viviamo. 

Lo studio di Daniele era più semplice. Un divanetto rosso da un lato avea 
dinanzi a se un deschetto da colezione; più lungi uno scaffale di bel lavoro su 
ciascun palchetto del quale eran gittati alla rinfusa libri e carte di musica. In 
altro lato di questa stanza, aderente al muro, riposava una scrivania ad una sola 
cassetta, coperta parimente di libri e carte di musica e di arnes» da scrittoio, tra 
i quali primeggiava per gusto e per lusso il ricapito da scrivere tutto in oro di 
cui ciascuna parte cioè il calamaio, il polverino, il pannaiuolo e il vasetto da 
cialde, rappresentava un differente animale, e congegnato in maniera che ciascun 
animale, adempiva al suo diverso officio di fornir quello che si aveva in corpo. 
Il pianoforte compiva l'ammobigliamento di quella stanza: magnifico strumento di 
artefice tedesco. 

Queste due stanze comunicavano tra loro non pure per mezzo dell'uscio di en- 
trata comune, ma eziandio per mezzo del lungo terrazzo di cui abbiam parlato più 
sopra. Eleganti cortine di finissima mussolina velavano la luce nella estiva stagione 
e temperavano il freddo nell'inverno. 

Un'affettazione di studiata imitazione, un desiderio di far mostra di agiatezza, 
un'apparenza di lusso, eran questi i caratteri specchiati di questa casa. 

Da qualche tempo nondimeno tutto pareva quivi neglettto e abbandonato, 
mentre ordinariamente la massima cura metteasi da Daniele per tener tutto pulito, 
ordinato e appariscente. 

Abbiam dovuto un poco allargarci su questi particolari, acciocché più spicca- 
tamente apparisca il carattere del personaggio di tanta importanza nella storia che 
abbiam preso a narrare. 

Otto giorni sono scorsi dalla morte d 1 ' Giacomo. 

Eran le dieci d'un mattino di domenica, quando una violenta scampanellata 
lece accorrere all'uscio della scala un giovin domestico ch'era al servizio dell'elegante 
maestro di musica. 

Daniele ritornava in sus casa da una breve passeggiata che avea fatta nella 
Villa Reale. Egli era più del solito abbattuto, pallido, di pessimo umore. 

Insin dal dì della morte di Giacomo, Daniele non era più tornato in quella 
casa dove avea passata la sua giovinezza. Il suo giuramento, le ultime parole del 
vecchio, la disperazione di Lucia si presentavano a quando a quando ner suo 
animo per gittarvi un'ombra tetrissima; ma tosto venivan eotali funeste immagini 



IL MIO CADAVERE 27 



o ancellate dal turbine dei piaceri e dalla presenza o dalla immagine di Emma. 
Questo per tanto si sggiugnea agli altri argomenti di tristezza che opprimevano il 
p etto di lui, tra i quali non ultimo !a sete divorante ch'ei sentiva di ricchezze e 
di onori. 

Nel ritirarsi ch'ei fece quel dì, erasi gittato in una poltrona del salotto, spro- 
fondandosi nei suoi cupi pensieri allora che un personaggio si presentò agli occhi 
suoi senza farsi annunziare. 

Questo era Padre Ambrogio. 

Daniele non potè frenare, in veggendo il sacerdote, un moto di dispiacimento: 
egli non si aspettava quella visita, 

A Padre Ambrogio non era sfuggita l'impressione poco piacevole da lui fatta 
sull'animo del giovine, ma non si scaorò per questo, imperciocché l'avea preveduta, 
anzi, ei si attendeva di non esser ricevuto; epperò, infingendo col domestico di 
Daniele essere in grande intrinsichezza con costui, non avea voluto farsi annunziare. 

Il buon prete salutò con composta umiltà l'altero signorotto, che non si era 
neanche alzato dalla sua poltrona. 

— In che debbo servirla? chiese questi secco secco al reverendo, senza nem- 
meno offrirgli da sedere. 

— Vi chieggo scusa se vi disturbo; imploro dalla vostra cavalleresca cortesia 
pochi minuti di udienza. 

Questa specie di fina ironia, di cui si sarebbe accorto ogni altro il cui lume 
d'intelletto non fosse stato offuscato dalla vanità, sedussero l'animo del giovanotto 
il quale rispose con volto meno burbanzoso: 

— Si segga, signor Abate. 

Padre Ambrogio si sedè dirimpetto a Daniele. 

— Il motivo che qui mi mena, riprese quegli, è sì grave, o signore, ch'io non 
ho temuto di commettere un'indiscrezione per adempiere ad u" dovere altissimo 
del mio ministero. 

— Di che si tratta? chiese il giovane chinando gli occhi. 

— Si tratta ch'io promisi a Giacomo Fritzheim, poco prima della sua morte, 
di avere pei suoi figli l'affetto e le cure di un padre; ed io non manco alle mie 
promesse, signor Daniele. 

— Me ne compiaccio infinitamente, dissj questi, ferito alquanto dalle ultime 
parole del prete. 

— Or dunque, signor Daniele, la sorte di Lucia nr commuove profondamento. 
Dal dì della morte del padre la tapinella è in preda ad una febbre nervosa che 
minaccia di voltarsi a male. La triste scena ch'ebbe luogo pochi istanti pria che 
spirasse il buon Giacomo e le costui ultime parole le cagionarono un delirio vio- 
lento che per buona ventura è cessato, lasciandole impertanto nel capo una confu- 
sione spaventevole rer la sua ragione. E voi l'avete abbandonata, signor Daniele, 
mentre una vostra parola avrebbe gittato in quel cuore la speranza e la vita? Voi 
l'avete abbandonata appunto allora che suo padre l'abbandonava, da Dio chiamato 
come spero, alla gloria celeste, e allora che un dubbio crudele su i vostri sentimenti 
lacerava l'animo di quella infelice! Voi avete, signor Daniele, deposto nelle mie 
mani un giuramento, ed eravate libero di non profferirlo. Io non dubito che voi 
lo manterrete. Se, oltre la religione, l'amore non ve ne fa una legge, l'onore voi 
comanda; voi siete un gentiluomo, l'onore è sacro per voi.... Venite adunque, ve- 
nite a rassicurare quella misera, venite a spargere su quel povero cuore una goc- 
cia di balsamo: vel chieggo in nome di Dio, dell'onore, dell'umanità. 



28 FRANCESCO MASTRI A NI 



Daniele, senza dar segno di minima commozione, suonò un campanello d'oro 
che aveva a distanza di mano, e al domestico che si presentò sul limitar della 
porta disse in lingua francese, perocché francese era il domestico: 

— Non è venuto questa mattina alle nove il marchesino? 

— No, signore. 

— Va bene. Coma sta il mio cavallo? 

— Sta meglio, signorino; ieri ha camminato un poco e parea che non zop- 
picasse. 

— Avete fatto accomodare il fusto delia sella? 

— Signorsì. 

— E gli staffili? 

— Nuovi, signore, al tutto nuovi, perchè il cuoio s'era consumato ai vecchi. 

— Sta bene; e le sguance? 

— Tutto a nuovo, signore. 

— Benissimo; accendete un candelotto pel sigaro. Eccomi, signor Abate, ri- 
prese con la massima freddezza l'insolente trovatello ; scusate se vi ho interrotto... 
Voi dunque dicevate che... 

E Daniele accendevasi il sigaro, come se si fosse trattato della più indifferente 
conversazione. 

Una lagrima spuntò sulie ciglia del sacerdote. Tanta perversità di animo su- 
perava qualunque antiveggenza. 

— Veggo che il vostro cavallo vi sta più a cuore che la povera Lucia, si- 
gnore. Non ho più a dirvi che una sola parola: Dio salverà Lucia e le darà la 
forza di strapparsi dal cuore una passione cotanto infelice; ma Dio confonde an- 
che i perversi, e guai... guai all'uomo che si fa giuoco della vita del suo simile ! 

Padre Ambrogio si alzò... Non mai questo venerabil servo del Signore era 
stato visto così commosso ed agitato; il suo volto era pallido, e i suoi occhi ba- 
gnati di lagrime. 

— Non voglio più esservi importuno, o signore ; io vado via, ritorno presso 
quella sventurata che considero come mia figlia. Ah ! voi non potete comprendere 
quello che ora soffre il mio cuore. Avea sperato ritornare presso quella buona crea- 
tura arrecandole una parola di speranza e di conforto ; io le avea promesso di ri- 
tornar con voi.. Con quale ansia non mi aspetterà la misera ? E dovrò dirle che 
Daniele, l'amor suo, la sua vita, più non è per lei ! Che ogni speranza è finita ! 
Ah signore, ripeto, che voi non potete comprendere quel che soffre al presente 
questo mio cuore !.,. 

Padre Ambrogio piangeva... 

Daniele non avea cessato di fumare con una placidezza spaventevole. 

— Voi siete un uomo eccellente, signor Abate, si fece indi a dire intermez- 
zando frequenti buffi di fumo tra le sue parole; e mi dispiace che prendiate sì 
viva premura di questo affare, cui penserò io di rimediare al miglior modo. Vi 
sono talune circostanze, taluni riguardi che mi impediscono per ora di sposar Lu- 
cia. Ho promesso di sposarla tra un anno... e si vedrà... ma, pel suo meglio crede- 
rei che si acconciasse a dismettere questa idea; anzi voi, sig. Abate, cìrcate di 
persuaderla a più non pensarci; sono cose da fanciulli, sono parole che si scam- 
biano alla prima età. Vi assicuro io che se avessi saputo che tanto in sul serio 
quella giovinetta avesse preso le cose, mi sarei astenuto di corrisponderle... Con 
tutto ciò, io son sicuro ch'ella mi dimenticherà col tèmpo; si sanno le arti delle 
donne: convulsioni, malattie, stiramenti di cuore, lagrime, e poi finiscono con adat- 



IL MIO CADAVERE 29 



tarsi ad altri amanti. Lucia farà lo stesso, siatene cerio: io me ne intendo un poco 
in materia di donne : le donne e la musica sono state sempre la mia passione... Per- 
suadetevi, sig. Abate, che nulla di più vero del proverbio: L'amore fa passare il 
tempo, e il tempo fa passar V amore... Io le voglio del bene a Lucia, e le farò del 

Senza cuore. 




(n. 5) Daniele non aveva cessato di fumare con una placidezza spaventevole, (pag. 28) 

bene sempre che potrò.... Ma, in quanto a matrimonio, non è possibile.... Io sono 
slanciato nel mondo, frequento la miglior società di Napoli, e un matrimonio igno- 
bile mi ruinerebbe nei miei affari.,.. Questa società in cui viviamo è così esigente! 
Beato voi, signor Abate, che non ci siete in contatto ! Se sapeste quello che vi si 
soffre! I sacrifici che si fanno per conservarsi in una certa sfera di riputazione... 
Io lo so, per mia mala ventura che sono tanto ricercato e dappertutto!... 
Qui Daniele si alzò e riprese, quasi per accomiatare il sacerdote: 
— Ritornate adunque da lei, e ditele da parte mia che non mi dimenticherò 
di lei, che verrò a trovarla non sì tosto le mie faccende mei permetteranno, e 



45 — F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cent. 5 Disp. 5 



30 FRANCESCO MASTRIANI 



che faccia capitale di me 'in ogni emergenza; ma sopralutto fatele ben compren- 
dere, signor Abate, che provegga ai suoi casi il meglio che può, che non rifiuti, 
per me, qualche altro partito a lei più conveniente e più adatto, e che io sarò pie- 
namente felice quando saprò ch'ella è del pari felice con un compagno più degno 
di lei... A rivederci adunque, Padre Ambrogio, non posso goder più a lungo della 
vostra compagnia, stante che le mie faccende mi chiamano altrove. 

Daniele fece un leggiero inchino di testa e si inoltrò verso l'uscio, come per 
indicarne il cammino a Padre Ambrogio, il quale, senza più aggiungere una pa- 
rola, e profondamente addolorato si partiva di quella casa per tornare colà dove la 
cabitÀ il chiamava a terge re le lagrime di una misera famiglia o a piangere con essa. 



PARTE II. 



i. 

Emma. 



Lasciando per poco la sventurata famiglia dello alradiere, inoltriamoci in 
quella vita rumorosa, gaia, splendida di movimento, di cerimonie, di convenienze 
e di piaceri che si addimanda la vita del gran mondo. 

Che cosa è la vita del gran mondo? E' un circolo matematico dentro il quale 
si aggira quella porzione della Bocietà che sembra straniera al retaggio di miserie 
lasciato all'uman genere dalla colpa de' primi genitori. In questo circolo segnato 
dalla verga di quella fata che ha nome civiltà non è ammesso chi unque è sotte- 
posto alla dura legge del lavoro, perciocché la sola fatica che vi si sopporta, che 
vi si tollera, è il piacere. Fiori, profumi, dolcezze, canti, seta, oro, squisitezze di 
ogni maniera, allettamenti di ogni sorta sono gli elementi vitali dell'atmosfera di 
questa vita del gran mondo, siccome l'azoto e l'ossigeno sono gli elementi respi- 
rabili della vita comune. Qui nulla troverete che non sia strettamente sottoposto a 
un codice severo che ha un milione di leggi ignote al volgo, e che costituisce in 
gran parte la scienza della vita del gran mondo; qui il linguaggio non ha niente 
©di comune con le ordinarie favelle; tutto riceve denominazioni particolari, epiteti 
aggiunti di nuovo conio: tutto in somma portar deve l'approvazione e l'im 
prò nta di quella dispotica dea del gran mondo che si chiama la Moda. 

Non si dimanda se in Napoli, in questa regina del Mediterraneo, in questa 
ine antevole vilJa del mondo, dove tutto respira il piacere, dove l'aria è profumo 
dove il cielo è un sorriso, dove l'inverno è la stagion dei fiori, dove ogni voce 
è un canto, e ogni canto un'aimonia, non si dimanda se in Napoli la vita del 
gran mondo è brillante e animata al pari di quella delle altre capitali di Europa. 
Aggiungi che la nobiltà napoletana alla perfetta cognizione delle leggi dell'alta 
società accoppia un gusto squisitissimo per le lettere e per le arti, che essa col- 
tiva ed incoraggia splendidamente: e questo delicato gusto per le arti ravvicina 
l'aristocrazia del merito a quella della nascita e delle ricchezze, sì che le porte 



IL MIO CADAVERE 31 



dorate dei salotti dei grandi non sono chiuse all'artista, che si ebbi in retaggio 
l'ispirazione ed il genio. D'altra parte, la vita del gran mondo è dappertutto la 
stessa; le sue leggi, i suoi usi, i suoi pregiudizi sono dappertutto presso che i ma- 
desimi in Europa. 

La casa del Duca di Gonzalvo era nell'anno 1826 la più rinomata par isplen- 
didezza di servizio, per eleganza e pel fasto del suo trattamento, per le persone 
che la frequentavano. 

Il duca di Gonzalvo, discendente d'illustre lignaggio e di una delle primarie 
famisrlie nobili di Andalusia, abitava da parecchi anni in Napoli. Ejfli era stato 
per molto tempo governatori o capo politico di quella balla provincia dille Spa- 
gne, quando la rivoluzione dei 1820 il toglieva da quel posto eminente, accusan- 
dolo di troppo attaccamento ai principi della pura monarchia e alle gloriose tra- 
dizioni di quel governo che per tanti secoli avea formato la grandezza, la feli- 
cità e la possanza dell'iberica penisola e dei suoi estesi domini transatlanti ai. Il 
Duca di Gonzalvo, sbalzato dal potere, e già tristo per gravissima sventura di 
famiglia, non soffrì più rimanere in un paese, nel quale infinite ed amare memo- 
rie lo avrebbero assalito a ogni mome )to: ondechè fermò di abbandonare la Spa- 
gna, e trasferirsi colla famiglia a Napoli, dove risiedevano alcuni suoi larghi pa- 
renti, e dove l'amenità del clima, la salubrità dell'aria e la bontà degli abitanti 
lo invitavano a stabilirsi. 

Il Duca di Gonzalvo era un uomo in su i cinquantanni, ma non ne addi- 
mostrava più di quaranta, sendone la persona alta, complessa e ben formata: i 
capegii eran tuttavia nerissimi e ricciuti siccome i baffi e il pizzo ch'ei portava 
lunghissimi e puntuti alla maniera spagnuola. La sia carnagione era bruna, belle 
le fattezze del volto; e li sua andatura avea qualche cosa di maestoso e d'autore- 
vole. Sempre serio, misurato e cerimonioso era il suo linguaggio, in cui nondi- 
meno trapelava sempre quell'alterigia, che forma il fondo del carattere spagnuolo. 
Gli avvenimenti politici del suo paese non meno che le disgrazie della sua fa- 
miglia aveano lasciato nel suo temperamento una certa irascibilità, p*r cui sovente 
era soggetto a moti irrefrenabili d'ira: allora quel suo bruno volto diveniva di 
brace, que' suoi occhi neri schizzavano fuoco, e quell'uomo avea tutta l'ardenza 
della giovinezza congiunta alla forza della virilità. 

La famiglia del Daca di Gonzalvo si componea della moglie; donna di cuore 
compassionevole a' miseri, ma estremamente altiera e superba in capitolo della no- 
biltà. Questa aveva ereditato dal padre ingenti ricchezza e possessioni senza fine, 
di cui gran parte avea formato la sua dote: il superbo castello moresco di San- 
tiago nell'Andalusia era propietà di lei co' titoli e privilegi annessi. La Senora 
Duquesa Isabel de Gonzalvo y Mjnreal -Santiago avea toccato i 55 anni. Sabbene 
macerata dal cordoglio di veder tolto dal potere il consorte, ella potea dirsi an- 
cora bella, essendosi la sua capellatura conservata ancora intatta dalle ingiurie 
del tempo, i suoi occhi non avendo affatto perduta quella vivacità e quella espres- 
sione che avevano tanti cuori umiliato. 

Or tutto l'orgoglio di questa donna era riposto nell'unica figliuola, erede d'im- 
mense dovizie, in Emma, bellezza singolare, di cui ci studieremo di adombrare, 
per quanto e possibile, il ritratto. 

Questa giovinetta, cui ventanni appena infioravano la vita, era una di quelle 
bellezze che non si trovano tranne che sotto il cielo della Spagna, ed in ispaciaiità 
nell'Andalusia; bellezze vigorose, spiranti tempestose passioni, bellezze che scon- 
volgono subitamente la ragione a chiunque per la prima fiata le contempli: l'in- 



32 FRANCESCO MASTRIANI 



canto è negli occhi loro; fiimme d'amore son le loro labbra; il comando è stam- 
pato sulla loro fronte. 

Come faremo a dipingere Eaima colle parole ordinarie? In quale lingua tro- 
veremo le immagini equivalenti per farla raffigurare ai nostri lettori? Oh se eglino 
la vedessero siccome la veggiamo noi ! Ci sentiamo palpitare il cuore in parlan- 
done, tremar la penna scrivendone, e vorremmo che le febbrili sensazioni che 
l'immagine di questa donna ci ridesta, passassero tutte quante ne' nostri lettori, per 
vie più svegliare in essi la simpatia per questo personaggio della nostra storia. 

Emma era il tipo della bellezza andalusa: carnagione e colori di miniatura, 
occhi di lustrino splendidissimo, sguardo elettrico, sopracciglia di velluto, labbra 
alquanto larghette, bottoni di rosa orientale, denti di una bianchezza abbagliante, 
sorriso di baiadera, lunghe le chiomose di un ebano fulgidissimo, cui ella solea 
portare divise e scinte dietro gli orecchi, ovvero raggomitolate in grandi giri 
sulla coppa del capo. 

Ma siffatti particolari del volto di Emma erano un nulla a paragone delle 
fattezze del suo corpo, modello di grazia, di avvenenza, di proporzioni; era nel 
complesso delle sue fattezze qualche cosa che sospingeva a riguardarla in estasi 
di simpatia. Se ella affisava qualcuno, lo sguardo di lei lasciava un incendio nel 
cervello di chi ella aveva guardato, siccome interviene allora che si dirizzano gli 
occhi al sole, che lascia nel capo del riguardante una confusione spaventevole di 
luce e di colori. Ella avea certe maniere di volgere il capo, di chi nar le lunghe 
ciglia, di fissare obliquamente quegli occhi di odalisca, avea certe maniere di mo- 
vimenti, di gesti, ch'erano una grazia singolare; ci era da smarrire il senno. 

Qual'era il carattere morale di questa donzella? Ah! Perchè non possiam 
dire di lei quel che dicevamo di Lucia, buona, semplice, modesta, riserbatissima 
con tutto che sensibilissima! Emma era nel morale quel che può essere una donna 
sì ben favorita dal cielo in dono di b altezza. Ella era cosi bella, cosi ricca, così 
giovane, fornita a dovizia degli appannaggi della più compiuta educazione! Quale 
altro sentimento potea dominare in lei, all'infuori d'un amore ardentissimo di sé 
medesima ? 

Farfalla dalle ali dorate, ella svolazzava libera, leggiera, spensierata e felice 
in sui fiori della vita, di cui non conosceva altro che le delizie e quella specie 
di languidezza che tien dietro a' piaceri. 

Unica figliuola, ella era idolatrata da' suoi genitori, i quali non avevano al- 
tra volontà che la sua, altro amore che di lei, altri pensieri che per lei, di cui 
andavano superbi più che di tutte le loro ricchezze e possedimenti. 

Le undici battevano ad un magnifico orologio da mensola, allora che Emma 
si alzava dal suo letto verginale. 

Due bellissime stanze nel quartiere del palazzo S erano destinate esclusi- 
vamente a lei : una serviva da camera da letto e l'altra per stanza di abbigliamento. 

Due cameriere, una napolitana e l'altra francese, erano addette a servir lei 
particolarmente. Non trascuriamo di dire che Emma parlava colla stessa facilità 
lo spagnuolo, l'italiano e il francese; il suo accento straniero, la sua voce nervosa, 
il modo di parlare a tratti e con cadenze aveano tali incanti e tal prestigio che 
non si poteva ascoltarla s> nza esserne preso. In parlando l'italiano o il francese 
ella facea sentire quella graziosa lievissima sib il azione dei ce ci spagnuoli; il che 
aggiungea vaghezza estrema al aio discorso. 

Ogni dì, non si tosto svegliata e tuttora in letto, Emma tirava la coidicina 
di un campanello, e subitamente le si affacciava una delle due cameriere. La gio- 



IL MIO CADAVERE 33 



vinetta si face» dare i giornali di moda, i nuovi romanzi, le lettere delle sue ami» 
che, la grammatica di lingua inglese ch'ella studiava, e mezz'ora o poco più tra- 
scorrer facea in simiglianti occupazioni. 

Prima della colezione, ella andava ad abbracciare suo padre e sua madre, e 
dopo la musica assorbiva gran parte della sua mattinata. 

Ella si era vestita con incantevole semplicità, e, l'ora della lezione di musica 
avvicinandosi, era ita nel salotto contiguo al gran salone da ballo per ripassare sul 
piano-forte una ballata nazionale spaguuola. 

Era un canto curioso, strano, ma ripieno di vita e di brio; la ballata era così 
concepita : 

Ancha franja de velludo 

En la terciada mantilla; 

Aire recio, gesto crudo, 

Soberana pantorrilla; 

Alma atroz, sai espanda; 

Alza, ola; 

Vale un mundo mi manola 
Con primor se calza el pie 

Digno de regio tapiz; 

Con un dulce no sé què 

En aquella cicatriz 

Que tiene junto a la jola; 

Alza, ola; 

Vale un mundo mi manola 1 
Que calidad ! y corno cruje 

Se baila jota ò fandango; 

Y que aire en cada empuje 

Y que gloria de remango ! 
A la mas leve cabri ola 
Alza, ola; 

Vale un mundo mi manola! 

Non avea Emma terminato di ripassare questa ballata, quando le fu annun- 
ziato il suo maestro. 

Daniele entrava nel salotto. 



IL 

La lezione. 

Il giovine era vestito nella più elegante maniera ; il gusto più fino avea det- 
tato la norma del suo abbigliamento, il quale non usciva però dalla più stretta 
semplicità. 

Entrando nel salotto dov'era quell'incantevol creatura, Daniele rabbruscò la 
fronte e raggrottò le ciglia, dappoiché Emma non si era, secondo il solito, levata 
d'in su la sedia per andarlo a ricevere; la giovinetta pareva assorta interamente 
nello studio di quella ballata spagnuola. 

— Buon giorno, maestro, gli disse, io vi aspettava con impazienza; non so se 
io abbia indovinato questo ritornello eh' è assai gentile ma difficile. 

— Vediamo, Duchessina, a voi nulla può esser difficile. 

— Davvero vi dico che non raggiungerò mai la semplicità di questo canto; 
ho paura che noi canterò sabato alla serata di Lady Boston. 

— In questo caso mi attirerei l'odio e l'animosità di tutti, Duchessina, peroc- 
ohè a me si attribuirebbe la colpa di non avervi fatto cantare questa ballata. 

— Vi assicuro che non la canterei se non avessi ciò promesso a tutte le mie 
amiche. 



34 FRANCESCO MASTRIANI 



— Ed al Visconte di Boisrouge, Duchessina, soggiunse cupamente Daniele 
affissando i suoi torbidi occhi in volto alla giovanetta. 

— Ebbene, sì, vel confesso; anche a costui l'ho promesso: sapete che questi 
è uno dei miei ammiratori, disse ridendo la fanciulla, mostrando que' due filari di 
denti nivei ed ugualissimi. 

— Ammiratore ! Duchessina, e chi non è vostro ammiratore ? Dategli piutto- 
sto un altro titolo. 

— E quale ? 

— Quello di vostro amante. 

— Gli è vero, rispose Emma, e dei più noiosi. 

— Non tanto, Duchessina; mi permetto di ricordarv> che lunedì sera alla fe- 
sta di Madame A.... voi cantaste con tanta espressione con lui il duetto del Tan- 
credi, che tutti invidiarono la sorte del Visconte... 

Oh! ben sapete che io cerco sempre di porre un poco di anima in quello che 
canto; oii posso vincere il mio temperamento. D'altra parte quel duetto è tanto bello ! 

— Io lo detesto, Duchessina. 

— Lo detestate! e perchè? 

— Non so, lo detesto tanto che ho giurato di non più accompagnarne il canto 
in qualsivoglia riunione. 

— Eppure voi medesimo mi diceste quel «che duetto vi piaceva estremamente 
e foste voi, se ben ricordate, che mei faceste imparare. 

— Oh, Duchessina, se io avessi supposto che... 

— Che cosa maestro? 

— Non so, voleva dire che. . che... io detesto quel duetto da lunedì sera. 
Daniele abbassò gli occhi: sul volto era apparsa una leggiera tinta di vermiglio 
Emma finse di non comprendere la significazione di quelle parole e trasse a 

caso un accordo dalla tastiera. 

— Volete aver la bontà di riascoltar questo pezzo? 

— Io vi ascolto Duchessina. 

Emma cominciò a cantare la ballata spagnuola. 

Era nella voce della giovinetta un tale incanto, una tale voluttà che avrebbe 
sconvolta la ragione del più freddo uditore: avea certe corde che andavano a 
toccare il fondo del cuore, a rimescolarvi le passioni; avea certi toni di contralto» 
certe modulazioni, certe cadenze che avrebbero fatto cader un teatro per gli ap- 
plausi, se quella donna fosse stata artista. Quella voce, quell'accento, quel canto 
ti mettevano il fremito in tutte le fibre del corpo, ti faceano impallidire per la 
tempesta di commozioni. 

Non sappiam dire quello che accadeva nel cuor di Daniele in udendo can- 
tare quella ballata. Senza dire della divorante passione che lo struggeva per 
quella fanciulla e gli mettea la febbre nei polsi ogni qual volta l'udiva semplice- 
mente a parlare, egli provava un sentimento indefiuibile tutte le fiate che udiva 
parole spagnuole. Egli stesso non sapeva rendersi di ciò ragione, ma era un 
nembo di rimembranze indistinte, un sogno lontano che gli si riaffacciava alla 
mente, un altro cielo, un'altra terra ch'ei vedeva attraverso confuse immagini: 
era forse la lingua che in culla egli udiva sussurargiisi all'orecchio, e che forse 
ei medesimo balbettava quando era bambinetto di due in tre anni. Certo si è che 
<juel canto e le parole di quella lingua facevano sull'animo di Daniele tale im- 
pressione ch'ei si sentiva toccare il cervello e diventar pazzo. Aggiugni qhe nel 
cumolo delle ricordanze velatissime che gli si presentavano al pensiero, ei ve- 



IL MIO CADAVERE 35 



deva una casa splendidissima e tanti vaghi oggetti che non giungeva a distin- 
guere: tra l'altro, raffigurava in mezzo alla sua memoria una donna bellissima che 
sempre il baciava, e che gli diceva appunto tante cose in quella lingua che or 
egli ritrovava sulle labbra di quella bella creatura, che gli sedeva allato. 

E quando Emma ebbe terminato di cantare; Daniele rimaneva tuttavia nella 
immobilità di statua, assorto in una sola idea che gli dava rovello e che il faceva 
uscir di senno. 

Egli pensava... pensava che egli era nato ricco e nobile ! 

— Ebbene, maestro, non avete nulla da osservare, nulla da correggere nel 
modo di cantare questa ballata? chiesegli Emma. 

— Nulla, Duchessina. Quando io vi ascolto, io non sono più su questa t^rra, 
il sapete. L'arte sterile e pedante è fulminata dal vostro genio. Quando io vi ascolto 
non sono più vostro maestro, ma vostro ammiratore. 

— Voi mi lusingate troppo, maestro; ho paura che mi guastiate. 

— Ed io vi guasterei davvero se facessi la minima pedantesca osservazione 
a quello che avete cantato. Noi abbiamo cambiato le nostri parti, Duchessina ; voi 
siete che insegnate ed io che apprendo. Se sapeste quante ascose bellezze arti- 
stiche mi rivela il vostro canto 1 Non vi parlo dell'impressione che in me produce, 
di quello che io sento... Duchessina, io sarò costretto di rinunziare al piacere di 
udirvi. 

— Che vuol dir questo? dimandò la giovinetta abbassando quelle sue lunghe ciglia. 

— Vuol dire che star vicino a voi un'ora o due, qui, in questo salotto, colla 
mia sedia così vicina alla vostra, vedermi così dappresso, gustare, trattenermi con 
voi da solo a solo, udir le vostre parole, guardare i vostri occhi... è troppo crudel 
prova del mio povero cuore... noi posso: no, Duchessina... Mille altri invidiano la 
mia sorte, eppure io sono più infelice assai di loro tutti... Perdonate l'ardita fran- 
chezza del mio linguaggio, e compatite ai mali che voi fate. 

— Non v'intendo, signore. Non è la vostra professione quella di maestro di 
musica? Non debbo al vostro merito impareggiabile quel poco che so? In quanto 
all'effetto che produce in voi il mio canto, siccome voi dite, l'attribuisco alla bella 
tempera dell'animo vostro sì ben formato. D'altra parte, è vero che il canto suol 
produrre di strani effetti sul cuore degl'innamorati. 

Daniele fece un balzo in sulla sedia, trasalì, si scolorò, ed indi il suo volto 
diventò fiamma ardentissima. 

— Che! Duchessina, balbettò egli, avreste voi letto nell'anima mia? 

— Non propriamente nell'anima vostra, rispose sorridendo la giovinetta, n a 
qualche cosa ho indovinato da questo biglietto che vi consegno. Ieri sera voi non 
veniste alla nostra conversazione, e ieri sera appunto avreste trovato qui qualche 
cosa che vi avrebbe fatto estremo piacere. Or bene, eccovi il biglietto; via, non 
arrossite; è così naturale alla vostra età il far l'amore! 

Emma traeva dal seno una carta piegata in forma di lettera e la consegnava 
all'attonito giovane, il quale vi gettò con ambasciosa avidità gli occhi e lesse sulla 
sopra e arta : al signob Daniele de' Rimini — da Lucia Fbitzheim. 

Daniele impallidì; le sue labbra s'imbiancarono come quelle di un morto, e 
rimase lungo tempo con quella lettera in mano senza sapersi risolvere ad aprirla. 
Egli era atterrato! Avea fatto tanto per nascondere ad Emma i suoi amori con 
Lucia, per tema che non le fosse giunta all'orecchio la bassa sua origine! 

— Ebbene, maestro, a che pensate adesso ? Non vi affrettate a leggere quello 
che vi scrive la vostra bella? Ora su, andiamo, ve ne do il permesso. 



36 FRANCESCO MASTRIANI 



— Duchessina, rispose con rauca voce il giovane mal nascondendo il turba- 
mento e l'ira ond'era preso, permettete ch'io vi dica esservi di gran lunga ingan- 
nata nelle vostre supposizioni. Questa donna che mi scrive, questa donna che voi 
credete mia innamorata, non è che una avventuriera... una straniera ch'io ho 
conosciuta per casualità; il suo cognome v'indica che essa non appartiene a questo 
paese. Io non so come abbia avuto l'ardire di scrivermi dopo che ì'ho dispregiata, 
dopo che non ho voluto cadere nei lacci delle sue seduzioni... Ma già conosco 
quello che questa donna mi chiede, Duchessina. Non è amore quel che questa 
disgraziata mi chiede, ma silbene del pan-... del pane. 

Ciò dicendo, l'infame trovatello intascava la lettera senza neppure dischiuderla 
per tema che ad Emma non fosse nata la curiosità di gittarvi lo sguardo. 

— In questo caso vi chieggo scusa, maestro, se ho supposto che una tal donna 
fosse vostra innamorata : vi assicuro che mi dispiace di essermi ingannata : non 
so perchè, ma quel nome avea destato in me una certa simpatia, anche perchè 
mi si disse ieri sera che un fanciullo di circa dieci in undici anni avea recata 
quella lettera. Il poveretto era stato dapprima alla vostra abitazione alla Riviera 
di Ghiaia, dove gli avean detto che forse vi avrebbero trovato qui. La mia came- 
riera soggiunse che quel miserello si pose a piangere quando seppe che non era- 
vate qui ; sembrava afflittissimo e stanco a morte, perocché avea fatto tanto cam- 
mino a piedi, e diceva di esser partito nientemeno che da una strada lontana lon- 
tana, se ben ai ricordo, da 8. Maria degli Angeli alle Croci, vicino al Real Albergo 
dei poveri! 

Queste ultime parole agghiacciarono il cuore di Daniele. Emma sapeva ormai 
la dimora di Lucia I Un'orma era segnata per discoprire il tutto! Daniele si morse 
le labbra; i suoi occhi gittavano veleno di collera. 

— Intrighi, bugie, Duchessina; nulla di vero di quanto asserì quel fanciullo, 
al quale era stata forse insegnata una parte par commuovere la geht e di questa 
casa e carpirvi del danaro. Bricconi di pitocchi! Ei bisogna far cacciare dai vo- 
stri servi quel fanciullo, se si presenta di bel nuovo, o qualunque altro che ven- 
ga in nome di questa intrigante avventuriera; i loro piedi brutterebbero la vostra 
casa; le loro parole contaminerebbero gli orecchi della vostra gente. Non mi far- 
rebbe maraviglia se ardisse venir qui la stessa Lucia Fritzheim! Oh! Duchessina, 
ella ingannerebbe i più astuti. Se vedeste che sembiante d'innocenza! Che modi 
ingenui propri di un cuore gentile e virtuoso! Ma or siete avvertita, e ora non 
darete nella pania, siccome non vi cascheranno i vostri servi. Ma che dico! Ei 
bisogna, vi ripeto, ei bisogna far cacciar costoro senz'ascoltarli! Oh se vostro pa- 
dre o vostra madre sapessero che donna è cotesta Lucia Fritzheim, non sapreb- 
bero abbastanza rammaricarsi che voi abbiate conservato un suo biglietto. 

— Ma io ignoravo tutto ciò, disse la fanciulla, vagamente colorandosi nel 
volto. 

— Abbastanza ci siamo occupati di questa sciagurata. Che il suo nome non 
contamini più le vostre labbra, Duchessina, fatemi l'onore di credere che né il 
mio cuore ne il mio pensiero scendono tanto giù. 

Sul sembiante di Daniele eran dipinti il dispetto, la collera, il livore. Emma 
credette scorgervi un sentimento di giusto sdegno. 

— Dite bene maestro, non parliamone più di ciò. Non potete credere come 
mi fa male il sentire certe cose. Oh che brutta cosa è la menzogna, l'ipocrisia, 
il tradimento! • 

Daniele stravolse gli occhi come se avesse avuto sul capo un colpo di mazza. 



IL MIO CADAVERE 



37 



Per buona ventura, Emma noi guardò in quel momento, dappoiché area di bel 
nuovo spiegata sul leggìo del piano-forte la prima pagina della ballata spagnuola. 
— Voi dunque, maestro, m'incorraggiate a cantare questa ballata sabato sera 

Maestro e scolara. 




(n. 6) Ammiratore! duchessina? e chi non è vostro ammiratore? Dategli piuttosto un 
altro titolo (pag. 34) 



da Lady Boston ? 

— Se v'incoraggio, Duchessina. Che cosa volete ch'io vi dica? Voi la cante- 
rete, se vi piace, e se l'avete promessa a quella raguuata e al visconte di Bois- 
rouge; voi la canterete e farete impazzire tutti quei signori. Ma per me, voi lo 
sapete, io vorrei che voi non cantaste giammai nelle ragunate. . . Io sono geloso, 
Duchessina. 

— Geloso! esclamò la giovinetta sorridendo. 

— SI, geloso; o per dir, meglio egoista. Vorrei sentirvi io solo; vorrei che nessun 



46 - F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cent. 5 



Disp. 6 



38 FRANCESCO MASTRIANI 

altr o provasse quella gioia ch'io provo nell'ascoltarvi. Io so bene, Emma, che 
nessu n può in quei momenti sentir quello che sento io; ma pure, allora che gitto uno 
sguardo sul circolo de' vostri uditori, e veggo i loro volti infiammati, i loro occhi 
scintillanti, indovino i palpiti dei loro cuori, a me pare che debbano adorarvi 
siccome....~siccome si adorano gli angioli come voi. 

Daniele non disse siccome vi adoro io, ma Emma il comprese e sorrise. 
'^ Da molto tempo la giovinetta bì era accorta dell'amore di Daniele per lei, e 
ne gioiva. Daniele era per lei una vittimi ch'ella attaccava al carro dei suoi 
continui trionfi, e cui si] compiaceva di turbare. 

— Sempre cortese e 1 galante è il vostro linguaggio, maestro. Se non sapessi 
che siete sincero, vi crederei adulatore... 

Dopo qualche minuto di silenzio, Emma riprese: 

— Avrò un un bel coraggio sabato sera per pormi a cantare. Sapete chi 
canterà da Lady Boston? 

— Chiunque altro non potrà che sfigurare al vostro paragone. 

— Anche se quest'altro o quest'altra fosse la signora Pasta? 

— Ebbene, anche la signora Pasta non potrebbe stare che in seconda riga a 
petto 'vostro, Duchessina. 

fiW& — Oh! oh! convenite che questo è troppo. La signora Pasta è la prima can- 
tante che oggi sia in Italia. 

— Non niego il suo merito, ma guai a lei, vi ripeto, se voi calcaste le scene 
per una sola sera! 

— Tregua ai complimenti signor maestro, e permettete ch'io vi domandi che 
cosa canterete voi ; ricordatevi che sabato scorso prommetteste di farvi udire, e 
sarebbe scortesia il mancare. 

— Io non mancherò; ho promesso di cantare.... e canterò per la prima volta 
in casa di Lady Boston. 

— Vi hanno ammirato come esimio suonatore; avranno agio di ammirarvi co- 
me esimio cantante. Qhe pezzo canterete? 

— Un pezzo di mio componimento: farete le grandi maraviglie se vi dirò 
che anch'io ho composte le parole di questo pezzo. 

— Davvero! sclamò la giovinetta, ecco che ogni giorno discopro in voi nuovi 
pregi e novelle doti, non sapevo che foste anche poeta. 

— Duchessina, quando si ha nel cuore una profonda passione, si diviene 
poeta senza volerlo. 

Emma chinò gli occhi sulla tastiera; e fingendo spensieratezza, soggiunse: 

— Eie una romanza quella che avete composta? 

— Non so quello che è: soltanto so che le parole e la musica sono esa- 
late dalle profondità dell'anima mia. 

— Almeno avete dato un titolo a questo vostro componimento? 

— Sì, Duchessina, il titolo è Un colpevole amore. 

— Perchè colpevole? dimandò la fanciulla. 

— Perchè è colpa in me l'amare; ei mi fa d'uopo idolatrare. 
Emma si alzò e sorridendo disse a Daniele : 

— Sedetevi qui, signor maestro, e fatemi udire il vostro colpevole amore. 

lì giovane si sentì profondamente umiliato da questa specie di sottile e bef- 
farda ironia. 

— Non posso, Duchessina: in questo momento ci è troppa differenza e troppa 
distanza tra le nostre anime perchè voi possiate appieno gustare il mio componi- 



IL MIO CADAVERE 39 



mento: l'anima mia è trista, assai trista, e la vostra è gaia, sorridente, felice. Non 
pertanto, poiché lo volete, io canterò, vi farò sentire il mio componimento e aspet- 
terò dal vostro labbro la mia sentenza., cioè se potrò arrischiarmi a cantarlo da 
Lady Boston. 

Daniele si sedè al piano-forte e cantò la seguente romanza : 

Ah! non mai, non mai saprete 
Del mio amor qual'è l'oggetto, 
Se anche un regno mi darete, 
Non sarà ch'io v'apra il cor. 

Resterà sepolto in petto 

Il segreto del mio amor. 
Muto il labbro non si affida 
Rivelarla fiamma ascosa; 
Sia ch'io pianga, sia ch'io rida, 
Chiuso è a tutti il mio penar; 

Che a sé stesso il cor non osa 

La sua colpa confessar. 
Se colei che m'innamora 
Semplicetta a me sorride, 
Il mio volto si scolora, 
E l'incendio in me si fa; 

Ma l'arcano che mi uccide 

Ella stessa ignorerà. 
Come è nato l'amor mio, 
Quale ha speme non so dire; 
Ardentissimo un desio 
Sol mi va rodendo il sen. 

Ah potessi nel morire 

Quanto io l'amo dirle almen! 

Daniele avea cantata questa romanza con tale accento di disperata passione 
che Emma non potè nascondere il suo turbamento. Il giovine avea una bellissima 
voce di baritono, al che si aggiungeva un modo di cantare così perfetto e tant'arte 
che il suo canto innamorava. Pensate quale e quanta espressione fu da lui posta 
questa fiata nel ^ezzo di musica, in cui ritratto avea le sofferenze del proprio cuore. 

— Magnifico! sublime! esclamò la fanciulla; voi sarete l'eroe della serata di 
sabato; ma badate che tutti useranno l'indiscrezione di chiedervi il nome dell'og- 
getto da voi amato. 

— Indarno il chiederanno, Duchessina. 

— Ebbene, maestro, ditemi la sola lettera iniziale del suo nome ; ditela a me 
sola, vi prometto che non lo paleserò a nessuno. 

— Che mi chiedete, Duchessina! 

— La sola lettera iniziale; pensate ch'egli è impossibile conoscere un nome 
da una lettera. . 

— Ebbene io vi dirò una lettera del suo nome e vel lascerò indovinare; ma 
allora peserà su voi la responsabilità del mio segreto discoperto. 

— Dite dunque. 

Daniele trasse di tasca una piccola matita e con mano tremante segnò sulla 
carta di musica della sua romanza la lettera M. 

— Ah! indovino, esclamò l'astuta giovinetta per torturare l'amante, e quasi 
che non avesse compreso che questa lettera M era tutto il proprio nome; indo- 
vino di che si tratta; voi amate Lady Maria Boston: avete ragione di aver inti- 
tolato la vostra romanza un colpevole amore, perchè questa donna è maritata. 



40 FRANCESCO MASTRIAN1 



Daniele pallidissimo e turbato stava per # rispondere quando si presentò nel 
salotto la Duchessa di Gonzalvo madre di Emma. La lezione cessò, e la conver- 
sazione si aggirò su cose indifferenti. 



III. 

Due amici di Daniele. 

Daniele tornando a casa era in uno stato che facea paura; si sentiva umi- 
liato agli occhi suoi stessi in quella specie d'indifferenza con cui era trattato da 
Emma: il suo amor proprio, la sua vanità, la sua passione, tutto era ferito, ulce- 
rato nell'anima sua — Durante il cammino dal palazzo S .'.... alla Riviera di Chiaia 
parea demente, parlava solo, urtava tutti, prendeva una strada per un' altra. 

— Questo tormento non può durare, diceva tra sé stralunando gli occhi e 
gesteggiando come un attore che reciti un monologo violento — no, non può du- 
rare; io mi ucciderò se Emma non corrisponderà al mio amore... Bisogna ch'io 
me le dichiari apertamente... Allora vedremo, se potrà sfuggire destramente alle 
mie dichiarazioni... se ella è ricca, noi potrò anche io diventare? Non è questa 
l'ardente speranza della mia vita? Non gitto sudori, non mi ammazzo forse per 
acquistare un po' d'oro ? D'altra parte, che bisogno ha ella di sposare un ricco, 
quando ha tante ricchezze?... La sua mano farà ricco l'uomo ch'ella sposerà. La 
sua nobiltàl Ecco... ecco l'ostacolo di ferro, impossibile a sormontare,.. Eppure, chi 
sa! se io giungessi ad innamorarla di me; se ella mi amasse, i suoi genitori fa- 
rebbero la volontà di lei... Potrei sperare... Oh! perchè ho conosciuto questa donna? 
La mia salute deteriora ogni giorno: ho abbandonato tutti i miei amici, tutte 
quelle famiglie che avrebbero potuto essermi utili... Non è possibile ch'io viva 
con tal serpe nell'anima: bisogna finirla; o Emma sarà mia, o io mi ucciderò, 
o ucciderò lei, perocché non potrei sopportar l'idea che un altro la possedesse !. . 
No, non è possibile che io mi strugga a tal modo; io le aprirò il mio cuore, 
mi getterò alle sue ginocchia, implorerò l'amore suo e la pregherò che mi dia 
la morte. 

Così parlando il forsennato era giunto alla sua abitazione. Nell'entrar che 
fece nel suo salottino, trovò sdraiati presso il caminetto il Marchesino Gustavo 
che leggeva, e un altro giovine suo^ amico, per nome Stefanello, anche di no- 
bil famiglia. 

Daniele aveva invitato a pranzo questi due amici. 

— Oh, bravo, maestro ! farsi aspettare un'ora, è proprio dell'ultima ele- 
ganza! disse il Marchesino, gittando le sue lunghe due gambe sovra un'altra 
poltrona che gli stava di contro. 

— Perdono, amici miei, ho avuto certi impacci per le mani : ben sapete 
le seccature annesse alla mia professione. 

— Che hai ? ti veggo in fronte una cera lunatica, alla Jacopo Ortis : che ti 
è accaduto? 

— Niente... propriamente niente; ho lavorato molto, sono stanco. 

— Non me la darai ad intendere, discolo di prima forza, riprese il Marche- 
sino, qui ci è s tto roba femminile... Un tradimento, eh? Buffoneria l'accuorarsi 
per le donne... Ma già alla tua età si crede ancora a quelle pappolate di fedeltà, 



IL MIO CADAVERE 41 



di costanza, di amore eterno, di un tugurio ma con lui, e a tante altre graziose 
parole di questo conio, belle invenzioni del secolo passato, ma che ora sono ran- 
cide e uscite di moda come madame Colbran... Ricordati che 

Femmina è cosa mobil per natura; 
Solca nelle onde, e nelle arene sémina 
Chi pone sue speranze in cor di femmina. 

Ecco per esempio, quando tu sei venuto, io stava leggendo questo vecchio 
fascicolo dell'Utile Passatempo. Ascolta questo aneddotuccio : ■ Veniva consigliato 
" un padre di aspettare che suo figlio fosse più saggio per dargli moglie. Il vo- 
■ stro consiglio, rispose, non mi pare troppo buono, poiché se mio figlio diventa 
u saggio, temo che più non si abbia ad ammogliare. „ 

Mentre il Marchesino era intento a leggere. Daniele distratto e visibilmente 
contrariato dalle parole dei signorotti, andava lasciando in sul tondo del salot- 
tino quegli oggetti che soglionsi portare addosso nell'uscir di casa, come orologio, 
borsellino, denaro, portafogli, guanti ed altri simiglianti amminicoli di acconciatura. 

Il Marchesino Guatavo era un giovine d'un trent'anni o più, faccia comune e 
volgare, tagliata nel mezzo da due mus tacchetti incerati, e terminato da un me- 
schino gruppetto di peli in sul mento. Il suo vestito consisteva in un soprabito per 
mattino con altissimo bavero secondo la moda di quel tempo, in un corpetto di 
Casimiro a corazza, in calzoni alla cosacca a righe. I suoi capelli eran folti e ric- 
ciuti. Essere delia specie più comune, questo individuo non aveva altro pensiero, 
altra occupazione, altra cura che di ammazzare il tempo, secondo il linguaggio di 
simil razza di gente. Un buon pranzo o una buona cena era l'apogeo della sua poesia. 

Un poco più ci piace dilungarci sul ritratto di Stefanello, offrendo questi un 
tipo curioso ed una specialità sociale che è andata sempre più crescendo co^li anni 
e che ora ammorba la nostra società. 

Questo tipo terribile da' francesi chiamato fat, dagl'inglesi ironicamente beau, 
e una specie di ssrpe da' guanti bianchi che striscia su i mattoni incerati de' sa- 
lotti. Non credete però ch'ei sia terribile pel fascino irresistibile dello sguardo, ma 
perchè morde leccando, e le sue morsicature sono sempre mortali: un'arma pos- 
sente e omicida è per lui la parola. 

Entrate in una sala in cui sono molte dame e molti uomini, in cui si balli 
o si conversi, siete certo di trovare quest'essere sdraiato sovra i cuscini di un ca- 
napè, con una mano lisciante i ben composti capelli, e con l'altra ficcata oziosa- 
mente nella tasca del calzone: vicino a lui per lo più siede un altro della medesima 
pasta, e discorrono sbadigliando di donne e di amori, di conquiste fatte e da fare, 
di buone fortune e di altre somiglianti materie. Quest'uomo innocentissimo di con- 
dotta è però da fuggire come un appestato, e da non ammettersi mai in propria 
casa: la sua smania è di credersi un Don Giovanni, un Lovelace, di ritenersi per un 
bel seduttore, mentre forse in vita sua non ebbe mai la buona ventura d' essere 
stato corrisposto in amore. Egli vi dirà spiattellatamente d'essere stato felici in 
namorato della vostra innamorata, e vel dirà con sogghigno amabile a fior di labbra, 
con una grazia tutta particolare, con una proprietà di vocaboli da trarre chiun- 
que in inganno. Voi aggiusterete fede alle sue parole; andrete in furore contro la 
vostra bella, contro tutte le donne; giurerete di abbandonarla, di non più vederla 
mentre quella poverina non avrà neanco guardato il nostro bellimbusto. 

Tutte le donne, niuna esclusa, appartengono di dritto a quest'uomo : egli le 
domina tutte, e la loro sorte dipende da una sua formidabile parola. Tapina 



42 FRANCESCO MASTRIANI 



quella fanciulla che per caso si trova a fissar lo sguardo su lui per qualche mo- 
mento : ella è pazzamente presa di lui ; tutto il mondo in un attimo il saprà. 

Quest'essere è facile a riconosce» si tra mille; pochi peli in faccia, vista corta, 
capelli lunghi ; il suo vestito è sempre ricercato alla moda, pieno di profumi. Suole 
egli eziandio portar sempre addosso un taccuino, nel quale sono rinchiuse una de- 
cina di letterine galanti ricevute da una decina di belle abbandonate da lui : non 
giureremmo che quelle lettere sieno autografe, anzi non vorremmo neppure asse- 
sire ; egli le mostra continuamente a' suoi amici : in altra taschetta del portafogli 
stanno poi certi altri bigliettini di suo pugno e senza indirizzo, i quaii tione sempre 
pronti per valersene all'uopo. 

Quest'ente così futile perchè leggiero, e nello stesso tempo non meno perico- 
loso per la stessa leggerezza, dovrebb'essere bandito dal grembo della società come 
un disturbatore della domestica quiete e un avvelenatore di cuori. 

Di tal natura per lo appunto era Stefanello. 

— Il marchesino ha ragione, disse questi zufolando tra i denti un motivo del 
Barbiere di Siviglia; il sentimentalismo è fuor di moda, n io caro maestro; fa come 
fo io, gitta la scintilla dell' ir cendio e passa. Per essere amato dalle donne è ne- 
cessario disprezzarle; io conto mille conquiste ottenute solo con quest'arma pos- 
sente del disprezzo. 

— Le vostre congetture sono erronee, amici, disse Daniele — il mio malu- 
more non proviene da donne; non sono tanto collegiale da rattristarmi per tanto. 

— E pure tu dimagrisci a vista come un innamorato morto, soggiunse il mar- 
chesino — non mangi più, non bevi più, non vieni più con noi alla Favorita la 
domenica. Che diascine ti coglie? 

— Non istò bene, amici miei, soffro cci nervi, ma spero di ricuperar ben pre- 
sto la sanità ed il buon umore. 

Uno scoppio di risa accolse queste parole. 

— Ah ! ah ! soffre coi nervi ! malattia alla moda, morbo generico e di buon 
tono 

— È probabile che soffra d'isterismo, riprese ridendo Stefanello. 

Daniele intanto avea lasciato sopra il canapè il suo piccolo mantello; e si era 
anch'egli gettato a sedere in mezzo a' suoi amici. Era in sul finir del mese di 
novembre. 

Il caminetto era acceso, perocché il tempo era secco e freddo. Si aspettava 
che il pranzo fosse servito. 

— Scommetto che non hai udita mai la Nióbe del Pacini, disse il Marchesino 
agitando i pezzi di legno del caminetto. 

— Oh! l'ho udita tre volte, rispose Daniele, e sempre con ugual piacere; è 
un'opera magnifica. 

— La Pasta è inarrivabile nella sua parte, esclamò Stefanello appoggiando le 
spalle al davanzale del caminetto; ella è un prodigio ! Che anima e che arte ! Come 
ha indovinato lo spirito del suo canto! Nel suo duetto con la Unger strappa il 
cuore degli spettatori ! 

— Già tu sei uno dei più teneri ammiratori di questa prima donna, osservò 
il Marchesino; ci è da scommettere ch'ella è presa pazzamente di te. 

— Oh ! non parliam di questo, soggiunse lo spezzacuori con lieve sorriso di 
triónfo, ne ho veduto a cascar ben altre ai miei piedi, e che bellezze ! Io sono ri- 
stucco del genere teatrale; son fortezze troppo facili a essere espugnate. 

— Via, via, sappiamo di che sei capace, gran seduttore, tornò a dire il Mar- 



Il MIO CADAVERE 43 



chesino... E certo impertanto che le lodi alla Pasta nella tua bocca diventano 
sospette. Già il teatro S. Carlo è divenuto per quest'attrice un campo di guelfi e 
ghibellini. Per me dico, e mi richiamo al parere del mio professore qui presente, 
che la Pasta, quando si abbandona agl'impulsi della sua natura, è grande, è sor- 
prendente; ma che casca talvolta nell'esagerato per ispirito d'imitazi«ne. Riguardo 
poi al suo canto, è indubitato che nei suoi passaggi dai toni ;<ravi ai medii ella 
non pone molta facilità e pieghevolezza. Non è vero, maestro? 

Daniele, a cui quest'ultima interrogazione era diretta, si contentò di dare un 
segno affermativo col capo. Egli non era uscito dalla sua pensierosa eencentrazione. 

Intanto i due coavitati di Daniele incominciavano a trovar troppo lungo l'in- 
dugio del pranzo; aveano già consumato parecchi sigari par ciascuno; aveano in 
gran parte esaurito tutti i futili subbietti di conversazione; si posero però a pas- 
seggiare smaniosi pel salottino. 

— Il tuo cuoco è un carnefice questa mattina, osservò il Marohesino. 

— Ci vorrà dare un pranzo al tutto diplomat'co il nostro Daniele, disse Ste- 
fanello, ed ecco perchè ci farà attendere fino alle 'cinque. 

— Sta benissimo, riprese il primo, e mentre egli si ostina nel suo taciturno 
sentimentalismo, noi ridurremo in cenere un altro sigaro. 

Il Marchesino cavò di tasca un elegante portasigari, ne cacciò un tubetto di 
foglie americane e si cose in cerca d'un pezzo di carta per accenderlo. 

— Oh! una lettera non aperta! esclamò egli mettendo le mai addosso alla let- 
tera di Lucia Friatheim che Daniele avea gittato in sul tondo in uno cogli altri 
oggetti ch'erasi tolti di tasca. 

Daniele si ricordò di quella lettera e corse per istrapparla dalle jnaii del suo 
amico, ma questi ne avea già letto l'indirizzo ed il nome di colei che la scriveva. 

— L'ho trovata ! L'ho trovata ! esclamava il Marchesino in aria di trionfo, e 
saltando sopra una sedia per non farsi carpire il suo V Ottino ; qui ita l' affare : 
leggasi. 

Anche Stefanello si era messo dalla parte del Marchesino per Utpedire a Da- 
niele di toccar la lettera. 

Ebbe luogo ima lotta furiosa. Daniele si dibatteva come un le«ie per non far 
leggere la lettera che avrebbe potuto discoprire le sue relazioni colla famiglia dello 
stradiere ; ma egli era uno contro due e non pot va a lungo durar* nel conflitto. 
Gli riuscì pertanto di afferrar la lettera, la quale fu lacerata in due parti, di cui 
una restò nelle mani de' due amici e uu'altra in quelle di Daniele. Questi si af- 
frettò di gittare nelle fiamme del caminetto quel pezzo che gli era rimasto nelle 
mani. 

Gli altri due lessero il seguente moncherino di lettera : 

■ Daniele, Daniele mio, 
Corre già il quarto mese che mi hai ab 
giorni ora per ora, minuto per min 
sun rimprovero ; sono rassegnata alla 
altra.... Iddio ti renda felice.... Io sto m 
disse aver pietà di me togliendomi 
divenga lo sposo di un' altra. Il med 
Ambrogio ch'io entro nel primo grado di ti 
intorno al mio letto essi mi credevano 
ti ho amato, Daniele, e quanta ti am 



44 FRANCESCO MASTRIANI 



più non sarò su questa terra. Io ti sciol 
ti perdono la morte che mi dai. Soltan 
prima parola di amore che ci scamb 
che non abbandoni la mia infelice famig 
i miei fratelli e soprattutto che non 
per quella povera creatura di Uccel 
sarai felice a fianco della don 
Addio... addio... per sempre 
parlar di me che un'altra sola v 
per caso annunziata la mia mor 
giorno della tua vita, siccome il dì 
stato per me il più felice... ad 
Daniele, Daniele mio... Lucia „. 

Non avevano il March esino e Stefanello terminato di leggere questi brani di lettera, 
di cui ogni parola avea fatto tremare il cuor di Daniele per tema che non vi si tro- 
vasse qualche inattesa rivelazione, quando il servo, presentatosi sull'uscio del 
salotto, disse: 

— Il pranzo è all'ordine, signori. 

I due amici rimisero tra il fumo delle vivande e tra i prelibati vini il fare 
i loro commenti sulla lettera singolare che aveano discoperta. 



IV. 

La serata di Lady Boston. 

Lady Mary Boston era una delle più ricche e festose inglesi che dimorassero 
in Napoli in quel tempo. Figlia e sposa di Pari d'Inghilterra, giovane e bella, que- 
sta donna sapeva godersi la vita. Ella avea comprato una casa in sulla Riviera 
di Chiaia in cui veniva a passare la stagione dei balli e delle feste. Nell'està ri- 
tornava a Londra, dov'era aspettata con premura da quell'aristocrazia che ritro- 
vava nei salotti della vaga Lady le più efficaci e dilettose distrazioni alle cure 
della politica a dei pubblici negozii. 

Incominciando dal mese di novembre, ogni sabato Lady Boston riuniva nelle 
sue splendide mura quanti uomini e donne illustri erano in Napoli, di ogni favella 
e di ogni classe, purché la celebrità fosse il titolo d'introduzione appo lei. Gli 
scienziati, gli uomini di lettere, gli artisti più ragguardevoli trovavano generoso 
e nobile accoglimento in quella casa, eh' era benanche il ritrovo di tutta la no- 
biltà europea. 

Walter Scott, Chateaubriand, Bulwer e altri mille colossi della letteratura 
inglese, francese e italiana erano venuti a visitare le sale della celebre Lady Boston, 
e vi si erano intrattenuti in qualche sabato a sera. 

E' superfluo il dire che il fiore de' cantanti erano invitati, come tutti gli altri, 
a queste periodiche riunioni colla solita e semplice formola di: 

Lady Mary Boston à Vhonneur de prevenir Mr. N. N. qu'éUe est chez elle tous 
les samedis a 8 heures du soir — Riviera di Chiaia — Palais P. 

La magnificenza degli addobbi e dell' illuminazione, il lusso delle credenze, 
l'ordine e la disposizione del divertimento, la scelta degl'invitati e la estrema eie- 



IL MIO CADAVERE 



45 



ganza degli abbigliamenti avean fatto la rinomanza europea delle serate di Lady 
Boston; tantoché a Londra , a Parigi, a Milano se ne discorreva ; e i nobili di 
queste capitali traevano espressamente in Napoli per godere di queste serate. Lady 



Nelle sale di lady Boston. 




(n. 7) Emma entrava appoggiata al braccio di suo padre ; aveva al suo fianco 
il visconte, (pag. 46) 



Boston, non aveva che una sola rivale per isplendidezza di trattamento, ed era 
Madame A.... ma, secondo il giudizio degl' intenditori, costei perdeva nella lotta 
e non arrivò mai a levarsi a quel grido cui pervenne la britanna. 

L'inverno dell'anno 1826-27, comechè turbato da frequenti uragani e da pioggie 
continue, fu al certo uno dei più brillanti e animati che rallegrassero la nostra 
Napoli. L' affluenza dei forestieri era grandissima. Il teatro S. Carlo nell' apogeo 
della sua gloria, diretto dal Nestore degl'impresari, dal Barbaja, formava la deli- 
zia del mondo musicale e il più gran vanto delle belle arti napoletane. Ogni sera 



47 - F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cbnt. 5 



Disp. 7 



46 FRANCESCO MASTRI ANI 



era un trionfo di compositori e di artisti ; ogni sera una fronda si aggiungeva 
alla corona di allori che cingeva le chiome di quegli artisti che sono fino ad oggi 
rimasti impareggiabili. 

E la serata del sabato, al quale abbiamo accennato nei precedenti capitoli, fu 
la più brillante di tutto l'inverno. 

" Due grandi artisti cantavano per l'ultima volta ne' salotti di Lady Boston 
prima di partire per Vienna, dov'erano scritturati, la Lalande e Lablache. Erano 
anche invitati a cantare la Pasta e Rubini. 

Non è a dira la folla che ingombrava i salotti d-dla nobile inglese, folla de- 
liziosa, spirante la gioia, il piacere, sussurrante parole dolcissime. 

Non ci arrischieremo a dipingere questa festa; ogni parola sarebbe dammeno 
del vero, ogni epiteto non sarebbe corrispondente, e ogni descrizione riescirebbe 
languidi e monca a petto della realtà ; lasciamola però interamente immaginare 
a' nostri lettori, contentandoci di dire che in quelle sale cosparse di luce: di pro- 
fumi, di diamanti, di fiori e di armonie conteaevansi meglio che mille persone, di 
cui ciascuna era una celebrità, un' illustrazione, una gloria, o al più poco un te- 
soro animato. Contrasto singolare facea colia splendidezza di quell'ostello un cielo 
tempestoso che batteva con onde di pioggia i cristalli di quei terrazzini. 

Le più lussuose ed eleganti acconciature sottoposti al più severo codice della 
moda di Parigi facevano vaga mostra di se L'età delle donne spariva sotto le 
mani degli abili pett'natori e delle sarte parigine: la bellezza, le grazie, la salute, 
l'amore erano dipinti in su tutti i volti, scolpiti su tutte le fronti. Un mormorio 
che si perdeva come un' onda di fila in fila, di crocchio in crocchio, di sala in 
sala, accoglieva l'entrare di ogni nuova arrivata; il suo nome, i suoi titoli, le sue 
relazioni ed i suoi amoii erano buccinati in un baleno e promulgati dappertutto. 
Il sorriso accoglieva tutti e la gioia gli aspettava. 

Ma un grido di ammirazione piuttosto che un mormorio passò di labbro in 
labbro, ed un lampo di gelosia sfolgorò negli sguardi di tutte le donne. 

Emma di Gonzalvo appariva nel gran salone. 

Ella entrava appoggiata al braccio del Duca suo padre: aveva al suo fianco 
il visconte di Boisrouge. La seguiva la Duchessa di Gonzalvo al braccio di un 
plenipotenziario straniero. 

Emma era stata in un attimo giudicata la più bella tra tutte quelle bellissime 
donne: ella era dunque la sovrana della danza. 

La sua acconciatura era tutto ciò che si può immaginare di più vago insie- 
me e di più semplice per una tal festa da ballo. I suoi capelli, ordinati in quel 
modo ingenuo e gentile addimandato in allora alla Vergine, erano coronati da un 
festone di rose in diamanti Contro la sconcia moda di quel tempo, Emma por- 
tava una veste di velo inglese la cui vita era bassa; onde le forme leggiadrissime 
di lei si disegnavano con tanta grazia e avvenenza, che questa novella ardita foggia 
di vestire incominciò da allora a bandire la moda delle vite alte e dei grandi 
scolli. Emma avea dunque dato il colpo mortale alla moda di Parigi. 

Era impossibile avvicinarla: un cerchio spessissimo di giovani avevano attor- 
niata questa dea, contendendosi una parola di lei, un sorriso, uno sguardo. Emma 
era andata a sedersi vicino alla madre : alla sua sinistra era seduto il Grande 
Ammiraglio Conte di L amicissimo del Duca di Gonzalvo. 

Non ancora si era dato principio al canto.... La tdblettes di ballo di Emma 
erano già ripiene d'inviti per le contradanze francesi e inglesi, e pel valser fran- 
cese e tedesco. • « 



IL MIO CADAVERE 47 



La conversazione era universale e animata nei diversi gruppi: gli uomini di- 
scorreano di politica, di arti, di cavalli e di cani ; le donne di mode e di amori. 
Le sale erano gremite di tanta gente che più non si dist'nguevano le persone. 

Di repente fu fatto silenzio in mezzo a' gruppi, e tutta la folla sparpagliata 
nelle numerose e vaste sale si agglomerò compatta, appo gli usci indorati del sa- 
lotto da canto. Madama Lalande apriva la serata colla cavatina della Olimpia 
del maestro napolitano Carlo Conti. 

La Lalande vien ricordata con amore tra le cultrici dell'arte melodrammatica: 
la sua voce argentina, robusta ed agile, il suo bel metodo di canto lasciarono sulle 
scene d' Italia e dell' estero non periture ricordanze. L' Accademia filarmonica di 
Bologna l'annoverava tra i suoi membri, siccome avea fatto della Colbran e della 
Giorgi, lodata da Pietro Giordani. 

Dopo madama Lalande, la celebre Pasta cantava coli' egregio tenore signor 
Winter il duetto tanto applaudito della Medea del Maestro Mayer. Gli applausi che 
interruppero a quando a quando questo pezzo, e che scoppiarono con violenza 
alla fine di esso, furono la più sincera espressione di quella soddisfazione che i 
due valenti artisti lasciavano negli animi de' loro uditori. 

La Pasta era di bella persona, di volto espressivo; i suoi occhi grandi e lo- 
quaci comandavano l'entusiasmo. In quella parte di Medea, non meno che nell'altra 
di Desdemona nell' Otello di Rossini, questa donna avea fatto gustare per la prima 
volta in sulle scene d' Italia il genere declamato, che oggi è venuto in tanta re- 
putazione e successo, benché a discapito del buon canto italiano. 

Luij»i Lablache, il colosso dei bassi, l'aitista modello, l'uomo dai polmoni di 
ferro, dal petto-cannone, dalla voce portentosa che facea tremar la volta di S. 
Carlo come il cuore dei suoi uditori, il cantante-atleta, numero unico nei secoli, 
il contempo; aneo di de Marini e il suo più illustre rivale melodrammatico; Luigi 
Lablache, gloria tutta nostra, il cantore delle opere di Rossini, in procinto di 
abbandonar Napoli pel Teatro italiano di Vienna^ si faceva udire in quel sabato a 
sera nella sala di Lady Boston coli' aria di Figaro nel Barbiere di Siviglia. 

Quando ebbe terminato di cantare, un solo uomo non aveva applaudito a fu- 
rore. Rincantucciato in un angolo della sala, egli piangea. 

Quest'uomo era Domenico Barbaja. 

La Pasta e Rubini cantarono poscia il duetto finale di Otello. Non mai questi 
due grandi artisti avean posto tanto fuoco e tanta verità nelle rispettive loro parti. 
Rubici era grande, inarrivabile, facea fremere e raccapricciare; la possente sua 
voce scuotea le fibre più recondite del cuore. Che dirassi Iella Pasta, che si tro- 
vava nel suo vero genere in quel canto di declamazione, in cui tanto ella si di- 
stingueva e che le avea fatto acquistare una riputaz : one superiore ad ogni elogio? 

Dopo questo duetto, il programma della serata annunziava un intervallo, che 
fu speso nei più lauti e delicati rinfreschi. 

Emma aprì la seconda parte della serata. Non è dicibile con quale ansia si 
udiva a cantare questa giovinetta, una delle poche dilettanti, che si ascoltavano 
da Lady Boston. Presso al piano-forte ov' ella cantava eran raccolti gli artisti 
da noi summenzionati e un grandissimo stuolo di ammiratori della bella andalusa. 

L' aria spagnuola fu cantata da lei con quelle grazie, con quell'accento, di 
cui abbiamo parlato altrove. Il suo canto fu coverto da rumorose esplosioni di 
applausi : si richiese la replica della ballata. 

Madama Lalande e la Pasta abbracciarono la giovanetta e la baciarono con 
tenerezza, e con trasporto. 



48 FRANCESCO MASTRIANI 



Per dieci minuti poi che il canto era cessato si udiva ancora il mormorio di 
sorpresa e di ammirazione che si prolungava in tutte le sale. 

Lablache e Rubini cantarono il duetto del Barbiere di Siviglia. Passeranno 
secoli prima che un' altra coppia di artisti pari a quella facoia udire un duetto 
simigliante a questo del Barbiere. 

Il giovine maestro Daniele de' Rimini dovea por termine alla parte cantabile 
della serata colla sua romanza, e con un pot-pourri sulla Nióbe del Paoini, la quale 
richiamava ogni sera gran folla di spettatori a S. Carlo. 

Daniele era pallidissimo ed agitato: ciò nulla di manco cantò la sua romanza 
con anima, con passione: mai la sua voce non era stata cosi forte e commovente: 
molti paragonarono le sue corde e le sue agilità a quelle di Tamburrini. 

Era la prima volta eh' egli veniva udito a cantare da Lady Boston: destò ma- 
raviglia, simpatia, riportò un vero trionfo. 

E quando le agilissime e portentose sue mani oprarono prodigi sai piano- 
forte, quando le più grandi malagevolezze furono da lui superate con queir ar- 
dimento, di cui si spaventa la mezzanità, Daniele diventò l' eroe della serata. 
Tutti bramarono di conoscerlo, di avvicinarlo; si dimandò del suo nome, delle 
sue relazioni, dei suoi parenti: i nobili più schifiltosi non isdegnarono di stringergli 
la mano, di profferirglisi. 

Le donne erano soggiogate, e guatavano il giovinotto maestro con un senti- 
mento d' ammirazione e di simpatia, dappoiché quella sua voce in cui trapelava 
una commozione profonda avea toccato tutt' i cuori. Il bel sesso cercava indovi- 
nare chi potesse essere V. oggetto del colpevole amore dell' esimio pianista, e già 
ivasi bisbisgliando nella sala il nome di Emma; perocché in un baleno si era sa- 
puto che la casa del Duca di Gonzalvo era quella che maggiormente era frequen- 
tata dal giovine maestro. Tutti gli occhi si portarono sulla figliuola del Duca, la 
quale si studiava di nascondere il suo turbamento con un'affettazione d'indifferenza 
e d'ilarità. 

Fu questo un bel momento per Daniele. La sua vanità era soddisfatta ! Negli 
occhi suoi, fìssi sopra Emma, lampeggiava il contento di essere a quel modo l'oggetto 

della universale attenzione Egli cercava intanto discoprire in sul sembiante della 

fanciulla un sintomo qualunque di propensione per lui. A mala pena rispondeva 
alle congratulazioni che se gli volgeano; a stento non si mostrava scortese e zotico. 

Stando a tal guisa con tutta l'anima sua alla vedetta di un' ombra di amore 
negli occhi di Emma, non si era accorto di un personaggio che gli si era appressato. 
Questi il chiamò per nome, e gli disse: 

— Permettete che aggiunga le mie alle congratulazioni che vi hanno fatto 
gli altri, signor Daniele. 

Udendo la voce di questo personaggio, Daniele fece un balzo sopra se stesso 
e imbiancò in volto come per morte veggendosi allato l' incognito straniero che 
recavagli in ogni fin di mese la polizza di ducati cinquanta. 

— Voi qui, signore ! sclamò attento Daniele. 

— Non temete di nulla; io non parlerò, ve ne fo solenne promessa. 

Lo straniero strinse la mano di Daniele che trovò febbricitante, e si allontanò 
dalla sala, per recarsi vicino al Duca di Gonzalvo, seduto ad una partita di whist. 
Il ballo cominciava. 



IL MIO CADAVERE 49 



V. 
Un milione. 

Il dì vegnente Daniele si alzò di buon mattino: non aveva chiuso gli occhi 
per un sol momento durante l'intera notte; un' idea fissa, un proponimento deci- 
sivo avealo tenuto desto ; egli volea finirla una volta per sempre collo stato di 
martirio nel quale si trovava. 

— ; Tra poche ore la mia sorte sarà decisa, diceva tra sé medesimo, sdraiato so- 
pra un seggiolone accoste al suo letto, e avvolto in ampia veste da camera ; tra 
poche ore io saprò se mi conviene nutrire qualche speranza di possedere Emma 

o se mi sarà d'uopo abbandonare questo paese e forse anche la vita Sento che 

non ho la forza di vivere senza di Emma Quel mio trionfo d' ieri tera non 

sembrò che avesse fatto la minima impressione su lei; mi rivolse soltanto alcune 
frasi gelate e comuni strappate dalla convenienza; parvemi anche più fredda verso 
di me; sembrava che mi evitasse, che poco mi avesse conosciuto..... Feci benissimo 
a non ballar mai con lei; se ella è superba e sdegnosa, io non lo sono meno di 
lei: se io sono povero e oscuro, non soffro di essere dispregiato da nessuno. 
Lasciai a tutti quegli effeminati giovanotti l'onore di contendersi un valser o una 
contradanza con lei: io non sono fatto per immischiarmi nelle folle, non mi accosto 
alla razza, degl' imbelli che pullulano in tutte .e sale; non mi soddisfa la mezza 

luce; a me bisogna o lo splendor del sole o le tenebre fitte Emma è per me 

il sole, la vita, la felicità O Emma o la morte Sì, questa mattina tutto do- 
vrà decidersi; ogni ulteriore indugio potrebbe nuocermi. 

Verso le undici del mattino dello stesso giorno, Daniele saliva le scale del pa- 
lazzo S... e si faceva annunziare al Duca di Gonzalvo. 

I domestici del Duca furono sorpresi di veder Daniele presentarsi di domenica 
e chieder del Duca, cui pochissime volte avea veduto. 

— Ho qualche cosa di segreto a comunicargli, disse Daniele al cameriere. 

— Tutta la famiglia è ancora in letto, rispose il cameriere — Se il signor 
maestro vuole aspettare, Sua Eccellenza non potrà indugiare a levarsi. 

— Aspetterò, soggiunse Dauiele. 

E si sedè in uno stanzino recondito del quartiere dove pel consueto il Duca 
ascoltava le persone che gli erano dirette per raccomandazioni, o che venivano 
a parlargli di negozii e di faccende particolari. 

In questo stanzino era un ritratto intero del Duca; quel ritratto era stato fatto 
ventitre anni fa, e quando il Duca non aveva che un 27 anni. 

Abbiam detto che pochissime volte Daniele avea veduto il Duca, vale a dire 
il giorno in cui venne presentato a costui qual maestro di Emma, e qualche altra 
volta nelle serate di Lady Boston dove il vedeva alla sfuggita; perocché il Duca 
raramente compariva nel gran salone da ballo o nel salotto da canto. Però Da- 
niele non aveva giammai avuto l'agio di affisare con attenzione le sembianze di 
questo personaggio. 

Quel ritratto colpì incontanente il giovin pianista: quello sguardo, quelle fat- 
tezze del volto, quei basettoni che a guisa di doppio fuso prostendevansi sul labbro 
superiore, e quel pizzo lungo e dritto che gli sendeva insino alla gala della ca- 



50 FRANCESCO MASTRIANI 



mi eia; quella faccia insomma non era nuova per Daniele : essa disegnavasi nella 
sua memoria come un riverbero di lontanissimo passato; ma dove, quando, ma come 
Daniele avea veduto quel personaggio? Non era possibile deciferare il tempo e il 
luogo. Un mondo di congetture formava il giovine; cercava di coordinare le sper- 
perate ricordanze della sua infanzia; si sforzava di diradare la nebbia onde si av- 
volgeva il passato, ma nel suo capo era una confusione spaventevole, un subbuglio 
di ricordi, di immagini, di sogni; cosicché di tutta la fatica ch'egli si dava non 
ricavava altro frutto che quello di rammentare aver veduto altrove il Duca di Gron- 
zalvo. Se non che la costui immagine si associava nella sua mente a quella di un 
altro uomo assai più bello e più giovine, di cui non conservava eziandio che un 
debolissimo ricordo. 

Il Duca di Gonzalvo avvolto in magnifica veste da camera entrava in quello 
studietto nel momento in cui Daniele era tutto e cogli occhi e col pensiero in sul 
ritratto del nobile spagnuolo. 

— Eccomi a voi signor de' Rimini, a che debbo attribuire il piacere di una 
vostra vieitaj? siete forse venuto a ricevere le m'e personali congratulazioni per 
la vostra somma valentìa nell'arte musicale? 

— Non pecco di tanta vanità, signor Duca. Ieri sera quei signori furono as- 
sai indulgenti verso di me, ed io debbo attribuire a mero incoraggiamento le lodi 
che si piacquero prodigalizzarmi. 

— Codesta modestia vi onora, signor de' Rimin?. Qual'è dunque il motivo che 
mi procura il piacere di vedervi questa mane? 

Il Duca di Gonzalvo si era seduto, Daniele mostrava nell'alterazione della 
sua fisonomia l'agitazione che il possedeva. 

— Signor Duca, incominciò il giovine lentamente e misurando le sue parole 
prima d'ogni altra cosa, perdonerete la mia indiscrezione se ardisco di domandarvi 
in qual paese è stato facto questo vostro magnifico ritratto. 

— Ah ! è un bel ritratto, n'è vero ? Benché io sia cangiato dagli anni, credo 
rassomigli ancora. 

— Perfettamente, signor Duca, e mi permetterete di dirvi che pochissima 
differenza vi è in oggi tra questo ritratto e il suo originale. 

— Cosi dicono tutti per lusingarmi, ma hanno un bel dire; ventitre anni non 
passano sulle spalle di un uomo senza lasciarvi un ricordo poco piacevole... Eb- 
bene, questa dipintura è stata fatta in Siviglia, in un sol giorno, da un abilissimo 
artista Italiano.... Oh! questo ritratto mi ricorda un'era tempestosissima della mia 
vita, mi ricorda sventure per le quali sanguina ancora il mio cuore. 

— Duolmi di aver ritoccate le vostre dolorose rimembranze, signor Duca; ma 
pure, ancorché dovessi arrecarvi dispiacimento, mi arrischierò a domandarvi se in 
Siviglia presso a poco nel tèmpo in cui fu fatta questa dipintura, voi non avevate 
un parente, un amico, che spesso frequentava la vostra casa, o in casa del quale 
voi traevate? 

Simigliante interrogazione fece rabbruscar la fronte del Duca, il quale guatò 
fisamente e con sospetto il suo interrogatore, e non rispose che dopo qualche 
momento r 

— Non so qual premura possiate avere, signor de' Rimini, a ricercarmi d'una 
cosa e d'un tempo ch'io vorrei dimenticare.... Non saprei rispondere con preci- 
sione a quello che mi richiedete... Nel 1803 io aveva molti amici ed un immenso 
numero di nemici, perocché il posto onorevole e Paltà carica civile ch'io avea 
ottenuto nella giovanile età di 27 anni mi aveano procacciato migliaia di gelosi 



il Mio cadavere 51 



ed invidi: in quell'anno per me cotanto funesto fai costretto di abbandonar Sivi 
glia dove la mia vita era mal sicura, essendo per infame tradimento caduto in 
sospetto al mio governo. La mia partenza fu così precipitata che appena ebbi il 
tempo di farmi ritrarre su quella tela e mandare il mio ritratto al Castello di 
Santiago, poco discosto da Siviglia, e dove dimorava la mia fidanzata, Isabella di 
Monreal, che ora è mia moglie. Nsssun'amico mi accompagnò nel triste viaggio, 
tranne un fedel domestico e mia sorella che volle seguirmi, non ostante le più 
vive rimostranze ch'io le feci, mettendole dinanzi agli occhi la malagevolezza ei 
pericoli del viaggio in sull'Atlantico e sovra un piceol legnetto commerciale. Ma 
ella rimaneva sola ed esposta forse alle persecuzioni dei miei nemici; sicché io 
stesso non potetti rifiutarmi a tali possenti ragioni, e meco la menai colà dove il 
destino chiamavala ad una serie d'irreparabili sventure. Saiagurata sorella !... Voi 
mi parlate di amici, signor de' Rmini ! Or bene, io n'ebbi due; uno che per in- 
vidia cercò di togliermi la vita civile, deiunziandomi come venduto a* nemici del 
mio paese, e che mi costringeva ad abbandonala la nativa mia terra; e un altro 
che mi offriva una splendida ospitalità e un asilo sulle frontiere della Francia, 
che mi abbracc : ava con effusione di cuore, per piantarci più tardi un coltello nel 
seno... Quest'uomo s'involò alla mia vendetta; io non l'Io più riveduto e il credo 
morto; almeno ne ho speranza, che se mi fosse dato di sapere dov'ei si asconde, 
andrei a trafiggerlo avvegnaché egli stesse all'estremità del mondo. 

Gli occhi del duca di Gonzaivo balenavano di furore ; due corde di fuoco 
erano state toccate nel profondo dell'anima sua, i due tradimenti che tuttavia gli 
amareggiavano la vita. Daniele si pentì di aver ridestato così fatte amare ricor- 
danze in quell'uomo irascibile : egli era disanimato per quello che formava Io sco- 
po principale della sua visita; ma era nel tempo stesso risolutissimo di por fine 
allo stato di sofferenze in cui lo gittavano l'amore, la gelosia, il desiderio d'in- 
grandirsi : pensò dunque di non frapporre più indugio alla dimanda che voleva 
fare al Duca. Lasciandogli però il tempo di calmarsi dalla collera, così parlò : 

— Perdono, signor Duca, mille volte perdono di essere stato io l'involontaria 
cagione di aver risvegliato in voi di tali tristi memorie: ri giuro che se avessi 
saputo dovervi cagionare il minimo dispiacimento, non avrei ardito dare sfogo ad 
una indiscreta curiosità... Ora, lo scopo della mia visita è tutt'altro, signor Duca : 
esso vi sorprenderà pel suo ardimento; ma la schietta probità del vostro animo 
estimerà la mia. Un vostro rifiuto non mi umilierà, dappoiché soltanto la colpa 
deve arrossire. 

— Di che si tratta? dimandò il Duca con serenità, poiché era ben lontano 
dal supporre quello che formava l'obbietto della dimanda di Daniele — Parlate 
con confidenza, signor de' Rimini, e siate sicuro di trovare in me un amico. 

— Ne sono sicurissimo, signor Duca, e ciò nonostante io temo, perchè troppo 
audace può sembrarvi la mia dimanda. 

— Parlate dunque, disse quegli con leggiera impazienza . 

— Ebbene, signor Duca, vi chiedo la mano di vostra figlia, rispose Daniele 
reso altero e sicuro dalla propria audacia. 

Il Duca di Gronzaivo si alzò per un moto di estrema sorpresa: il suo sguardo 
fulminò lo sguardo di Daniele, che fu costretto di chinar gli occhi. 

— Voi, signore! voi mi chiedete la mano di mia figlia! 

— Io, signor Duca. 

Il nobile spagnuolo dette una sonora spalmata sopra un tavolino di mogano 
che gli stava d'allato; il suo volto era acceso di sdegno. 



52 FRANCESCO MASTRIANI 



— Sono io caduto tanto giù da incoraggiare un simile insulto ! esclamò iu- 
ribondo. Il Duca di Gonzalvo non è più dunque che un essere della specie più 
comune ! il mio cognome è dunque quel che ci è di più plebeo e di più fangoso 
al mondo? Un maestro di musica vuole apparentarsi con me? un uomo che vive 
di salarii! Ma come? ma quando ho io incoraggiato simigliante audacia? Il Duca 
di Gonzalvo, uno de' più illustri nomi della Spagna, il sangue più nobile dell'An- 
dalusia, si fonderebbe col sangue della più mercenaria borghesia ! Ma è da senno 
che voi mi fate una tale proposta, signor mio? 

— Da senno, signor Duca, rispose Daniele, i 1 cui amor proprio ferito dalle 
aspre parole del nobile si era rialzato con orgoglio. 

— E quali sono, di grazia, i beni e i titoli che voi offrite per pretendere 
alla mano della Duchessina Emma di Gonzalvo? chiese il Duca con voce resa 
sempre più rauca per collera. 

— I titoli che vi presento, signor Duca, sono quelli di cui andar deve orgoglioso 
ogni uomo d'onore; essi non sono di quelli che 1' intrigo, l'ambizione, la vanità, 
la corruttela procacciano ad un nome, come una cornice d' oro ad una vana im- 
magine; i miei titoli sono quelli che nessun re può darmi o togliermi, i miei t'toli, 
signor Duca, sono quelli ch'io tramando a' miei figli e non già quelli che ricevo 
dai miei genitori; i miei titoli sono il genio e 1' onestà. In quanto a' miei beni, 
essi non han timore d'incendio, di terremoto o di confisca; i miei beni io li porto 
sulle punte delle mie dita... E se questi titoli e questi beni non sono di quelli che 
possono appagarvi, signor Duca, ve ne offro un altro che vale più di tutti gli onori 
accumulati sovra un nome : vi offro la mia giovinezza e 1' ardente fede che ho 
neir avvenire. 

Lo sguardo di Daniele balenava ; le sue guance erano infiammate ; egli era 
stato colpito nel più vivo dell'anima sua, nel suo amor proprio. Il Duca fu scosso 
dal carattere energico e ardito del giovine. 

— Attribuisco all' ardore della vostra giovinezza, rispose questi meno sdegno- 
samente, la stolta speranza che vi ha illuso, e perdono alla vostra fanciullezza l'au- 
dacia delle vostre parole ; ma comprenderete che io dovrò privarmi del piacere di 
più ricevervi in mia casa. Provvedere per un altro maestro a mia figlia, e non 
commetterò novellamente l'imprudenza di porle a fianco un giovanotto. Spero che 
non abbiate fatto trasparire minimamente ad Emma cotesta follìa che vi è sorta 
nel cervello. 

— Sicché voi, signor Duca, mi ricusate per vostro genero ? 

— Non avreste giammai dovuto concepire sì chimerica speranza, rispose il 
Duca in atto di accommiatare il giovine. Ciò per altro non toglie ch'io avrò sempre 
per voi quella benevolenza di cui spero vi renderete più degno rinunziando fi- 
nanche alla ricordanza di una tale insensata proposta. Avrò cura di farvi perve- 
nire al vostro domicilio gli onorarii ch8 vi sono dovuti per le lezioni a mia figlia. 

Il Duca si accingeva ad abbandonare quella conversazione. 

— Un momento, signore, di grazia, un momento. Degnatevi di ascoltarmi 
pochi altri minuti, e poscia ci saremo separati per qualche tempo. 

— ©he avete ancora a dirmi ? 

— Poche altre parole, signor Duca. Dareste voi vostra figlia ad un uomo 
che le recasse una fortuna considerabile ? 

— E che non avesse altro titolo che quello di esser ricco? chiese il Duca. 

— Sì, signore, soggiunse Daniele, ricco, solamente ricco. 

— Ebbene, rispose il Duca, se quest'uomo fosse un milionario, io lo pre- 



IL MIO CADAVERE 



53 



ferirei certamente a spojo di mia figlia Un milione rappresenta dieci generazioni 
di nobiltà. Un milione è una potenza, è uno Stato, è una grandezza. 
— Un milione !!I disse cupamente Ecoraggiato il giovane pianista. 

Legittima difesa. 




(n. 8) Giù il portafogli signor Fritzheim, o il vostro cervello salterà in aria. (pag. li) 



— Ebbene, disse sorridendo il Duca avete voi da offrirmi un milione, signor 
de' Rimini? 

Daniele stette alcun poco in silenzio, indi rispose : 

— Tra due anni, signore, tra due anni forse... Mi date voi la vostra solenne 
parola di onore di aspettare due anni prima d'impegnare la sorte di vostra figlia? 

Il Duca guardò quasi trasognato; sospettò per un momento che il cervello di 
Daniele avesse dato di volta; ma sulle costui sembianze non appariva il minimo 
segno di alterazione mentale. 



48 — F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cent. 5 



Disp. 8 



54 FRANCESCO MASTRIANI 



— Voi dunque dite... 

— Che tra due anni io potrei offrirvi un milione. 

— Ed io vi aspetto, disse ridendo il Duca. 

— Sul vostro onore ? 

— Sul mio onore, soggiunse il Duca, sempre ridendo. 

— Ebbene , disse gravemente Daniele , oggi siamo al dì 17 dicembre 1826. 
Permettete ch« io me ne faccia un ricordo sovra un pezzo di carta. 

Sul tavolino era l'occorrente da scrivere 
Daniele segnò queste poche parole : 

Oggi, io Duca di Oonzalvo prometto sul mio onore a Daniele de' Mimini di non 
prender verun impegno di matrimonio per mia figlia Emma prima che spirino due anni 
dalla data di questo giorno — Napoli, 17 dicembre 1826. 

— Firmate, signor Duca, disse Daniele presentandogli la carta. 

Il Duca , dopo di aver titubato per qualche momento , guardò Daniele con 
sembianza di pietà, ed appose la sua firma a quella scritta, quasi per compassione 
dello stato di mente del giovane pianista. 

— Siete contento, signore ? dimandò il nobile sorridendo. 

— Contentissimo. A rivederci, signor Duca; a rivederci rei 1828. 
Daniele spariva. Il Duca, entrando nelle sue stanze, esclamava tra sé : 

— Povero Daniele! Chi lo avrebbe creduto! Egli è folle! 



VI. 

Un tentativo. 

Qual' era il proponimento di Daniele? In che modo sperava egli diventar 
milionario in due anni? Noi noi sapremo dire e forse egli medesimo non era ve- 
nuto ancora in nessuna deliberazione. Nei caratteri come il suo, le risoluzioni ven- 
gono sempre appresso agli atti di audacia; eglino non pensano che dopo il fatto. 

Daniele era andato dal Duca di Gonzalvo risoluto di fargli la proposta di 
aspettare qualche anno, sperando di accumulare in questo tempo una piccola for- 
tuna ; ma non avrebbe giammai potuto supporre che quegli avesse chiesto un mi 
lione. Una co«ì enorme dimanda che il Duca avea fatta quasi per burlarsi di lui 
non fece che esaltare e pizzicare la superbia del giovanotto, il quale, accettando 
quella proposta, avea inteso umiliare il nobile e dargli di se la più alta opiLione. 
Daniele era però fermo di ritornar milionario dal Duca di Gonzalvo o di rór fine 
a' propri giorni: egli aveva innanzi a sé due anni. 

Che cosa non si può fare in due anni? Quali e quanti avvenimenti non pos- 
sono accadere da mutare al postutto lo stato di un uomo ! Un avvenire di due 
anni nelle mani di un uomo della tempra di Daniele è un secolo, è un tesoro. 
Le anime volgari, gli uomini vegetali, le macchine a respirazione non veggono nel 
futuro che una scempia e materiale ripetizione degli stessi atti della vita, degli 
stessi abiti, dei medesimi noiosi e bassi godimenti sensuali, delle stesse miserie 
ed infermità; ma il genio, l'ardimento, l'elevatezza delle aspirazioni percorrono in 
un giorno il volgere di un anno, e in un anno il volgere di un secolo. Simiglianti 
all'aquila eh» fende le nubi e sfida i nembi e guarda all'altezza del sole, mentre 
la nottola e il gufo non sanno elevarsi una spanna della terra, gli uomini di ge- 
nio percorro»© colla vastità dei loro poderosi pensieri uno spazio immenso, mirano 



IL MIO CADAVERE 55 



all'universo come al solo campo dove prender debbono il volo: il tempo e la di- 
stanza, i due possenti nemici dell'umana attività, spariscono dinanzi alla forza mo- 
rale di questi uomini: la ricchezza, la gloria, il potere, le tre mete degli umani 
desideri, sono raggiunte soltanto de questi uomini, pei quali la creta onde sono 
impastati e le miserie attaccate alla vita sono un impaccio e non mai un ostacolo. 
I prodigi dell'industria umana non sono dovuti che alla eterna irrequietezza di 
questi uomini che non possono capire ne' loro materiali e mortali involucri. 

La prima cosa a cui Daniele pensò fu di provvedersi di passaporto per l'e- 
stero. Egli capiva che bisognava subitamente uscire dal proprio paese e porsi in 
una sfera di attività febbrile : bisognava visitar Parigi, Londra, Berlino, Vienna, 
valicare l'Atlantico e trasportarsi agli Stati-Uniti, a Nuova-York, a Washington, a 
Filadelfia. Il suo primo proponimento fu quello di dare accademia in tutt'i paesi 
che avrebbe percorsi, spendere in lezioni le ore del giorno e della notte, strin- 
gere amicizia colle più ricche e nobili famiglie. Oltre a ciò, egli avea deciso di 
vivere in que' due anni il più economicamente che gli fosse possibile, di non ispen- 
dere un soldo al di là di quello ch'era strettamente necessario: avea tutto calco- 
lato, tutto messo in bilancio; ma il risultamento dei suoi calcoli era scoraggiante 
dappoiché con tutto questo, al capo de' due anni, essendogli amica la fortuna e 
senza impreviste disgrazie, egli non si avrebb i trovato che una somma lontanis- 
sima dal milione. Ancora che avess j guadagnato mille scudi al giorno (il che era 
da porsi tra le più chimeriche speranze) non arrivava a compire l'orrenda cifra 
del milione. Ciò nondimeno egli era sicuro di ammassare una somma considera- 
bile; ma la sua alterigia si arrovellava all'idea di presentarsi al Duca di Gronzalvo, 
spirati due anni, senza quella cifra altissima, «he il nobile gli avea gittato in fac- 
cia quasi per ischernirlo ed umiliarlo. 

Daniele era deciso di affidarsi alla ventura, di abbandonarsi agli eventi, di 
trarre partito da tutto e da tutti: era fermo di abbracciare ogni traffico, ogni spe- 
culazione atta ad accrescere il suo peculio, di arrischiarsi anche al gioco della 
Borsa: si sentiva nel petto la ispirazione di diventar ricco: il pensiero di una 
viltà che sarebbe rimasto sepolto nelle più fitte tenebre non lo spaventava: tutto 
avrebbe sacrificato al piacere di presentarsi milionario al Duca di Gronzalvo e 
sposare quella superba di Emma. 

Egli avea deciso di partire al primo dell'anno 1827 : pochi giorni gli avan- 
zavano ch'ei spese in visite di congedo e in aggiustare le sue faccende; non volle 
più rivedere Emma: il sentimento di vanità e di orgoglio che in lui era superiore 
a quello dell'amore, cornandogli di allontanarsi da Napoli, senza riporre il piede 
iu quella casa, da cui il Duca di Gronzalvo i'avea formalmente espulso: egli non 
dovea più ritornarvi che milionario. Si contentò di mandare al Duca due righe 
in cui gli dava notizia della sua prossima partenza da Napoli. 

Alla vigilia della sua partenza, vale a dire al 31 dicembre di quell'anno 1826, 
Daniele ebbe la solita visita dello straniero che gli portava nell'ultimo giorno di 
ogni mese la polizza di cinquanta ducati. 

Alla visita di quest'uomo un ardito pensiero attraversò la mente di Daniele. 
Abbiam detto che o:mai questo giovine più non indietreggiava dinanzi a nessun 
ardimento, a nessuna sconvenienza, a nessuna bassezza : uno solo era lo scopo a 
cui dovea mirare, 1 \ ricchezza; qualunque mezzo era ottimo. 

Daniele fece entrare lo straniero nel suo studietto, di cui serrò l'uscio a dop- 
pio giro di chiave, ficcandosi questa in saccoccia: ebbe eziandio la precauzione 
di situarsi colle spalle al terrazzo che poteva offrire un facile scampo allo stra- 



56 FRANCESCO MASTRIANI 

1 ■ ■ 

ni ero. Dicemmo altrove che quel terrazzo rispondeva benanche nel salotto dov'era 
agevole raggiungere l'uscio della scala. 

Lo straniero fu sorpreso di questo insolito ricevimento fottogli dal giovane 
pianista, ma nessun segno di timore apparì sul suo sembiante affatto tranquillo e 
sorridente: il suo volto era al tutto privo di barba all'uso inglese. Egli rimase 
all'impiedi dirimpetto a Daniele, che si era comodamente rovesciato sopra una 
seggiola. 

— Piacciavi di sedervi, signore ; avrei qualche cosa da dirvi, cominciò Daniele 
visibilmente agitato. 

Lo straniero si sedè dopo aver lasciata la polizza in sulla scrivania del gio- 
vine, e disse seccamente : — Vi ascolto. 

— Io sono persuaso che mio padre o mia madre è quegli che vi manda da 
me ogni mese. 

Daniele aspettò invano una risposta ; lo straniero non aprì la bocca, ne fece 
segno alcuno, dal quale il giovine avesse potuto trarre la minima congettura ; 
sicché, dopo alcuni secondi, proseguì : 

— Chiunque si sia de' due, e in qualunque luogo si trovi, io sono arcideciso 
di andare a gittarmi nelle sue braccia : un padre o una madre non può aver la 
forza di respingere il proprio figliuolo. Voi mi darete l' indirizzo di questa persona 
che pensa alla mia sorte. 

— Fin dal primo momento eh' ebbi il piacere di conoscervi, mio Daniele, vi 
dissi che non avrei potuto rispondere a nessuna vostra interrogazione. 

— Ciò si vedrà, riprese Daniele : io sono risolutissimo di sapere il nome e 
l'indir. ? zzo della persona che provvede alla mia vita. Voi non avete il diritto di 
nasconderla alla mia riconoscenza. 

— E voi non avete il diritto d' interrogarmi, signor Dani de. 

— Se non ne ho il diritto, ne ho pertanto la forza, rispose il giovine ; voi 
non uscirete di questa casa, senz' avermi rivelato quanto vi chieggo. 

Lo straniero sorrise: neppur l'ombra della collera era nell'espressione del 
suo volto. 

— Mi permetterete di farvi considerare, bel giovinotto, che la ragione non vi 
assiste in quello che ora dite e in quel che pretendete di fare. Prima di tutto, sappiate 
una volta per sempre, e tenetelo bene a mente, ch'io non vi dirò niente, assolutamente 
niente, quando anche la vostra follìa vi spingesse ad assassinarmi ; se lo non parlo 
essendo vivo, pensate se potrò farlo essendo morto. Voi quindi non guadagnereste 
altro, uccidendomi, che passare alla Corte Criminale, ovvero rimanendo celato il vostro 
delitto, non otterreste altro che perdere i cinquanta ducati ch'io ho la bontà di recarvi 
in ogni fin di mese. Poi, vi fo riflettere che, ammesso ancora ch'io mi lasciassi sedurre 
dalle vostre parole o intimidire dalle vostre minacce, non mi costerebbe gran fa- 
tica l'inventare un personaggio e un sito, e liberarmi della vostra importunità man- 
dandovi ben lungi in cerca di un uomo che non trovereste giammai. Oltre a questo, 
sono nel dovere di dirvi che ogni passo che voi fareste per iscovrire il vostro 
benefattore vi farebbe perdere la costui benevolenza. Vi lascio da ultimo amiche- 
volmente considerare che io sono uno di qu?i pochi, pei quali voi siete sempre 
Daniele Fritzheim e non già Daniele de' Rimini, vale a dire eh' io conosco esser 
voi un trovatello : un atto di violenza che commettereste contro di me potrebbe 
spingermi a divulgare il segreto della vostra nascita. 

— Voi noi farete, o signore, interruppe vivamente Daniele, il quale vedea 
sfuggirsi di mano il colpo che avea meditato. 



IL MIO C ADA VER R 57 



— Io noi farò, sempre che voi vi comporterete meco da onesto galantuomo. 
Rinunziate ai pensiero di voler conoscere il vostro benefattore, e questi vi amerà 
dippiù ; e forse un giorno 

— Ebbene ? esclamò Daniele cui un lampo di speranza balenò negli occhi. 

— Ebbene 1 ehi sa ! forse un giorno egli slesso chiederà di voi. 

— Ma ditemi, ditemi, di grazia, signore, è egli ricco ? è egli nobile ? 

— Non m'interrogate : ben sapete che non posso rispondervi Ma il tempo 

stringe : abbiate la bontà di farmi la solita quietanza, dappoiché ho molte facende 
ancora da disbrigare. 

Daniele, con malissima voglia acoontentandosi delle ragioni addotte dallo stra- 
niero, si alzò e andò a scrivere la quietanza che consegnogli, dicendogli : 

— Eccovi, signore, la quietanza. E questa l'ultima volta che ci vedremo in 
questa casa e in Napoli. Domani io parto. 

— Lo so, rispose freddamente lo straniero. 

— Ah ! lo sapete ! E chi ve l'ha detto ? 

— Il Duca di Gonzalvo. 

— Egli stesso ! 

— Egli stesso, ripetè quegli come un' eco di Daniele. 

— Sicché voi, soggiunse questi, frequentate sovente la sua casa ? 

— Quasi ogni giorno. 

— Sie'e suo intrinseco ? 

— Intrinsechissimo. 

— E vedete spesso la Duchessina ? 

— • Non tanto : ella mi guarda con diffidenza, e sembra che mal vegga la mia 
presenza in casa del padre. 

Lo straniero si alzò per rompere a quel punto una conversazione ch'egli non 
aveva voglia di proseguire. 

— Indicatemi, signor Daniele, ripigliò questi, cacciando di tasca un portafogli, 
indicatemi il paese in cui bramate che vi capiti la polizza del mese venturo. 

— Pel mese venturo io sarò a Londra, rispose il giovine. 

Mentre lo straniero segnava colla matita alcune parole nel suo taccuino, Da- 
niele a cui era sorta nella mente un'idea subitanea, si slanciò sull'incognito e con 
mano vigorosa gli strappò il portafogli. 

— A tuo dispetto saprò chi tu sei e chi t'invia, gridò Daniele con occhio 
demente. In pari tempo suonò con forza un campanello e, aperto 1' uscio, gridò al 
soccorso. 

Il suo domestico accorse. 

— Liberatemi da quest'uomo, gridò Daniele in francese, ei vuole assassinarmi , 
vuole impadronirsi d< ì mio portafogli. 

Il servo si mosse per porre le mani addosso allo straniero, ma si vide appun- 
tate in sul volto le canne di due pistole. 

— Sciagurati, esclamò l' incognito senza il minimo segno di alterazione della 
fisonomia, un passo che diate verso di me vi costerà la vita. Giù il portafogli 
signor Fritzheim, o il vostro cervello salterà in aria. 

Non ci era da dubitar minimamente che lo straniero non avesse fatto seguire 
l'atto alla parola. Daniele gittò a terra il taccuino. 

L'incognito vi poae subitamente il pie sopra e comandò al servo di sgombrargli 
V uscio, tenendo sempre tutti e due a linea delle sue pistole. 

Il servo obbedì. Lo straniero intascò il portafogli. 



58 FRANCESCO MASTRIANI 



— Quest'atto insensato di violenza mi costringe a privarmi del piacere di 
rivedervi, signor Daniele. Avrò cura di farvi pervenire per altre mani la solita 
polizza che ora vi siete messo a grave rischio di perdere. 

Il domani, all'ora che Daniele si accingeva a salire nella diligenza per Roma, 
una donna, pallida ed emaciata dalle sofferenze, vestita miseramente, e tutta co- 
sparsa di lagrime, se gli fece incontro. 

— Lucia 1 ! esclamò Daniele stupefatto. 

— Ho voluto vederti per l'ultima volta, Daniele, rispose costei.... perdona.... 
io ti amo tanto ! 

Gli occhi di Daniele si bagnarono di lagrime. 

— Lucia!... Povera fanciulla!... odiami.... odiami.... io non merito l'amor tuo. 
In quale stato ti ho ridotta ! 

Daniele le strinse la mano. 

— Grazie, grazie, Daniele.... or son felice ! ti ho veduto, mi hai stretta la 
mano. . Dio ti benedica ! 

Daniele avrebbe voluto abbracciarla; il suo cuore era gonfio. Per la prima 
volta egli sentiva un'estrema tenerezza per quella giovinetta. 

— Lucia.... Lucia mia.. . 

Non potè proseguire, perocché il conduttore facea schioccare la frusta ; la di- 
ligenza era in sul punto di partire. 

— Addio.... addio, sorella mia, esclamò Daniele saltando in fretta sul monta- 
toio della carrozza. 

— Addio.... addio, Daniele, rispondea questa debolmente, perchè sentiasi venir 
manco ; il suo volto era addivenuto bianco come cera. 

Un uomo eri* corso a sorreggere la misera tra le sue braccia. 

Egli era Padre Ambrogio. 

Seduto nella diligenza che avea preso il galoppo, Daniele piangeva !' 



PARTE III. 



i. 

Un cavaliere del firmamento. 

Manheim è indubitabilmente una delle più belle città dell' Alemagna. Situata 
al confluente di due fiumi, il Neckar ed il Reno, e in sulla dritta sponda di que- 
st'ultimo, essa offre a' viaggiatori una delle viste più dilettose. Ameni giardini, nei 
quali furono convertiti gli antiahi bastioni distrutti dai francesi, circondano la sua 
torma ovale, a guisa di un vago mazzettino di fiori, nel cui mezzo pompeggiasi 
una gentil magnolia. Manheim, residenza di delizie del Gran-Duca di Baden città 
rivale di Carlsruhe, pulita, ben fabbricati», tranquilla, dalle larghe e belle strade, 
dalle case simmetriche come le idee nella testa di un tedesco, Manheim ricorda 
subitamente al forestiere che per la prima volta la visita i poemi di Goethe e i 
racconti di Hotfman e di Werther. 



IL MIO CADÀVERE 59 



Un filosofo che volesse passar la sua vita Ira i libri e le meditazioni non 
potrebbe scegliere in tutta la Germania un paese più acconcio allo studio. Le 
lunghe file di acacie che orlano i pubblici passeggi di questa città vi spargono 
un profumo soavissimo che dà all' anima freschezza di concepimenti e serenità 
di passioni. 

Situato in una delle più amene posizioni di questa famosa citta di Manheim, 
e interamente segregato dagli altri edificii, vedesi sbucciar da un gruppo di pog- 
getti di vign« un casinetto a pietre bianche e rosse, di gotica struttura ma di re- 
centi adorni: una villa pensile si prostende ai suoi piedi, dove la mattina in sul- 
'alba si raunano di numerose frotte di augelli, e v'intuonano un concerto di voci 
leggiadrissimo e tale che la mente d' un viaggiatore napolitano ritorna tosto con 
tenerezza a' siti incantati del suo paese, sviscerato amor di natura. Una cascatella 
artificiale e tortuosa, balzando sopra una scala di grotticelle e di nicchie di con- 
chiglie, si va a perdere in pioggia finissima, la quale, refratta da' raggi del soie 
rassembra in lontananza una sottil trama d' argento. Quel casinetto a due piani 
domina un' estesissima veduta del Reno e delle sue rive seminate di paesetti. 

Nulla di più vago, di più pittoresco, di più atto a molcere i sensi e l'anima 
quanto l'aspetto di quasto solitario ridotto della pace e della serenità. Lo sguardo 
vi si fissa con piacere, con amore e si addentra col pensiero nei vialetti di quella 
villa, nel fitto di quegli alberi dalle ombre più ristoranti , nel concavo di quegli 
scavi artific'osi, misteriosi ritrovi di amore, e nell'interno di quegli appartamenti 
freschi e leggiadri ne' quali la mente si figura un essere felice. 

Questo casino colle sue adiacenze viece addimandato il comprensorio di Schoene 
Aussicht (Belvedere). 

Ed in fatti , un essere privilegiato abitava da parecchi anni in quel remoto 
casinetto, che egli avea comprato con la villa e colle altre delizie circostanti. Era 
un Inglese, per quel che nel paese se ne diceva , benché taluni asserissero che 
ei fosse il Baronetto Edmondo Brighton, ed altri il Conte di Sierra Blonda. Quali 
il suo titolo ed il suo nome si fossero, gli è certo che sul conto di costui corre- 
vano le voci più contraddittorie, più assurde; e quantunque il proverbio dica 
vox populi vox Dei. ci era da giurare che niente di vero oonteneasi nelle dicerie 
degli abitanti di Manheim in sul proprietario di Schoene Aussicht. Come in fatti 
conciliare e sposar tra esse le voci che facevano a calci ? Come credere , per 
esempio , che questo personaggio fosse ad un tempo spagnuolo ed inglese ? che 
possedesse tanto danaro da potersi comprare tutta la città di Manheim , e che 
poi vivesse come il più modesto borghese? che fosse un uomo dedito agli studi 
ed alla meditazione , mentre si asseriva in pari tempo esser egli interamente ab- 
bandonato a' piaceri, ed averne fatte tante e poi tante in sua giovinezza da scan- 
dalizzare il nuovo ed il vecchio continente ? Chi diceva che il Baronetto aveva 
avuto niente meno che quattro mogli e quindici figli; chi giurava che quegli era 
celibe e che non avea figliuoli ; chi affermava esser vedovo, e la defunta moglie 
avergli portato in dote tant' oro da gittarne nel Reno : alcuni bisbigliavano sotto 
voce e in aria di mistero che il nuovo proprietario di Schoene Aussicht aveva av- 
velenata la moglie per isposare una bella andalusa. 

Ma egli è necessario deciferare il vero tra mezzo a tanto guazzabuglio di 
cose: noi però ci studieremo di dare al lettore sul nuovo personaggio che viene 
a prender posto nella nostra storia tutt' i ragguagli indispensabili per ben cono- 
scerlo e giudicarlo. 

Non eran discordi le opinioni sul titolo e sul nome del proprietario di Schoene 



60 FRANCESCO MASTRIANI 



Aussicht, dappoiché questi era nel medesimo tempo il Baronetto Edmondo-Isacco 
Brighton ed il Conte di Sierra Blonda. Aveva ereditato il primo titolo qual figliuolo 
cadetto d'una delle primarie famiglie di Yorkshire in Inglitterra, ed il secondo 
titolo gli era stato venduto assieme alle immense possessioni da lui acquistate nel 
mezzogiorno della Spagna, dove aveva dimorato per molti anni. Ed ecco in qualche 
modo accordate benanche le voci stravaganti eh' ei fosse ad un tempo inglese e 
spagnuolo, imperocché, se inglese era per nascita, era spagnuolo di adozione, 
avendo passata nella Spagna gran parte della sua vita. Ed era nel carattere e nelle 
fattezze di quest'uomo un singoiar miscuglio del sangue iberico e britannico ; a 
tutta la flemma inglese egli accoppiava le calde passioni degli Algarvi ; era ad un 
tempo il Don Juan di Byron e il Faust di Goethe. 

Nel tempo in cui lo presentiamo a' nostri lettori, il Baronetto non era più gio- 
vane, ma era ben lontano dall'essere vecchio ; di statura regolare, di giusta com- 
plessione e vigorosa : il suo volto, a metà coverto da densa e lunga barba, nella 
quale si scorgeano appena pochi fili di argento, era leggiermente colorato di quel 
vermiglio che annunzia un rigoglio di salute : i suoi occhi castagno cupo erano 
grandi e pregni di anima ; la sua testa era calva sul pendìo della fronte, e il 
resto del cranio era coverto anzi che nascosto da capelli rasi e monchi. Egli era 
in tutta l'estensione della parola, quel che dicesi un beli' uomo. 

Il Baronetto era stato nella sua giovinezza il modello della gentry fashion, 
vale a dire il più compito cavaliere : egli avea libato a centellini le delizie della 
vita. A simiglianza del Child-Harold, poi che ebbe sorvolato in tutta l'Europa e 
in gran parte l'America, egli avea fissato la sua dimora nella Spagna e propria- 
mente in quelle terre di fuoco, nell'Andalusia, dovè ogni cuore è un uleano. 
Qualche cosa del cielo di Africa è nel cielo della Spagna meridionale, che sembra 
quasi dar la mano alla terra dei Negri. Ci è tra l'Andalusia e 1' Africa uno stretto 
rapporto : quasi due sorelle strappale a viva forza dalle braccia l'una dell' altra, 
queste due terre par che si congiungano di soppiatto sotto il canale di Gibilterra. 
Il suolo, le acque, la coltura sono le stesse al di qua e al di là dello stretto : 
Ceuta è spagnuola come Cadice è africana. 

Il Baronetto avea comprata, nel cuor delle Algarve, siccome abbiam detto 
più sopra, una vasta tenuta addimandata di Sierra Blonda, imperocché situata a 
piedi di una montagna su cui era una rena biondissima. Questa Contea, abban- 
donata da secoli per l'aridità delle sue terre infuocate, era composta di casamenti, 
a metà bruciati nelle guerre moresche, e di grandi estensioni di terreno, dette 
despoblados (spopolati) nelle quali il pensiero si rattrista come nei deserti. Questa 
tenuta col titolo annesso era costata al Baronetto seicentomila pezzi duri. In tutta 
la Spagna egli era conosciuto ormai sotto il nome di Conte di Sierra Blonda. 
Quando, dopo lunga fatica, un uomo perviene alla cima della Montagna Bionda, 
e volge uno sguardo intorno a sé, l'anima sua è presa da spavento e da tristezza, 
scorgendo in sul capo un cielo ardente, e intorno intorno alla montagna uno spa- 
zio immenso arido e solitario, balze a picco, rifugio di uccelli di rapina, pendici 
scoscesi in su le quali neppure un' ombra di vegetazione , se togli nel fondo di 
qualche valle, dove , accanto a un fiume o ad un ruscello , si vede spuntare un 
filo di verdura e qualche abitazione che attesta la vita e l'industria. 

Che cosa aveva indotto il Baronetto ad acquistare questo deserto ? Niente 
altro che il capriccio e quella specie di stravagantissima eccentricit! che formava 
il nucleo del suo carattere e della sua vita. A venti anni, padrone di sé medesimo 
e di una fortuna incalcolabile, egli si era fatta una legge d' inventar sempre nuovi 



IL MIO CADAVERE 



61 



piaceri, nuovi divertimenti, di uscire dai sollazzi comuni, di assaporare con gusto 
e raffinatezza tutto il pizzicante della vita. Egli non faceva niente di quello che 
avrebbero fatto gli altri giovani dell' età sua e nel suo stato, anzi faceva appunto il 

Povera Luoia! 




(n. 9) Un uomo era corso a sorreggere la misera. Egli era padre Ambrogio. La 
diligenza aveva preso il galoppo.... (pag. 58) 



contrario. Edmondo avea reso animatissimo quel deserto; giuochi, balli, festini, 
gozzoviglie rallegravano giorno e notte gli appartamenti dal signorotto, che li avea 
fatto addobbare con tutto il lusso e le comodità. 

Tra gli altri stranissimi divertimenti eh' ei soleva prendersi, dobbiam notare il 
seguente. Egli faceva riempir di mobili un casamento e adornarlo come per festa di 
ballo: le suppellettili più costose ne fregiavano le sale : si facea poscia chiamare un 
centinaio di vagabondi, di ladri e di uomini facinorosi. A un dato segno eh' ei dava, 
il fuoco era appiccato al casamento; il saccheggio era comandato; e quegli uomini, a 



49 — F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cent. 5 



Disp. 9 



62 KKAJNUKSUU MASTK1AJN1 



rischio della vita che sovente vi perde »aro , si gettavano nelle fiamme per ispogliar 
le sale del meglio che vi si conteneva. Edmondo gocessi un così fatto spettacolo, ad 
una certa distanza, e nel mezzo dei euoi numerosi > mici e compagni di follie, i quali 
ssrangheravansi dalle risa, e mettevano alte e selvagge strida di esultanza in veg- 
gehdo gran parte de' saccheggiatori venir fuora da quelle crollanti mura col volto 
e colle mani annerite ed arse: come sciami d'immondi animali ch'escono dalla putre- 
dine e dalla corruzione. 

Il Baronetto Edmondo si avvezzava con siffatti passatempi alla più cinica 
durezza di cuore. Quando gli si parlava di sentimento, di amore appassionato e 
gentile, ei rispondeva che tutto ciò è buono per quella gente che ama di pascersi 
d'illusioni, ma che la vita presenta un campo di piaceri positivi e reali sì vasto 
da non esserci bisogno di foggiarne di fi' tizi e ideali. Un uomo, ei diceva, può co- 
gliere i frutti saporosi dell'albero dell'umana vita, senza perdere il tempo a odo- 
rarne i fiori. 

Ci sembra superfluo il dire quanto un uomo li questa tempra deplorevole 
dovess'esssre pericoloso per la pace domestica delle famiglie. Edmondo era pazzo 
per le donne andaluse. Allorché gli si metteva innanzi la bellezza delle donne in- 
glesi, ei ricorreva subitamemte all'autorità di Byron, suo autor favorito, e rispon- 
deva coi versi del Cliild-Harold: 

« Who round the North for paler dames would seek? 

« How poor their forms appeal* 1 how languid, van, and weak! (1. 

Aggiungi chts il giovin Baronetto era bellissimo del volto e della persona, la 
quale aveva acquistato proporzioni, forai * e vigore negli esercizi cavallereschi e 
nella tempestosa ginnastica di una vita consacrata solamente a' piaceri. 

Egli avea fatto rivivere, a grande scandalo della civiltà de' tempi l'antica 
razza de' Cavalieri del Firmamento. Eran costoro nel numero di dieci, regolati e 
condotti da Edmondo: vestiti tutti a un modo, bene armati e avvolti in mantelli 
azzurri screziati di stelle d'oro, simbolo del Firmamento, uscivano a cavallo da 
Sierra Blonda in sulla sera e percorrevano i dintorni, in caccia di avventure. 
Qualunque donna capitasse ad imbattersi in questi pazzi giovinastri era subita- 
mente rapita, a qualsivoglia classe della società fosse appartenuta. Ne consegui- 
vano lotte, duelli e risse. Un tanto scandalo non poteva a lungo durare. Non ostante 
ì potenti rapporti e aderenze, una ordinanza reale decretava il bando a' nodelli 
Cavalieri del Firmamento. Edmondo e i suoi amici dovettero esiliare : il Baro- 
netto si recò a Bajonna, sulla frontiera della Francia; il titolo di Cavaliere del 
Firmamento tM era rimasto. 

Durante v dimcra nell'Andalusia, il Baronetto Edmondo Brighton avea stretto 
amicizia col Duca di Gcnzalvo, capo politico di quella provincia, il quale per qual- 
che tempo avea nascosto e coperto agli occhi del governo le tristi scorrerie del 
signorotto inglese e dei suoi. Il Duca di Gunzalvo era ben lontano dal supporre 
che un giorno si sarebbe pentito di aver concesso la sua amicizia e confidenza 
a quel giovine dissipato e di pessimo cuore. 

Edmondo andava spesso a Siviglia per visitare il Duca, e questi lo acco- 
glieva sempre con quell'amore? olezza che gì* ispirava il carattere disinvolto del 
Baronetto, non meno che le costui espressioni caldissime di affetto. 

Ma lo scopo delle frequenti visite di Edmondo non era già l'amicizia, bensì l'a- 

1) [ Chi poti ebbe, in pai agone delle spagnuole, cercare le pallide bellezze del Nord? Come 
le loro forme, rispetto a quelle, sembrano povere, deboli e languide 1 



IL MIO CADAVERE 63 



more, essendosi fortemente invaghito chlla sorella del Duca, Juanita, fanciulla di 
rara bellezza e di bollenti passioni. Il Bironetto si abbandonò a quest'amore e 
con iscopo infernale, perciocché abborriva finanche l' idea del matrimonio. Ma la 
condanna di esilio che lo bandiva dal territorio della Spagna venne, per buona 
ventura, a rompere il filo dei suoi criminosi proponimenti. 

Edmondo partì per Bajonna, lasciando nel cuore di Juanita il fuoco di una 
vergine passione, e la speranza d'una prossima unione. Ma innanzi di partire per 
Bajonna, il p3rfido Baronetto aveva ordita una trama diabolica per far cadere 
Juanita ne' lacci della seduzione. Nel 1803, il Daca di Gonzalvo fu costretto di 
abbandonare Siviglia per essere caduto in sospetto del suo governo; e scelse per 
rifugio l'ostello del B tro netto Edmondo che allora dimorava a Bajonna, e che lo 
aveva invitato a trasferirsi quivi colla sorella. Il Duca ignorava gli amori dei 
due giovani, e menava egli stesso l'innocente colomba sotto le spirali del serpe 
affascinante. 



II. 

La serpe morale. 

Juauita cadde nella rete che le fu tesa con astuzia infernale. Diremo a suo 
tempo in che modo il Duca stesso fu tratto in agguato, e quali si furono le fu- 
neste conseguenze di una colpa, cui la disgraziata giovine credette emendare colla 
morte. Sul capo del suo seduttóre piombava intanto una maledizione orribile. 
L' onore oltraggiato, i più sacri legami di natura calpestati, 1' amicizia tradita e 
vulnerata nel cuore, chiamavan giustizia innanzi al Cielo. 

Noi scorgiamo sempre nelle fila degli umani avvenimenti il dito di Dio. Si 
addensino pure le più fitte tenebre in sul delitto : si eluda pure la giustizia de- 
gli uomini; si addormenti la rea coscienza nei rumori delle feste e nelle febbrili 
commozioni di concitati piaceri; la spada di Damocle penderà sempre in sulla 
testa del malvagio, e le parole del convito di Baldassarre si riprodurranno in 
tutt'i banchetti dell'empio. 

Edmondo sfuggì vilmente alla vendetta del Duca di Gonzalvo. Un istante 
dappoi che questi discoprì l'orrendo segreto che macchiava l'onore del suo casato, 
il Bironetto era già lungi dal teatro de' suoi disordini. Egli abbandonava per la 
seconda volta l'Europa, senza lasciare neppure un'ombra d'indagine sul paese ove 
intendeva trasferirsi. 

La bella e vasta isola di Cuba in America accoglieva il Cavaliere del Firma- 
mento sotto alt»*o nome. Ivi Edmondo non pensò ad altro che ad amai assare enor- 
mi ricchezze, mercè l'ignobil trafifiìo degli schiavi. In pochi anni la sua fortuna, 
in gran parte dissipata dalle stravaganze della sua vita, si rifece e crebbe cotanto 
che ascese a circa quaranta milioni di reali di Soagna , vale a dire a oltre due 
milioni di piastre. Egli era il più gran proprietario di schiavi in tutta l'isola 

Tra mille di questi esseri infelici raccolti in sulle coste dell'Africa, dobbiam 
notarne uno che diventò carissimo a Elmondo, e nieritossi in prosieguo tutta la 
costui confidenza. Li ragione di que3ta predilezione si fu la seguente: 

Edmondo volle dare un giorno a' Cubani lo spettacolo di una lotta di tori, 
sì comune in Ispagna. Egli aveva fatto band : re in tutta 1' 'sola che Sir Falstaff 
(fittizio nome eh' ei si era dato) si esponeva per divertimento nel circo a com» 



64 FRANCESCO MASTRIANI 



battere contro di un toro furioso. Al giorno indicato una folla straordinaria ingom- 
brò il recinto formato di mattoni con rilievi di pietra, a somiglianza del circo di 
Jeres in Ispagna. Rizzavasi in mezzo all' arena un palo terminato da una specie 
di loggetta, su la quale si vedea saltellare e fare di mille smorfie e piacevolezze 
un grande orang-utang, vestito da buffone de' mezzi tempi , e ligato alla pertica 
da una catena tanto lunga da permettere che 1' animale descrivesse un cerchio 
attorno al palo. Le vestimenta dell' orang-utang erano del rosso più cupo ad og- 
getto di stizzire il toro con quel colore di sangue. Dopo vari combattimenti ese- 
guiti da schiavi, e vari giuochetti di forza e di agilità, il programma annunziava la 
comparsa di Sir Falstaff. Questi si presentò vestito alla picador (picchiere): aveva al suo 
fianco un matador (uccisore), giovanetto schiavo vestito alla turca, con calzoni alla 
mammalucca , con un sole raggiante nelle spalle , e col turbante a foggia di pa- 
sticcio. Erano entrambi armati di lunghe picche, e lo schiavo portava inoltre nella 
sinistra mano 1' arma terribile chiamata la mezza luna , la quale è una specie di 
acutissimo acciaio posto alla punta d'una lancia e fatto a forma di ronca: un tale 
strumento serve in particolar modo a tagliare i grandi alberi. 

Un toro giovane e vigoroso fu slanciato nel mezzo del circo. I due combat- 
tenti si erano ritirati per poco per dare il tempo alla bestia di inferocirsi alla 
vista del rosso orang-utang. Ed in fatti, il toro, in veggendo quel colore addosso 
alla scimia, mandò un muggito spaventevole e si scagliò sovra quell'animale, il 
quale con un salto fortissimo raggiunse lo loggetta della pertica , di dove si di- 
vertiva a dar la baia al furioso nemico. Glandi scrosci di risa che partivano dai 
seggi degli spettatori accoglievano le strida formidabili e feroci del toro che con 
estrema rabbia faceva rapidamente il giro del palo e poscia guardava con occhio 
di sangue al suo motteggiatore avversario, e dava di violente cornate nel mezzo 
della pertica, facendola traballare, a grande spavento dell'orang-utang, e a grande 
soddisfazione degli spettatori, i quali sganasciavansi dalle risa nel vedere la pau- 
rosa espressione della faccia dell'orang-utang ogni volta che il toro dava il cozzo 
nella pertica. E forse guari non sarebbe andato che il palo sarebbe caduto sotto i 
replicati urti della bestia selvaggia, se, nel momento in cui questa più sembrava 
aizzata, e di più feroci muggiti facea risuonare l'aere del circo, non fossero apparsi 
i due combattenti. 

Alle risa generali successe ben presto un gran silenzio: ognuno tremava per 
l'imprudente Sir Falstaff. Il toro, non appena ebbe scorti i due nuovi suoi avver- 
sari, si slancio contro di loro con l'impeto del furore eccitato in esso dalle smorfie 
e dagli abiti dell' orang utang. Edmondo lo aspettava a pie fermo , e , quando la 
bestia fu a certa distanza, egli le cacciò ne' fianchi la sua picca con mirabile co- 
raggio ed agilità... Il toro mise un ruggito spaventevole, e, quantunque un rivo di 
eangue uscisse dall' aperta ferita , la rabbia lo spinse contro il suo avversario. 
Edmondo era indietreggiato per tener sempre l'animale a distanza della sua lan- 
cia, ma questa volta il toro diede un balzo sì terribile e tortuoso che Edmondo 
spezzò la picca tra le corna dell'animale senza ferirlo: era finita pel signorotto 
inglese, senza la prontezza dello schiavo che con un colpo della mezza luna troncò 
le gambe al toro né più né meno che se fossero stati due sottili stinchetti o due 
rami. Allora la bestia venne uccisa senza pericolò. 

Edmondo era debitore della sua vita al suo schiavo. Fin da quel momento 
gli tolse tutt' i segni di schiavitù e sei tenne come il più caro dei suoi amici. 

Questo schiavo era nato ne' possedimenti inglesi: il colore del suo volto era 
di un pallido olivastro, per modo che pochissimo differiva dal volto comune degli 



IL MIO CADAVERE 65 



Europei: una grande intelligenza, una cupa sensibilità, un coraggio di leone e una 
fedeltà a tutta prova costituivano i pregi di questo giovine che diventò 1' anima 
di Edmondo. Maurizio Barkley era il suo nome, che abbiamo visto figurare sulle 
polizze mensuali portate a Daniele dall'incognito straniero, il quale altro non era 
che lo stesso Maurizio. 

Questo schiavo avea pel suo padrone cotanto affetto e venerazione, che ri- 
fiutò la libertà che quegli voleva concedergli in premio delle sue virtù : non ricusò 
per altro l' istruzione che Edmondo gli diede, per sempre più rialzarne la dignità 
di uomo. 

Il Duca di Gonzalvo avea scoperto il ritiro di Edmondo così che questi non 
fu più sicuro della sua vita in Cuba; partì accompagnato da Maurizio Barkley. 
Djpo parecchi anni di viaggi, il Baronetto si fissò a Manheim, dove avea com- 
prata la tenuta di Schoene Aussicht e dove abbiam fatto la sua conoscenza. 

Una compiuta trasformazione si era operata nel Baronetto. La sua giovinezza 
era sparita e con essa tutte le illusioni de' piaceri, di cui era sazio e ristucco. 
La vita ch'egli avea sì follemente dissipata e schernita gli diventò così cara, che 
risolvette di vivere il resto de' suoi giorni nella più riposata felicità e nel! a più 
esemplare saggezza. Non ostante le orgie, gli stravizi e le strambezze di ogni ra- 
gione, alle quali si era abbandonato nella sua giovinezza, la sua salute di ferro 
non era giammai venuta manco: egli avea innanzi a sé, secondo tutte le proba- 
bilità, altri quaranta o cinquantanni di vita e una immensa fortuna; decise adun- 
que di passare questi altri anni in modo da procacciarsi tutt'i più delicati pia- 
ceri, senza mai più mettere a repentaglio la sanità del suo corpo. 

L' odio del Duca di Gonzalvo e la vendetta che questi avea giurato contro 
il Baronetto, davano a costui grandissimo pensiero e rattristamento. Quantunque 
fosse stato quasi impossibile di scoprire il suo ritiro a Manheim, ed anche più 
impossibile di penetrare nei suoi appartamenti, pure egli temeva sempre un ag- 
guato ; laonde, saputo che il Duca viveva in Napoli colla sua famiglia, pensò di 
mandare in questa città il fedelissimo Maurizio Barkley ad oggetto d' insinuarsi 
destramente nella casa del nobile spaguolo, di cattivarsene la benevolenza, e cer- 
care di scoprire se quegli avesse formato qualche disegno contro di lui Baro- 
netto. Riuscì alle astuzie di Barkley di introdursi nella casa del Duca di Gon- 
zalvo e diventare uno de' suoi intrinseci amici, Maurizio scriveva al Baronetto 
tutto ciò che il Duca pensava ed operava, e rassicuravalo pienamente, dicendogli 
che il nobile spagnuolo non conosceva per niente essersi il Baronetto ritirato a 
Manheim. 

I nostri lettori ricorderanno di aver veduto Maurizio Barkley alla festa di 
Lady Boston a Napoli, alla quale era stato presentato dallo stesso Duca di 
Gonzalvo. 

Un altro scopo e un'altra missione avea il soggiorno di Barkley in Napoli, 
oltre quello di spiare i pensieri del Duca. Diremo altrove quali erano questo 
scopo e questa missione. 

Edmondo menava in quel solitario ritiro di Manheim la vita riposatissima di 
di un vero filosofo sibarita. Al disordine della sregolatezza era successo 1* ordine 
più perfetto: tutto era pensato e sistemato secondo le regole della più stretta 
igiene. Un esperto medico di Francoforte veniva a visitarlo di tanto in tanto e 
gli assegnava la quantità del cibo, del riposo, del sonno, dell'esercizio. Per pre- 
munirsi contro i pericolosi effetti delle variazioni atmosferiche egli si era avvez- 
zato a sottoporsi ogni giorno, e in levarsi dal letto, allo showerbath (bagno a pioggia) 



66 FRANCESCO MASTRIANI 



sì comune in Inghilterra e in Germania. Edmondo usciva dalla nicchia verticale 
de' bagno a pioggia con una vigoria di salute, con una franchezza di mente, con 
un' alacrità di appetito, che il ringiovanivano di venti anni. Egli faceva la sua 
colazione, indi passeggiava nella sua v Ila o si dava a lavori campestri; più tardi 
gustava i piaceri d^lla lettura, e poscia sedeva ad uno squisitissimo desinare inaf- 
fiato dal vino del Reno e dallo Xeres. Dopo pranzo, usciva a cavallo insino a sera, 
giunta la quale ei libava le delizie d'una parca cena in compagnia di pochi e 
scelti amici dotti e filosofi. 

Una parte della villa di Schoene Aussicht era coltivata a gentile orticello. Ed- 
mondo, affin di procacciarci un salutare esercizio, dava opera, come abbiam detto, 
a' campestri lavori, nei quali trovava l'incanto di puri ed innocenti piaceri al tutto 
nuovi per lui. Nell'inverno egli formava diverbi vivai, intrecciava i tralci delle viti 
e li copriva di terra per non farli offendere dal gelo, passava in rivista i seminati 
e curava di sviare le acque stagnanti; faeea preparare e concimare il terreno: 
nella primavera ordinava seminature e piantagioni, sarchiava egli stesso le nocive 
propaggini: nell'estate la mietitura richiamava tutta la sua sollecitudine, e la fa- 
miglia dei fiori tutto il suo amore; poneva all'ombra le viole, badava con diligenza 
agli adacquamenti: nell'autunno trapiantava le mammole; era tutto d'attorno agli 
alveari, cavandone il mele e la cera, e nettando le arnie da ogni immondizia; stava 
ben attento alla maturità dei semi autunnali per raccoglierli e farli prosciugare 
per conservarli. 

In simiglianti occupazioni Edmondo spendeva parecchie ore, e sempre ne ri- 
sentiva grandissimo sollievo. Egli a^ea studiato in America l'arte delle piantagioni; 
avea però non poche cognizioni di agricoltura. Nell'isola di Cuba, oltre al traffico 
degli schiavi, le piantagioni dello zucchero, del cotone e del tabacco erano state 
le principali vene della su* ricchezzi. Qiasi ogni mese egli face a fare enormi ca- 
richi di cotone e di zucchero a' vapori armati pai Misiasipi, e vendeva i prodotti 
delle su* terre ai paesi che si trovano lungo la corrente di queito interminabile 
fiume. Naova Orleans era il centro, nel quale venivano a confluire i capitali di 
Edmondo, che vi teneva la sua principale amministrazione. 

La conversazione del Baronetto era delle più piacevoli ed istruttive, ed i 
suoi discorsi erano, pieni di quella tr sta esperienza che danno i disinganni della 
vita, Egli avea, tanto viaggiato; avea veduti tanti lontani paesi; era stato in mezzo 
alle più alte classi sociali; avea trattato gli uomini celebri di tutta Europa; ed 
oggi era al caso di ragionare con aggiustatezza di molte cose. Edmondo parlava 
con grandissima facilità molte lingue europee e varie orientali, tra le quali l'araba. 
Nella sua solitudine di Schoene Aussicht, egli coltivava le lettere e le scienze mo- 
rali ; leggeva quasi tutti i principali giornali che si pubblicavano nel mondo, e 
la sera faceva cogli amici i suoi commenti su qualche subbietto politico, morale, eco- 
nomico o industriale. 

Le ore serotine ch'ei passava ragionando di filosofia e di lettere erano le più 
belle della sua giornata. Molte volte si pentiva di aver dissipata la sua giovinezza, 
e diceva che il filosofo di Schoene Aussicht avea maledetto il Cavaliere del Fir- 
mamento. 

Ma era egli parimenti pentito degli errori e delle follie della passata sua vita? 
Si doleva dei mali gravissimi che avea cagionati a tante disgraziate famiglie? 
Mal potremmo dirlo, imperocché sulle ruine di quell'anima non spirava l'alito 
dolcissimo e vivificante della grazia celeste. La saggezza umana, ch'è 'follia di- 
nanzi ao-li occhi di Dio quando è confidente in sé sola ed orgogliosa, e l'età, l'ine- 



IL MIO CADAVERE 67 



sorabile medicina della febbre delle passioni, aveano soltanto ir fluito a cangiar 
quell'uomo; benché la cagione precipua del mutamento che si era fatto in Ed- 
mondo fosse il segreto della Provvidenza, di che or diremo. 

Edmondo era stanco del passato ma non pentito. La sua anima era un vul- 
cano estinto da cui esala tutt'ora un' afa mortale. Egli era sempre materialista. 

Ciò nulla di manco, non era possibile il credere che il proprietario di ScJioene 
Aussiiht fosse il medesimo uomo che il Baronetto Brighton, il conte di Sierra 
Blonda e Sir Falstaff. Tra questi ultimi e il primo ci era quella barriera che 
separa la saggezza dalla follìa. Edmondo era tutt'altro uomo da quello che era 
stato nella sua giovinezza. Abbiam detto che la precipua cagione del suo cam- 
biamento era il segreto della Provvidenza. Che cosa dunque aveva oprato una 
tale straordinaria trasformazione? Un pensiero che era la serpe monile posta da 
Dio nei cuor di quest'uomo che tanto aveva oltraggiato le Divine sue leggi. Que- 
sto pensiero era la Pausa della mobte. 

Edmondo perciò non era felice. Mirabil castigo della Divina giustizia! At- 
traverso le delizie ond'ei si circondava, e nello stato della più perfetta sanità, 
quell'uomo avea molto spesso e quasi ogni giorno momenti di tristezza e di di- 
sperazione pensando che un dì egli doveva abbandonar la vita. Quando l'ora della 
sua morte tosse suonata, i suoi milioni non l'avrebbero ritardata neppur d'un 
minuto! Orrendo pensiero che il rendea triste e taciturno per ore intere, sepolto 
nella più desolante melanconia. 

Non era tanto il pensiero di dover morire che gli dava rovello e tristezza, 
quanto un altro pensiero che ne derivava qual conseguenza. Edmondo era preso 
da raccapriccio e da orrore pensando che il suo corpo nutrito con tanta ricerca- 
tezza, godente di tutte le dolcezze della salute e delle dovizie, conservato con 
quanto ci è di meglio nei regni vegetale ed animale, il suo corpo ch'egli amava 
ed al quale prodigalizzava le più tenera cure, sarebbe stato un giorno abbandonato 
a pasto dei vermi della terra ! ! 

Edmondo fremeva e non rare volte rompeva in codarde lagrime pensando al 
suo cadavere!! 



III. 

Le notti di Edmondo. 

Il proprietario di Schoene Aussicht diveniva ogni giorno vieppiù triste e impen- 
sierito: a stento i suoi amici il traevano qualche volta dalla concentrazione in cui cadeva. 
Edmondo incominciava a fastidiarsi benanche di quegli innocenti piaceri che ave- 
van dato al'a sua anima serenità di sentimenti e gusto pe' semplici e puri godi- 
menti della natura. La sua conversazione languiva per difetto di attenzione in lui; 
poco parlava, e pochissimo parea che prestasse ascolto a 1 ragionamenti de' suoi 
dotti visitatori, a' quali non isfuggl lo stato del Baronetto, e più volte il richiesero 
della cagione della sua ipocondria. Colai dava sempre vaghe risposte, e ne- 
gava che avesse motivi di essere sovra pensieri, ovvero adduceva per causa qualche 
disavventura immaginaria. 

Ma il sorriso non più ispuntava in sul labbro di Edmondo, la cui salute in. 
cominciò a risentirsi della prostrazione del suo spirito. E quanto più egli si accor- 
geva di dar giù nella salute, tanto più crescevano in lui le apprensioni, l'abbat- 



68 FRANCESCO MASTRIANI 



timento, i fantasmi della morte e le agonie d'una debolezza di spirito singolare 
e straordinaria. / 

Iavece di procacciarsi distrazioni, egli prendea diletto ad immergersi nel fitto 
pensiero che il torturava. E' questo uno de' più strani fenomeni dell'umana natura, che 
cioè l'uomo trovi una certa voluttà nel pensare continuamente a quelle cose che 
più gli danno argomento di pena e di melanconia. Lo sventurato si attacca alla 
sua sventura, si ammoglia con essa, la tiene strettamente abbracciata con sé: v 
s'inebbria fino alla mattezza: ogni distrazione gli riesce pesante, amara, insopporta- 
bile. Egli ama soltanto di sentir parlare della sua sventura; detesta chiunque cerca 
d : strapparlo per poco dall'idolo suo, e maledice quella mano che si studia di ar- 
recargli balsamo e sollievo. 

Oh, se la malinconia di Edmondo fosse stata figlia del pentimento! Oh, se il pen- 
siero della morte fosse stato ispirato in lui dalla religione! 

Egli sarebbe stato felice, pienamente felice, imperocché vi ha nelle vita dei 
momenti in cui l'anima sente il bisogno di contristarsi, in cui, esaurito quel circolo 
limitato di usuali svagamenti, essa non può trovare un godimento che nella tri- 
stezza; non già quella tetra ch'è figlia di gravi infortuni), o cagionata da tormen- 
tosi rimorsi, il cui solo falso raggio di speranza è il nulla della morte, e che ama 
di pascersi nelle tenebre della notte e fra gli orrori delle tombe; non già quella 
disperata e funesta in cui cade il cuor d'un padre o d'una madre nel veder lan- 
guire gli amati figliuoli nella miseria, o da altra simigliante sventura oppressi; ma 
sibbene quella cara e misteriosa tristezza che nasce nell'anima dall'innato amore 
del sublime e del bello; quel sacro dolore, che diffondono sul cuore le pagine 
de' salmi o le tenere carte Davidiche : quella tristezza a cui ne invita il racconto 
di qualche nobile azione, di qualche compassionevole avvenimento; quella dolcis- 
sima tristezza infine, di che inebbriano la nostr'anima il patetico suono delle onde 
del mare, il mormorio delle vergini foreste, un gemito dell'aura nel silenzio della 
sera quando si medita sulle ruine coverte di edera e di musco, un raggio di 
luna che segna sul terreno la croce di selvaggia tomba. 

Avvi un'altra sorta di tristezza, necessaria all'anima, come la medicina al 
corpo infermo, ed è questi la tristezza del pentimento. Ah! chi mai non senti; 
una volta almeno in vita la necessità di questa tristezza? 

Augusta figlia della religione, sublime tristezza del pentimento, tu nei sacra 
come la voce della virtù, inviolabile come l'innocenza, soave come la speranza, 
per te l'uomo volge atterrito uno sguardo al passato, ed interroga gli anni scorsi 
nell'obblio della vita; è per te che un raggio di calma penetra il cuore dell'uomo 
colpevole, e diffonde sulla sua anima quella beata tranquillità dell'innocenza, a 
cui sortilla il Creatore. 

Ma il codardo affanno di Edmondo non proveniva, siccome dicemmo, dal 
pentimento. Una idea fissa e terribile il perseguitava, un' immagine che gli met- 
tea il ribrezzo e lo spavento nell'anima: il suo Cadavere! 

Edmondo facea paura a se medesimo, appunto come gli avrebbe fatto paura 
il suo cadavere, se egli lo avesse veduto. Questa fissazione era in lui mantenuta 
ed eccitata dal continuo riguardar ch'ei faceva sovra i dipinti di un gran volume 
di anatomia e di osteologia, nel quale erano varie grandi tavole con disegni dello 
scheletro e del corpo umano spogliato de' suoi naturali tegumenti. Oltre di che, 
il forsennato si abbandonava con delizia alla lettura de' libri più tristi e di quelli 
più malinconici. 

Di notte tempo, e quando la natura, e gli uomini riposano, quando l'infelice 



IL MIO CADAVERE 



69 



che ha pianto ritrova nelle braccia del sonno il conforto e la calma, quando nes- 
sun esterno oggetto colpiva più i suoi sensi, Edmondo si mettea col pensiero fac- 
cia a faccia col suo Cadavere. 



La lotta del toro. 




(n. 10) Il toro non appena ebbe scorti i suoi due nuovi avversari si slanciò 
contro essi con l'impeto del furore.... (pag. 64) 



Avvolto nelle seriche sue coperte, colle pupille spalancate fisse sulla lam- 
pada d'oro che rischiarava la vasta sua camera da letto, immobile e freddo, il 
milionario immergeva il tremante pensiero nelle viscere della terra, e con orri- 
bile minutezza s'immaginava al vivo la dimora del proprio corpo colà dove tutto 
è silenzio e oscurità. Ci sforzeremo di ritrarre, per quanto ci sarà possibile con 
parole le immagini che si affacciavano alla mente di quell' uomo nelle ore not- 
turne, e quando il sonno fuggiva dai suoi occhi deliranti. 

Edmondo si vedea disteso in angusta bara ricoperta da sei palmi di terreno: 

50 - V- l^TMAOT ^1L MÌO 'OMM^E^oiàitri Di». K> 



70 FRANCESCO MASTRIANI 



l'aria, lo spazio e la luce erano scomparai: ei si sentiva in sul petto il pe30 della 
terra, sulla quale più non. dovea riporre il piede, quella terra su cui egli avea 
signoreggiato col suo oro, e che pareva tanto angusta all'ardenza de' suoi piaceri* 
Le voci degli uomini, i canti serotini, le parole dolcissime di amore e di ami- 
cizia più non colpivano le sue orecchie: nessun rumore! nessuna vocel ! Il si- 
lenzio, assoluto, eterno, il circondava! Edmondo sì sentiva consumar la carne; e 
le ossa, che prima erano ascose, discoprirsi a poco poco. La corruzione, figlia 
della morte, abbrancava' la sua preda; e i vermini, figli della corruzione, se ne 
impossessavano e penetravano a schiere, a migliaia nell' organismo in isfacelot 
L'organismo del corpo, la più bella opera della natura, il capolavoro della Crea- 
zione, la lunga e penosa fattura delle visceri d'una madre, quell'organismo che 
dava sussulti di amore, di tenerezza, d'ineffabili angosce al cuore de' genitori, 
che per tanti anni la natura avea protetto contro le esterne ingiurie della ma- 
teria bruta, quell'organismo tessuto con tanta profonda saggezza divina, miracolo 
quotidiano, magistero sublime, perfezione della materia, marciva qual sucida pol- 
tiglia, pasto d'immondi animali senza nome, ignoti forse all'uomo vivo. 

Se domani mi ceecheeai, più non saeò ! Queste sacre parole faceano racca- 
pricciare e rizzare i capelli al milionario. Egli guardava attorno a se con ispa- 
vento, interrogava i palpiti del suo cuore, ; i battiti del suo polso, per assicurarsi 
della vita. La lampada d'oro che illuminava la camera prendeva strane forme ai 
suoi occhi, e le ombre che sprolungava in sulle pareti si trasformavano in og- 
getti sepolcrali. 

Il pensiero di Edmondo era fisso, inchiodato alla bara, e la fissazione era 
tale, e l'esaltamento della fantasia era così grande che il misero si credea già 
divenuto cadavere. Un' agghiacciata immobilità lo colpiva: i suoi occhi più non 
iscorgeano la fosca luce che ondeggiava incerta e ombrosa in sulle sue pupille, 
quasi trasparenza di un funebre lenzuolo: le sue braccia e le sue gambe sem- 
bravano rifiutarsi alla sua volontà, sorprese dal ghiaccio di morte. 

Edmondo si ridestava con balzo convulsivo da questa tremenda illusione; si 
alzava a metà sul suo letto, pallido, cogli occhi stralunati, colla barba che parea 
sollevarsi di spavento come i peli dell'istrice : egli afferrava la corda di un cam- 
panello e con violenza estrema suonava al soccorso ; e comandava al cameriere 
di accendere i torchetti dèi doppieri in sulle mensole, di schiudere le imposte dei 
terrazzini, di starsi vicino a lui, di fargli udire la sua voce. Il cameriere eseguiva, 
stupefatto dalla stranezza de' comandi del suo padrone. Qualche volta i lumi ri- 
manevano accesi per l'intera notte, e non erano spenti che in sull'alba, ora in cui 
sulle stanche pupille di Edmondo scendeva il ristoro del sonno. L'infelice più non 
dormiva che colla luce del giorno. 

Simigliane notturni fantasimi erano più terribili ancora quando il misero era 
preso dalla paura che cagionavagli il penderò di essere sepolto prima ch'ei fosse 
in realtà spirato. Gli f sempi che si citavano di persone, le quali, per apparenza 
di morte, erano state portate alla tomba ancora viventi faceano sobbalzare i ca- 
pelli del ricco Baronetto, e gli metteano la febbre nelle vene, il delirio nella ra- 
gione. Egli leggeva sempre un'opera tedesca intitolata La morte apparente, nella 
quale con molti argomenti si dimostra la facilità di esser tratti in inganno su gli 
esterni segni di morte. 

Talune notti Edmondo, non potendo trovar calma nel suo letto in cui vedea 
la sua tomba, e sul quale ei pensava che dovea rimaner cadavere prima di essere 
trasportato all'ultimo soggiorno, si alzava, si vestiva, e dava di lunghi passi nella 



IL MIO CADAVERE 71 



sua camera, stordendosi col rumore delle proprie pedate. Coverto da lunga veste 
di camera, colle braccia incrociate , quella sua lunga barba nera spiccava in sul 
volto pallidissimo e dava alla sua persona l'apparenza di un fantasma che percor- 
resse quel vasto appartamento. 

Acune altre volte egli si addormentava sovra una poltrona ; ma non sì tosto 
avea chiuse le palpebre , sogni terribili se gli affacciavano all'egra fantasia. Gli 
sembrava di esser tolto di peso dalla poltrona dalle braccia di due nerboruti bec- 
chini , i quali il deponevano in una cassa mortuaria a dispetto delle alte strida 
eh' ei gittava , e gì' inchiodavano sul capo un coverchj© di ferro. E mentre quei 
barbari si accingevano a porlo nella bara, ei vedeva tanta gente nella sua ca- 
mera, e tra le altre persone distingueva due donne e tre giovani robusti e pieni 
di vita, che si affrettavano ad aprire gli armadi e i cassettini per impadronirsi 
del suo oro. Ci era benanche una donna dalle chiome sparse sulle spalle , dagli 
occhi bellissimi e neri come la notte, la quale rideva... a sganascio, dappresso al 
cadavere di lui, e mostravagli una larga ferita che si era fatta nel seno, e addi- 
tavagli un bambino macilente che le giaceva ai piedi. Il rumore e le grida di 
esultanza che risuonavano in quel vasto appartamento soffocavano i gemiti di lui 
che si dibatteva sotto 1 pugni de' becchini. 

Edmondo si svegliava da questi dogni con un batticuore insopportabile, e 
più non potea richiudere le palpebre, anzi temeva di riprender sonno per non 
essere novellamente torturato da larve di tal natura. 

Da oltre un anno, Edmondo era vittima della sua fantasia. La sua fissazione 
lo avea talmente ridotto a male eh' egli si affrettava a grandi passi verso quello 
stato, cui tanto temeva. Il milionario parea che avesse fretta di divenir cadavere. 

Eragli nonpertanto rimasto bastante filo di ragione per fargli concepir ros- 
sore della sua propria debolezza, sì che mai non ebbe il coraggio di svelare la 
cagione delle sue sofferenze. 

Ma si avvide ben presto che bisognava trovar rimedio a tanto male; decìse 
quindi di vincere la ripugnanza eh' egli aveva a far palese la strana causa del 
deterioramento della sua salute. 

Il domani, ben per tempo, scrisse al suo medico di recarsi sul momento a 
Schoene Aussicht. 



V. 
Un rimedio. 

E il domani, nella prim' ora del mattino, il dottor Weiss di Francoforte si 
faceva annunziare al baronetto Brighton. 

Costui si era da qualche ora alzato dal letto ch'era divenuto per lui più tor- 
mentoso di uno spinaio. 

Una limpida giornata di giugno incominciava il lungo suo corso. Un freseo 
venticello baciava le cime delle acacie, correva allegro e p^zzognolo lunghesso i 
viottoli ombrosi della villa di Schoene Aussicht, e rapiva i primi profumi dei fiori, 
trasportandone gran parte nella camera da letto di Edmondo, il terrazzino della 
quale era dischiuso. 

Il milionario si era appoggiato alla ringhiera del terrazzo: il sereno del cielo 
le jbalsamiche aurette di primavera, il concerto degli augelli, il tremolare delle 



72 FRANCESCO MASTRIÀNI 



fronde, aveano per poco discacciata la negra nebbia che premea 1' anima di 
Edmondo, ed avean dato a' suoi pensieri altro avviamento non così malinconioso. 
L' annunzio della visita del medico gli giunse grato come foriero di guarigione. 
Edmondo fece entrare il dottor Weiss in un gentil salottino di conversazione, 
attiguo alla camera da letto, ed ei pure entrovvi e si sedè, invitando il medico a 
far lo stesso. 

— Vi trovo molto cangiato dal giorno in cui ebbi ultimamente Y onore di 
visitarvi, signor conte, cominciò il medico. — Non sono che quindici giorni all'in- 
circa, e rirvengo sul vostro volto le orme di una devastazione che mi dà pen- 
siero e pena. Che vi è accaduto in questo brevissimo tempo? 

— Non so, Dottore, rispose Edmondo, ma io sto male, malissimo : sono più 
di dieci giorni che il sonno sembra fuggire dagli occhi miei , o , se talvolta una 
cascaggine mi sorprende e un filo di sonno si stende sulle mie stanche palpebre 
è peggio, mille volte peggio, perciocché uno sciame d'immondi fantasimi mi vola 
sul capo, starnazzando le ali su tutto il mio corpo. E non ci è modo di sottrar- 
mi a questa orrenda pressione che mi uccide, che mi conduce alla tomba, che mi 
rende cadavere!... cadavere!! 

Pronunziando queste due ultime parole, il Baronetto fremè; il suo sembiante 
s'infoscò talmente che il medico ne fu sorpreso e guardollo fisamente. 

— Datemi il vostro polso, signor Conte. 

Dopo di aver esplorato il polso del Conte per qualche momento , il medico 
disse, come se avesse parlato fra se : 

— È strano ! il polso è convulso ! 

E tornò a riguardar negli occhi l'infermo, procurando scavargli i pensieri e 
lo stato dell'anima. 

— Una violenta e tormentosa passione vi agita, signor Conte, gli disse indi 
a poco ; le profonde occhiaie solcate sul vostro volto , i battiti irregolari e con- 
vulsi del vostro polso, i fantasmi della vostra mente; tutto mi rivela che voi siete 
sotto l' impero di un patema di animo. La vostra infermità non è di quelle che 
caggion sotto 1' esplorazione dell' arte ; fa d' uopo ricercarne altrove 1' origine: 
emmi d'uopo di tutta la vostra illimitata confidenza. Parlatemi francamente, signor 
Conte; pensate eh' io sono per voi qualche cosa di più di un medico, son vostro 
amico. 

Il Dottor Weiss distese la mano al Baronetto, il quale gliela strinse macchi- 
nalmente, e disse dopo pochi momenti : 

— Dottore, io vi estimo amico e de' più leali, e però non avrò onta di pa- 
lesarvi quello che soffro, a patto che le mie parole rimangano sepolte in voi. Un 
invincibile ripugnanza mi ha finora tenu'o dall'aprirvi l'animo mio. Mi promettete 
di non rivelare ad alcuno quanto sarò per dirvi ? Io mi confido all'amico, e aspetto 
dal medico la mia salvezza. 

— Parlate liberamente, signor Conte, vi giuro che serberò il segreto. 

— Ebbene , Dottore , sappiate che da oltre a un anno uno strano fantasma 
avvelena la mia vita. La notte soprattutto, la notte io gemo sotto la pressione di 
questo incubo morale che mi strugge , che mi succhia il sangue nelle vene, che 
mi spinge a grandi passi alla tomba... 

— Qual' è mai cotesto fantasma? chiese con premura il medico. 

— Il mio cadavere! rispose cupamente il Conte e abbandonando il capo sul 
petto, compreso dal più mortale scoraggiamento. 

— Il vostro cadavere ! sclamò il Dottore in atto di chi non ben comprenda 



IL MIO CADAVERE 73 



quello che gli si dica. Non vi capisco, signor Conte; mi fa mestieri intendere più 
chiaramente l'indole di un tale fantasma. 

— Ah! Dottore, non vedete che io soffro a parlarne? Come farò per iarmi 
comprendere? Non vi ho detto abbastanza allora che vi ho nominato il mio crudel 
nemico, il vampiro che mi consuma la carne, che scopre le mie ossa, che rode i 
mie visceri, e che mi annienta., mi distrugge? Il mio cadavere 1 Egli è... là, sem- 
pre rimpetto a me, con quegli occhi socchiusi e velati dalle tenebre della morte, 
colla bocca spalancata, livido... immobile come un pezzo di cera: il mio cadavere 
abbandonato sul letto dell'estrema agonia!.. Vedete quelle person 5 che passano ac. 
costo ad esso; sembran paurose di svegliarne il sonno!... Chiunque se gli avvi- 
cina rattiene il fiato per tema di fiutare le putride esalazioni di quel corpo, sul 
quale incomincia la seconda opera della natura, il lavoro di decomposizione. Gli 
elementi dell'aria atmosferica, quegli elementi che per tanti anni han lavorato a 
conservar la vita, ora si affrettano a ripigliarsi il frutto dell' opera loro, appro- 
priandosi le molecole che si staccano da quelle ruine di organizzazione. Ogni mi- 
nuto secondo strappa disfà una fibra di quel corpo il quale perde .. perde sem. 
pre senza mai più acquistare. Tutta la natura si gitta, come uccello di rapina, 
su quel suo figlio, alla cui conservazione ella avea fatto concorrere tutte le sue 
forze; ed ora si affretta a disfare quel dilicato tessuto... Nelle tenebre si compirà 
questo lavoro di decomposizione, siccome nelle tenebre si era compito il lavoro 
di formazione: le visceri di una madre crearono, le visceri della terra consume- 
ranno: nove mesi ci vollero per formarlo, e forse nove mesi ci vogliono per di- 
sformarlo, interamente: quel primo tempo fu contato co' palpiti di un amore ineffa- 
bile, l'amor materno: il secondo tempo chi mai l'ha calcolato? Oh... il mio Cada- 
vere!... le visceri del. mio amore, abbandonato da tutti e da tutto! abbandonato 
alla terra, sua crudel nemica, alla creta che lo abbranca per farne creta, a' ver- 
mini che ne fanno la loro abitazione! E chi sa dirmi quello che soffrirà il mio 
povero cadavere? Chi conosce i misteri della tomba? Non può forse avvenire che 
l'antica magione del pensiero risenta l'orrore del sepolcro? Chi mi assicura che 
il cadavere non soffra nel vedersi strappato da' beni della vita, da quanto egli ha 
amato in sulla terra? Oh! il sonno della morte sarebbe men duro se i nostri corpi 
non rimanessero esposti agli orribili ospiti delle visceri della terra! Se potessimo 
in morendo avere la dolce consolazione di sapere che coloro i quali ci hanno 
amati non abbandoneranno le nostre spoglie! Il mio Cadavere !... il mio povero 
Cadavere abbandonato da tutti!... da tutti I 

Edmondo ruppe in lagrime, come un bambino. 

Il Dottor Weiss aveva attentamente seguito le parole dal baronetto, la cui 
eloquenza era eccitata dal favorito soggetto della sua orribile fissazione. Non ci 
era più dubbio! Il medico avea tutto compreso, tranne una cosa, che dovea pur 
formare il perno delle sue argomentazioni. In che stato si trovava la coscienza 
del Conte? Oli è vero che la fissazione di lui e i fantasmi che il maceravano non 
erano dell'indole di quelli che soglion morder l'anima dei rei; ciò non per tanto 
una tale angosciosa fiacchezza di spirito in un uomo forte, vigoroso, che aveva 
veduto il mondo, che aveva arrischiata tante volte la vita, che era stanco e sazio 
di tutti i piaceri; una tale fiacchezza di spirito era inconcepibile senza una pre- 
potente cagione morale, la cui mala radice era forse nella coscienza di lui. Ad 
ogni modo, lo stato di Edmondo era tanto deplorabile in quanto che l'infermità 
non era del genere di quelle che vanno sottoposte alla disanima e curagione dell'arte me- 
dica; ei bisognava operare sul morale e trovar rimedii nella filosofia e nella religione. 



74 FRANCESCO MASTRIANI 







Edmondo era ricaduto nel suo cupo abbattimento, dal quale il dottor Weiss 
si affrettò di trarlo. 

— Tutto ho compreso, signor Conte, dissegli il medico: trista è la situazione 
dell'anima vostra, ma non è da disperare. Prima di tutto, permettete che vi faccia 
un'interrogazione. Vi ricordo che in questo momento io sono amico vostro, e che 
entrambi dobbiamo cercare una via che ci guidi alla desiderata guarigione. In 
che stato si trova là vostra coscienza? 

— Che intendete dire, Dottore? d mandò esterefatto il Conte, credendo che 
il medico volesse disporlo per l'ultimo viaggio. 

— Intendo dire, soggiunse questi, che la riparazione di qualche male invo- 
lontario da voi cagionato potrebbe essere il più efficace rimedio contro i fantasmi 
che vi assediano. Una buona coscienza è il miglior guanciale su cui si trovi leg- 
giero il sonno e ristorante. 

Edmondo abbassò il capo e nulla disse. Questa volta egli avea compreso il 
vero sentimento delle paiole del dottore. 

— S : gnor Conte, ripigliò questi che dal silenzio dell'inferma aveva già so- 
spettato non esser monda di colpì la coscienza di lui — non è mio intento il 
voler entrare nei segreti della vostra vita. Iddio solo scruta i cuori e giudica gli 
uomini: ma è mio debito di rischiarare la vostra mente sulle probabili origini del 
funesto e straordinario malore di cui siete vittima. Se la radica del male stesse 
nel vostro organismo e nelle funzioni che ne dipendono, io sarei obbligato 
di cercare con accuratezza la cagione di un tale disordine per apportarvi 
salutari medicamenti; ma la serpe non 'sta nel vostro organismo, signor Conte, 
bensì là... nel fondo della vostra anima, dove non è dato all'occhio umano di ad- 
dentrarsi. A me basta l'aver su questo richiamata la vostra attenzione. Mi per- 
metterò di farvi eziandio osservare che la via del pentimento è la più bella che 
vi si offra e la più atta a ridonarvi la pace smarrita e a bandire le tristi e lugubri 
immagini, sotto il cui impero voi soccombete. Siete ancora giovine, ricco e di va- 
lida salute; avete ancora innnnzi a voi una lunga serie di anni. Se una colpa ha 
bruttata la vostra coscienza, se una follìa giovanile vi pesa in sul cuore, volgete 
al cielo il vostro sguardo, implorate la Divina clemenza, riparate, se è possibile, 
al male che avete fatto; se l'innocenza è bella, il pentimento è più nobile; l'anima 
vi si ritempera, vi si fortifica e vi attinge la calma e la gioia. Che se niun ri- 
mordimento è nel vostro cuore, se una singolare atti 'udì ne ipocondrica del vostro 
spirito è la cagione del tristo fantasma che tormenta le vostre notti, non saprei 
indicarvi altro rimedio più efficace che la distrazione. 

— La distrazione! mormorò tristamente il Baronetto, e dove trovarla? E l'.a- 
nima mia non si rifiuta forse ad ogni maniera di svagamento? 

— Fa d' uopo sforzarsi alla distrazione, signor conte; ci bisogna che non 
istiate solo in nessun' ora del giorno, e, se è possibile, della notte: bisogna che 
vi mettiate nell' attività de' piaceri, che frequentiate le riunioni, i teatri. Oltre a 
ciò, vi propongo un rimedio della cui riuscita molto mi riprometto; esso vi co- 
sterà un po' d' oro.. 

— Dell' oro? E che non darei per riacquistare la mia salute e la tranquil- 
lità del mio spirito? Parlate, parlate presto. Di che si tratta? Che debbo fare? 

— Ebbene, signor Conte, il rimedio ch'io vi propongo è il seguente: Abbiamo 
a Manheim un giovine pianista italiano che ha destato in pochi mesi 1' ammira- 
zione e la simpatia di Europa. Egli ha dato accademie a Parigi, a Londra, a 
Berlino, a Vienna: iersera si è fatto udire in questo teatro di Manheim, ed ha 



IL MIO CADAVERE 75 



prodotto tale entusiasmo, che pochi suonatori possono vantare un sì bel successo. 
Voi gli scriverete, signor conte, e lo inviterete a passar con voi un mese o due: 
i soavi accordi eh' ei sa trarre dal piano forte avranno forzi di strapparvi dai 
vostri bui pensieri; la sua compagnia vi rallegrerà; quasi novello Davide porrà 
in fuga la malinconia del nuovo Saulle. 

— Che nome ha questo giovine? 

— Danieie de' Rimini. 

— E credete che la musica sarà capace di ridonarmi la serenità dell'animo? 
Credete che le armonie del piano forte varranno ad allontanare dalla mia mente 
l' immagine del mio cadavere? 

— Io lo spero, signor Conte. 

— Ebbene, io tenterò questo mezzo: dimani, il giovine pianista italiano Da- 
niele de' Rimini avrà stanza in questo casino. 

Un servo pose termine alla conversazione, annunziando che il bagno a piog- 
gia era pronto. 

La sera di questo giorno, Daniele de' R mini riportò un altro trionfo. Dopo 
P accademia, gli abitanti di Manheim ; trasportati di entusiasmo pel suonatore ita- 
liano, 1' aveano accompagnato infino all' albergo dov' egli avea «stanza. Correndo 
la stagione de' bagni, Manheim era zeppa di forestieri, e il teatro era de' più ani- 
mati e brillanti. 

Daniele, siccome abbiamo accennato, aveva in Dochi mesi percorso le prime 
capitali di Europa: la fama il precedeva dappertutto, e un trionfo lo aspettava in 
ogni paese in cui si faceva u lire a suonare. La sua giovinezza, l'avvenente ma- 
linconia del suo volto parlavano in suo favore anche prima che ponesse le mani 
sui tasti del piano-forte. La qual ce il giovine non sì t03to incomineiava, gli 
uditori erano rapiti e incantati dalla magia degli accordi, dalla dolce mestizia dei 
motivi delle opjre italiane, a' quali Daniele dava una veste di armonie al tutto 
corrispondenti e flebili. Il genio o 1' ambizione, animava le dita di quel giovine ? 
L' uno e 1' altra. Il genio era il mezzo; 1' ambizione, o, per dir meglio, 1' avidità 
dell' oro la molla delle sue ispirazioni. 

Daniele era partito il 1° gennaio da Napoli, povero e oscuro. Cinque mesi 
appena erano scorsi, ed egli avea già acquistato celebrità; ma il suo peculio non 
arrivava per ora che ad una somma tenuissiina. Daniele era scoraggiato, ma non 
disperava; gli restava ancora a percorrere altra metà dell' Europa e tutta l'Ame- 
rica settentrionale; i viaggi assorbivano gran parte de' suoi guadagni. 

Il domani della seconda accademia data a Manheim, un domestico in gran 
livrea consegnava a Daniele il seguente biglietto: 

" Il Baronetto Edmondo -Isacco Brighton, conte di Sierra Blonda, prega il 
signor D miele de' Rimini di favorirlo questa mattina nella sua proprietà di Schoene 
Aussicht. „ 

Dopo un' ora, Daniele de' Rimini si trovava alla presenza di Edmondo. 



V. 
La ricchezza. 



Dicemmo che il casino del Baronetto era composto di due piani. Nel secondo 
p gli dormiva, essendo esso la consueta sua abitazione; in questo era una stanza 
decorata con tutto ciò che può allietare i sensi, e fornita di quanto è necessario 
per le comodità della vita. Era questa la stanza, in cui il Baronetto passava la 



"76 FRANCESCO MASTKIANI 

maggior parte de' suoi giorni, e dove la sera riunivansi gli amici per prendere 
il tè e per abbandonarsi agli allettamenti della conversazione. Questa stanza ri- 
guardava i più ameni paeselli e villaggi alemanni che attorniano le rive del Reno: 
due ampie finestre si aprivano a mezzogiorno e ad oriente. Questa stanza, dal 
colore dei suoi paramenti, era chiamata la Camera verde. 

Il secondo piano rispondeva al primo per via d'una magnifica scala interna 
di marmo greco a tre branche, su ciascun pianerottolo delle quali era una statua 
dei più rinomati artisti, e vasi di fiori odorosi e di piante fiorite di cedri o di 
oleandri: ringhiere e bracciuoli del più fulgido cristallo inglese e del più capric- 
cioso disegno ornavano le branche di questa scalinata, a pie della quale un'illu- 
sione di giardino guidava al quartiere del lusso, ch'era appunto il primo piano. 

Non ci allungheremo a dipingere alla immaginazione dei nostri lettori la splen- 
didezza di questa magione da fate. Conciosiachè piccole le camere, ciascuna era 
un gioiello di civetteria di eleganza, di gusto; ciascuna riuniva in sé sola il con- 
fortable d'una casa inglese. Visitando quella scacchiera di stanze, tutte eguali, 
rettangolari, forbitissime, ma silenziose e deserte, ti si apprendeva all'animo un 
senso di mestizia, pensando che in quelle fulgide pareti non risuonava il rumore 
sì grato agii orecchi di Dio, il rumore della famiglia ! 

Quella solitudine e quel silenzio ti piombavan pesanti sul cuore come se avessi 
visitato l'interno di un principesco mausoleo. 

Rarissime volte il Baronetto scenderà al primo piano. Nei primi anni della 
sua dimora a Scham Aussicht, e quando il filosofo non avea del tutto di menticato il 
Cavaliere del Firmamento, quel primo piano era designato ad accogliere qualche 
pellegrina visita, o qualcuno dei vecchi amici di follie di Sierra Blonda, comecché 
questo caso fosse più raro, a cagione della cautela che Edmondo metteva a tener 
celato il suo ritiro. Ma da un pezzo il primo appartamento di Schome Aussicht 
non riceveva più ospiti di genere equivoco, ed ora si contavano parecchi anni 
dacché lo stesso padrone non vi poneva il piede. Nondimeno il quartiere era 
mantenuto con la massima nettezza, come se ogni giorno avesse dovuto accogliere 
un cospicuo personaggio. 

Questo primo piano era quello appunto che il Baronetto ordinava a resi- 
denza del giovine pianista italiano, ed in esso propriamente volle riceverlo per la 
prima volta. 

Era in questo appartamento un salottino messo con un lusso così sfacciato 
e con sì incredibile magnificenza che nell'entrarvi l'occhio vi rimaneva abbagliato, 
àitonito, sorpreso. L'adornamento di questo salotto costava al Baronetto un 
denaro che avrebbe potuto formare la fortuna di cento famiglie. Diremo soltanto 
che molti mobili ivi contenuti erano di oro massiccio, e che vi erano due seg- 
giole d'avorio, a forma di baldacchini, lavorate sul gusto cinese, e ricoperte da 
cuscini orientali. Edmondo avea voluto profondere enormi somme nell'addobbo di 
questo primo piano, ed in particolar modo di quel salotto per quella eccentricità 
che formava sempre il fondo del suo carattere, e per vaghezza di contemplare 
raccolte in piccolo spazio le meraviglie del lusso e delle arti. La ricchezza pom- 
peggiavasi in tutto il suo orgoglio in quel ricinto dove l'oggetto più misero, più 
fragile, più perituro, più dappoco che vi si vedesse era per lo appunto il padrone 
di tante dovizie. E bene faceva Edmondo ad entrare di rado e quasi non mai in 
quel salotto, che tacitamente lo scherniva e gli additava i sei palmi di fetido 
terreno che gli erano destinati per ultimo asilo. 

In questo salotto Edmondo ricevè Daniele. 



IL MIO CADAVERE 77 



Perchè si era cosi affrettato il giovane pianista ad accorrere all'invito del 
Baronetto? Perchè già gli era giunto all'orecchio il suono delle grandi ricchezze 
del solitario"; di^Schcene Aussicht, e Daniele non credè a' propri occhi nel leggere 

Sull'orlo del burrone. 



(n. 11) E noma si gittò da cavallo per andare a soccorrere il suo salvatore, nel 
quale, a sua grande sorpresa, riconobbe (pag. 92) 

il biglietto del nobile. Il suo cuore gli diceva ch'era quella un'occasione propizia; 
che forse il Conte di Sierra Blonda avrebbe potuto esser per lui una sorgente 
di fortuna; che forse quell'uomo il quale vivea lontano dai rumori della città e 
de' divertimenti sarebbe per lo meno un filosofo amico delle arti e incoraggiatore 
splendido de' giovani artisti. Checché avesse tra sé pensato il nostro Daniele, il 
fatto è che volò come un fulmine all'invito che gli sopraggiunse caro per quanto 
inaspettato. 

Rinunciamo a dipingere la maraviglia di Daniele veggendosi introdotto in 

51 — FRANCESCO MASTRIANI - IL MIO CADÀVERE. - Cbnt. 5 Disp. Il 



78 FRANCESCO MASTRIANI 

quella casa e proprio in quel tempietto d'oro, di cui abbiam parlato : il colse un 
capogiro, una vertigine: era quel salotto il riverbero dell'anima sua, lo specchio 
de' suoi arden i desideri: quell'oro riflcttevasi a sprazzi di fuoco nel suo cervello, 
e rimescolava le sue idee e confondeva la sua ragione ne più ne meno che se 
fosse stato un barilotto di poderosissimo vino. 

Tanta fu la luce che balenò da quel salotto che Daniele non vide il Baro- 
netto, il quale, vestito a nero, era seduto sovra un piccolo canapè a forma di con- 
chiglia. Edmondo era così pallido, cobi emaciato, che il suo volto purea dileguarsi 
in sulia nera barba che gli scendeva insino al petto. 

La voce del Baronetto trasse Daniele dall'estasi in cui era immerso, e chiamò 
i suoi sguardi attoniti sul nume di quel tempietto. 

— Sedete, bel giovane. Non siete voi l'egregio pianista signor Daniele de' 
Rimini ? 

Edmondo avea parlato in francese; era nell'accento e nella voce di quest'uomo 
qualche cosa di cupo e dì affannoso che colpì all'istante il giovane artista, il quale 
con leggiero imbarazzo rispose chinando i begli occhi: 

— Perdonate, signor Baronetto, al mio imbarazzo e al mio stupore, cagione 
della scortesia che ho commessa nel non riverirvi appena son qui entrato Le arti 
umili e dimesse veggonsi confuse alla presenza di tanto splendore. D'altra parte, 
vi confesso che io mi aspettava di entrare ne l'ostello delia filosofia, perocché il 
grido delle vostre estese cognizioni.... 

— E non vi siete ingan ato, interruppe il Baronetto, nel credere che avreste 
trovato in me un filosofo, il qu*le per altro ha la sventura di esser ricco! Ma, 
di grazia, accomodatevi, signor de' Rimini. 

Daniele salutò col capo e con molta osservanza il Baronetto, e si sedè in 
faccia a lui sovra altro d vanetto a forma di sfinge, ripetendo tra sé con estremo 
stupore, e come se avesse cercato di capire il senso di quel paradosso: Il quale 
per altro ha la sventura di esser ricco! ! 

Edmondo avea fitto lo sguardo sul sembiante di Daniele e massime negli 
occhi che gli avean fatto una impressione gratissima. Fin dal primo affacciarglisi 
del giovane italiano, il Baronetto avea provato un subitaneo sentimento di sim- 
patia; onde trasse lieto augurio pel tentativo di curagione che gli era consigliato 
dal Dottor Weiss. 

Daniele era davvero un vago e gentil giovanotto. Un leggiero accrescimento 
di salute congiunto alla situazione in cui trovavasi colorava il suo volto di una 
tinta di rosa. I viaggi avean data ella sua complessione maggior vigorìa e a tutta 
la sua persona un'aria di più gran distinzione. Questa volta due leggiadre basette 
coronavano le sue labbra, andandosi a con^iungere con un semicerchio di barba 
che gli circondava il mento; il suo sguardo era animato dalla vivacità della gio- 
vinezza, della salute e del genio. 

— La fama della vostra somma abilità nell'arte musicale è giunt i infino al 
mio solitario ritiro, disse Edmondo guardando sempre con compiacenza il giovane 
italiano : la mia salute non mi permette di andare al teatro ed avere il piacere d 1 
sentirvi a suonare; ed io anelava di conoscervi: ecco la ragione per cui vi ho 
pregato di onorarmi. 

— Che dite mai, signor Baronetto ! Ascrivo ad un particolar favore della mia 
sorte l'avermi procacciato un tal piacere ed onore, rispose Daniele, a cui le pa- 
role del Conte facevano un effetto gradevolissimo. 

— Fuori cerimonie, signor de' Rin ini, io sono filosofo e voi siete artista; la 






IL MIO CADAVERE 79 



filosofia e le arti si vantano di schiettezza; la ragione e la verità sono le loro 
basi. Io dunque vi parlerò il linguaggio dell'affetto più che quello delle conve- 
nienze. 

— Dell'affetto ! Signor Conte ! esclamò Daniele trasalendo di gioia. 

— Sì, dell'affetto. E pria di tutto vi confesso ch'io trovo nella vostra fiso- 
nomia qualche cosa che m'innamora dì voi. Non so perchè, ma in entrando in 
questo salotto, le vostre sembianze mi han tocco profondamente. 

— Ebbene, signor Baronetto, dal canto mio vi confesserò parimente che la 
vostra voce e la vostra fisonomia ha fatto in me un'impressione così grata, ch'io 
non dimentichtrò in tutta la mia vita la vostra persona. Ma un tale piacere mi 
viene amareggiato dalle paiole che teste mi avete dette, signor Conte. 

— E quali.' 

— Che lo stato della vostra salute v'impedisce di uscire. 

— E' véro, io soffro, bel giovanotto, soffro assai; ma chi sa! forse dovrò a 
voi, se non l'inters* mia guarigione, qualche ora almeno di sollievo. 

— Deh ! piaccia al cielo ch'io possa avere il piacere di contribuire al ricu- 
peramento della vostra salute ! 

— Ne ho speranza, e soprattutto da pochi momenti a questa parte. La vostra 
sola presenza ha già prodotto in me un effetto salutare. Che età avete, bel 
giovine ? 

— Sto nel ventesimoterzo anno della mia vita. 

— Co»ì giovine e già pieno di gloria ! 

— La gloria ! ripigliò il pianista, la gloria 1 L'è gran bella cosa la gloria, è 
vero, ma non basta alla felicità dell'uomo in su la terra. Oh ! se io fossi ricco ! 

— Oh! che mai dite! ricco! Ebbene, guardate, mirate il mio volto; son io 
felice? Eppure io sono due volte milionario. 

— Due volte milionario!! esclamò Daniele con gli occhi di fuoco, e il suo 
petto si gonfiò, e dalla sua bocca, dalle sue narici il fiato usciva con impeto. La 
trista corda dell'anima sua era tocca. 

— Sì, due volte milionario, ripetè il Baronetto, e c°ò non ostante io sono la 
più misera creatura che sia nel mondo. '*. 

— Voi, Signore! 

— Io, io propriamente, io darei la metà di quanto posseggo, purché dormissi 
una sola notte il sonno che si dorme alla vostra età, e colla vostra salute. 

— Oh mio Dio! tanto voi dunque soffrite, signor Conte! 

— Tanto io soffro ! ripetè come un'eco sepolcrale il Baronetto. 

Ebbero luogo tra quei due personaggi pochi momenti di silenzir ; poi Edmondo 
riprese: 

— Vi farò una proposta signor de' Rimini, e voglio sperare che l'accetterete 

— L'accetto, signor Conte, rispose Daniele con fermezza. 

— Anche prima di sapere di che si tratta? 

— Qualunque cosa mi proponiate, io l'accetto, tornò a dire il giovine con 
risolutezza. 

— Ed io vi ringrazio con tutta l'anima signor de' Rimini, e spero non essere 
ingrato alla premura che mi dimostrate. Io dunque vi propongo di passare un 
mese in questa città di Manheim, e, se non vi dispiace, in questo casino. Vedete 
quanto ardisco sperare da voi! e adattarvi a viver con un povero infermo qua), 
son io! 

— Un mese! esclamò quasi tra sé Daniele. 



80 FRANCESCO MASTRIANI 



— Un mese, due o tre, il tempo che vi piacerà. E giacché intendo godermi 
io solo le vostre accademie, è giusto ch'io le paghi. Vi offro dunque trentamila 
franchi al mese. 

— Trentamila franchi al mese! ripetè con occhi di pazzo il pianista, e il suo 
cuore fece un balzo terribile. E ditemi, signor Conte, trentamila franchi al mese 
che somma fanno a capo di un anno ? 

— Trecento seasantamila franchi, rispose Edmondo, vale a dire circa 63,000 
piastre di Spagna. 

— Non basta!! esclamò scoraggiato Daniele, e quasi avesse risposto ad una 
interrogazione che avea fatto a sé medesimo. 

Edmondo fu estremamente sorpreso da quella frase, eh' egli credè di- 
retta a sé. 

— Così giovane e così assetato di ricchezze! esclamò tra se il Baronetto; è 
inconcepibile! 

Daniele capì l'errore che aveva commesso, arrossì tutto e si affrettò a dire: 

— Perdonate signor Conte, non a voi era diretta quella frase che testé mi è 
sfuggita dalle labbra. La somma che voi mi proponete è una fortuna immensa 
per un povero artista qual io sono, ma io non posso rimanere sì a lungo in Ger- 
mania. Mi permetterete adunque ch'io accetti solamente per un mese, e mi darete 
quella somma che vorrete. 

— Sia dunque per un mese, disse Edmondo: a contare da questo giorno, 
n'è vero? 

— Da domani, signor conte. 

— Ebbene, domani vi aspetto: questo appartamento vi sarà assegnato; le mie 
carrozze e i miei servi sono a vostra disposizione fin da questo momento. 

Daniele era per accomiatarsi dal Baronetto, quando nel salotto entrò il dottor 
Weiss. Edmondo prese per la mano il giovine italiano, e, presentandolo al me- 
dico, disse: 

— Dottore, ecco il signor de' R : mini, il RIMEDIO 3he mi avete proposto. Egli 
è mie ospite per un mese. 

— Davvero! Voi, signor de' Rimini... 
Il medico s'interruppe indi ripigliò: 

— Ma, è strano! è curioso! è incredibile! Signor Conte, questo giovinotto vi 
rassomiglia a capello: quegli occhi sono i vostri, quella fronte è la vostra, quel 
naso è il vostro..... Ah! ah! ci sarebbe da scommettere che il signor de' Rimini 
vi è figlio! 

Questo scherzo fu una scossa elettrica per quei due personaggi, che si guar- 
darono, arrossirono e impallidirono, come se quella parola gittata così per celia 
fosse stata una inattesa rivelazione. 



VI. 
L'artista. 

Il giorno appresso, Daniele era stabilito al primo piano del casino di Schoene 
Aussicht. Il Baronetto avea posto agli ordini del giovine pianista le migliori delle 
sue carrozze e due scelti domestici, uno tedesco e l'altro francese. Il più splendido 
e principesco servizio era ai comandi di Daniele, il quale era trattato come un 
ospite regale. 



IL MIO CADAVERE 81 



La colezione gli era recata nel suo appartamento, il pranzo era comune col 
Baronetto, così avendo disposto lo stesso Daniele. Edmondo gli aveva lasciata in- 
tera libertà, sì che il giovane era padrone assoluto di sé medesimo in tutto il 
corso del giorno. Ma al cadere delle tenebre, e in sull'ora del pranzo, il Baro- 
netto il facea pregare di salire al secondo piano. 

Dopo il pranzo, Edmondo faceva servire il tè nella camera verde, ove si ri 
duceva assieme a Daniele e dove, coricato sulla magnifica sedia a foggia di 
letto, si abbandonava al piacere di sentire a suonare il giovane pianista. 

Un preziosissimo piano-forte era stato trasportato nella camera verde. Pochi 
momenti dopo di aver preso il tè, Daniele si sedeva innanzi allo strumento ch'ei 
toccava con tanta maestria e con tanta perfezione, e traeva da que' tasti sublimi 
e patetici accordi. 

Alcune volte Daniele suonava pezzi di grandi maestri da lui variati coi 
colori della più ricca fantasia. Era un torrente di melodie or piane o soavi 
come le cantilene religiosa di vergini romite, or flebili e toccanti come i la- 
menti della passione, or gravi e solenni come? le preci dei morti salmeggiate 
in una chiesa lontana, or vivaci e liete come l'inno della speranza: era un con- 
certo di accardi non mai uditi, or vibrati e veementi come i palpiti delle gio- 
vanili passioni, or dimessi e pacati come il mormorio del vento sulle acque d'un 
ruscello. 

Alcune altre volte Daniele sposava il canto all'armonia strumenta 1 ©: e allora 
quella sua voce era una potenza di affetti inesprimibili, la sua anima parea sog- 
giogata dalle commozioni. Quel canto limpidissimo, soave, tutto cuore, tutto pas- 
sioni, eco dell'anima, quel canto italiano ispirato da un cielo innamorato, quel 
canto, delizia della vita, storia sublime delle segrete sofferenze del genio peregrino 
in sulla terra, il canto di Rubini, di Lablache, di Basadonna, si ritrovava in terra 
straniera sulle labbra di Daniele, e andava a toccare i più nascosti penetrali nel 
cuore di Edmondo, che pallido, affannoso, tremante ascoltava le note dolcissime 
che, come effluvii divini, partivano dal cuore più che dalle laringi del giovine artista. 

Edmondo pareva men triste del consueto; dormiva talvolta sonni placidi. Ma 
il lugubre fantasma non cessava di assalirlo di quando in quando, e alcune volte 
ne' momenti stessi in cui suonava Daniele. L'incanto della musica spirava di botto 
e le note basse del piano -forte prendevano agli orecchi di lui il solenne e terribil 
carattere de' rintocchi della squilla di morte. 

Una sera, Daniele cantò la romanza del colpevole amore, ch'egli avea cantata 
sei mesi fa, nella sala di Lady Boston a Napoli. Sì grande fu la commozione onde 
l'artista fu preso al ricordo della donna ch'egli amava, che non potè terminar la 
romanza; le lagrime gli bagnavano il volto. 

Inconcepibile contraddizione del cuore umano! Quel giovine, nei momenti in 
cui non era ispirato dal genio musicale, avea l'anima dura e malvagia: la sua 
condotta verso Lucia n'è una prova. Ma nei momenti in cui era al piano-forte, 
in cui era favorito dalla ispirazione, Daniele era tutt'altro uomo. Chi avesse giu- 
dicato di quel cuore negl'istanti in cui egli era artista, sarebbesi formato di lui 
l'opinione d'uomo sensitivo e virtuoso. 

Edmondo fu profondamente commosso dall'accento con cui il giovane avea 
cantato il suo colpevole amore; di talché, veggendo che quegli non poteva più pro- 
seguire per l'effetto delle proprie commozioni, gli domandò: 

— Voi amate, Daniele? 

— Amo, Signor Conte, amo la più vaga creatura che sia sulla terra : ella 



82 FRANCESCO MASTRIANI 



ispira i miei componimenti, dà l'impulso alle mie dita. La speranza di possederla 
m'incoraggia alle più ardue fatiche. 

— In che paese si trova al presente cotesta fanciulla? 

— In Napoli. 

— Quantunque voi diciate che non paleserete il nome di lei ancora che vi 
si desse un regno; disse sorridendo il Conte, pure userò l'indiscrezione di diman- 
darvi a qual famiglia appartiene la donna che amate. 

— E la figlia di un nobile e superbo spagnuolo, che si è volontariamente 
esiliato dalla sua patria, poscia che le vicende politiche lo ebbero spogliato del 
potere. 

— Il nome di costui? chiese il Baronetto con ansietà. 

— Il Duca di Gonzalvo. 

— Ah! egli! esclamò Edmondo: e voi siete il fidanzato di sua figlia? 

— Volesse il cielo che il fossi!... Ma voi conoscete il duca di Gonzalvo? 

— Sì, rispose con tristezza il Baronetto, 1' ho conosciuto in Ispagna; uomo 
protervo, ambizioso, avaro! 

— E vero purtroppo quanto dite, signor Conte. Ambizioso, avaro e superbo! 
Ohi perchè sua figlia è un idolo di bellezza! Perchè ho avuto la debolezza di amarla! 

— Rifiuta egli forse di rendervi felice? 

— Ebbene, sì, signor Conte, rispose il giovine con abbattimento, ei ricusa. 
Il giorno in cui gli chiesi la mano di sua figlia, il superbo mi umiliò con ogni 
maniera d' ingiurie. 

— E quale speranza nutrite ancora di possederla? 

— Nulla posso nascondere a voi, signor Conte: la benevolenza di cui mi ono- 
rate e il vostro rispettabile carattere m' ispirano un' illimitata fiducia. Vi dirò 
adunque che io strappai al duca di Gonzalvo la promessa d' attendere due anni 
prima d' impegnare la sorte di Emma sua figlia. 

— E condiscese il duca ad aspettar questo tempo? 

— Condiscese, perocché io gli promisi di ritornare dopo due anni di 

tornare..... 

Daniele avea vergogna di confessare il folle ardimento della sua proposizione. 

— Ebbene, di ritornar che cosa? dimane il Baronetto. 

— Di ritornar. . milionario, rispose il giovine arrossendo e abbassando il capo. 
Edmondo sorrise. 

— Milionario! esclamò questi, e su che speravate accumulare in due anni 
una tal favolosa fortuna? 

— Noi so io medesimo, signor Conta, speravo negli eventi, nella mia stella, 
e soprattutto nella febbrile operosità che mi avrebbe data la mia passione per 
colei che amo, per Emma. 

— E quanto avete guadagnato finora nel giro delle vostre accademie? 

— Pochissimo, signor Conte, quasi niente: le spese dei viaggi assorbono tutto. 
Mi avveggo purtroppo che la mia proposizione fa dettata da impeto giovanile, 
dallo sdegno in cui mi posero le umilianti parole di quel superbo... Ma non mi 
fo più illusione, signor Conte; i due anni passeranno, ed io non avrò potuto met- 
tere su che un meschino capitala appena bastante per vivere indipendentemente 
dal capriccio della sorte. Oh... ci vuol ben altro che note musicali per diventar 
milionario, non è vero, signor Conte? 

— Verissimo, mio caro Daniele. La vostra proposizione fu troppo ardita ed 
inconsiderata: ciò nulladimeno 



IL MIO CADAVERE 83 

Edmondo si fermò di repente; i suoi occhi erano an mati, brillanti, il suo 
volto avea preso un carattere di vivacità straordinaria. Uà pensiero al certo gli 
era passato per la mente, al quale ei si era fermato con compiacenza e con de- 
lizia. Daniele avea notato il subitaneo cangiamento della fisonomia del Conte. La 
reticenza che avea seguito alla frase ciò nulladimeno avea fatto balzar di speranza 
il cuore del giovine pianista. 

— Ebben signor Conte, voi dicevate.... ciò nulladimeno. 

— Sì, rispose Edmondo, io diceva.. Non bisogna disperare... chi sa !.. Ditemi, 
Daniele, avete voi coraggio ? 

— Se ho coraggio ! Mettetemi alla prova, signor Conte, e vedrete se ho co- 
raggio anche di affrontar la morte ! 

Daniele guardava attentamente il volto e gli occhi del Conte ne' quali si di- 
pingeva quasi una specie di aberrazione mentale. 

— A che questa interrogazione, signor Conte ? 

— Domani vel dirò... Domani parleremo a lungo.... Io forse vi sarò debitore 
d' una etebna obbligazione, e voi forse dovrete a me... la vostra fortuna. 

Edmondo si alzò : il suo volto raggiava di insolita gioia. 

— Buona sera, Daniele, buona sera, gli disse stringendogli la mano, buona 
sera, figlio mio, a domani..... a domani. Chi sa ! domani forse la vostra sorte 
sarà cangiata ! 

Il Baronetto si ritirò. Daniele rimase trasognato. Eppure, quella parola che il 
Conte avea profferita, quel figlio mio, avea scosso l'anima del giovine ! 



VI. 
Le condizioni. 

Si figurino i nostri lettori con quale e quanta impazienza Daniele aspettò il 
giorno vegnente. Le parole erano state chiare e precise : Domani forse la vostra 
sorte sarà cangiata avea detto..., Io forse vi sarò debitore d'una eterna obbligazione, e 
voi forse dovrete a me la vostra fortuna. Daniele avea mandato il cervello a spar- 
viero in tutto il corso della notte per trovare il bandolo della matassa ; ma nep- 
pure una congettura, una supposizione aveva egli potuto formarsi su tal proposito. 
Che specie di servigi poteva egli prestare al Conte? Che d'uopo avea questo mi- 
lionario dell'opera sua ? 

Nessun giorno della sua vita era stato atteso con tanta bramosia quanto quel 
domani, il quale dovea risolvere un problema di tanta importanza. 

E il domani, in sull'alba, Daniele si gittò dal letto, e aspettò con ansia feb- 
brile la chiamata del Baronetto. Quanto gli sembrarono eterni quei momenti! 

Non fu che verso le undici che il Baronetto fece , pregare Daniele di salir 
da lui. 

Edmondo fece entrare il giovine nella camera verde, di cui fece chiudere 
gli usci, ordinando ai servi che per qualsivoglia cagione non avessero ardito di 
venire a sturbare il colloquio ch'egli dovea tenere coi suo ospite. 

Daniele trovò Edmondo seduto presso un tavoliho, sul quale era un volume 
in quarto con molto lusso ligato a il ricapito da scrivere. Egli fé cenno a Da- 
niele di sedersi. 



84 FRANCESCO MASTRIANI 



Alcuni momenti passarono senza che nessuno de' due avesse rotto il silenzio. 
Edmondo incominciò: 

— Questo colloquio che ci acc ngiamo a tenere, signor de' Rimini, è d'una 
estrema importanza per entrambi. Esso può decidere della mia vita, siccome della 
vostra immensa fortuna. E un contratto ch'io vi proporrò. 

— Io vi ascolto, signor Conte, e non so dirvi con quanta impazienza ho 
aspettato questo momento. Parlate, signor Conte, ed abbiate in me la confidenza 
che potreste avere in un vostro figliuolo. 

Daniele abbassò gli occhi e arrossì. Edmondo conficcò l'ardente e cupo suo 
sguardo in sul volto del giovane, e seguitò: 

— Pria di tutto, ei fa d'uopo rivelarvi, signor Daniele, ch'egli è più di un 
anno ch'io soffro. La strana e tremenda natura del mio male non ammette rimedii 
fisici: io dispero della guarigione, tranne che voi non acconsentiate a quanto io 
vi proporrò. Vi confesso che coll'enorme guiderdone ch'io darò all'opera vostra 
potrei trovare mille altri che si presterebbero al mio volere; ma nessuno al certo 
potrebbe ispirarmi l'amore e la fiducia che voi m'ispirate. Già ve l'ho detto*, fin 
dal primo istante in cui vi ho veduto, hommi sentito una inesplicabile simpatia per 
voi, la quale è venuta ad esser rafforzata dalla strana rassomiglianza ch'è nelle 
fattezze del nostro volto. 

— Ed io sono oltre ogni credere felice, disse Daniele, di portare sul mio volto 
una guarentigia del vostro affetto. 

— Di cui or ora vi darò una prova grandissima. Ma badate, Daniele, badate 
ch'io chieggo da voi un sagrifizio enorme, inaudito. Nessun figlio, per quanto amore 
avesse al padre, si è mai sottoposto alla dura prova alla quale io vi chiamo, 
dandovi in compenso tutto quanto io posseggo. 

Daniele si senti dare un tuffo di sangue al cervello le orecchie gli zufolarono, 
la vista gli si annebbiò. 

— Tutto quanto voi possedete signor Conte 11 ripetè il misero schiacciato dal 
peso della propria felicita. 

— Sì, Daniele, ecco.... ecco il mio testamento, disse Edmondo mostrandogli 
sul tavolino un foglio di carta; ecco il mio testamento scritto di proprio pugno 
questa notte, alla presenza del mio cad... 

Edmondo s'interruppe. Daniele era così sbalordito, così stupefatto da quel che 
sentiva, non fece la minima attenzione a questa reticenza del Baronetto. Quel 
foglio di carta che Edmondo gli aveva additato come testamento sconcertava la 
sua ragione, imbrogliava le sue idee. 

— Il vostro testamento 1 , signor Conte... il vostro testamento ! 

— Si, ed uno solo è l'erede di tutte le mie ricchezze, Daniele de' Rimini. 
Questo colpo era troppo forte, pel giovane: gli occhi se gli abbuiarono la 

ragione gli vacillò. 

— Oh... che mai dite! signor Conto! vostro erede !.... erede universale! ! Due 
volte milionario come voi ! E chi sono io dunque ! E che cosa ho fatto per me- 
ritarmi tanto amor vostro? 

— Nulla ancora avete fatto, ma molto dovrete fare. 

— Dite, signor Conte, per carità, parlate: che così debbo fare per dimo- 
strarvi la mia gratitudine? Come sdebitarmi con voi di tanta prova di affetto? 
Parlate, la mia vita è vostra. 

— Ascoltate, signor de' Rimini, ascoltatemi attentamente. Vi dirò poscia le 
condizioni ch'io pongo all'eredità che vi lascio. 



IL MIO CADAVERE 



85 



Sappiate dunque che da qualche tempo io sono travagliato giorno e'notte 
da un pensiero che mi dà la morte. Tutti i mezzi ho te a tato per fugare questo 
fantasma che mi strugge, ma tutto indarno. Voi maravigliente della stranezza del 

Due nobili cuori. 




(n. 12) La figliuola del duca di Gonzalvo stese la^mano alla figliuola di Giacomo 
lo Stradiere. (pag. 97) 

mio male, ma per quanto si voglia strano, esso non è men vero e terribile... 
Ebbene, io non so perchè, m'immagino che morrò di morte apparente, e che 
sarò tratto alla tomba ancor vivol — D .miele fece un movimento di sorpresa, cui 
Edmondo non badò punto e proseguì: 

— Capite voi signore, tutto ii terribile di simigiiante pensiero ? Esser 
sepolto vivol Destarsi nelle tenebre, chiuso in ferrea bara. Aver la certezza che 
nessuno potrà aiutarti, che nessuno potrà udire la tua vocel Mancarti l'aria! sen- 
tirti scoppiare i polmoni! E quel coverchio di piombo che non cede ai sovrumani 

52 -* FRANCESCO MASTRI AKI - IL MIO CADÀVERE - Cent. 5 Sai»". I2~ 



FRANCESCO MASTRIANI 



aforzi che fai per d schiuderlo ! Inesorabile come l'eternità! Esser morto ed avere 
il sentimento e le angoscio della vita! Esser vivo cogli orrori della mortel Sen- 
tirsi morire lentamente e tra gli strazii di una volontà impossente! Sentirsi estin- 
guere e pensare che forse su que' pochi palmi di terreno che ti covrono si trova 
qualch'essere umano che potrebbe aiutarti se arrivasse a udire la tua voce!... Vi- 
ver sepolto, mentre *>i piange forse in sulla tua tomba! Oh! questo pensiero è 
troppo atroce, n'è vero, signore? Non è cosa orribile il pensarci soltanto? 

— Non ci è dubbio, rispose Daniele, sempre più attonito dalle paro'e del 
Conte; ma fa d'uopo considerare, signor Baronetto, che simili casi non sono che 
rarissimi. . 

— Rarissimi!... rarissimi, voi dite! Oh! è vero, • rarissimi sono i casi cono- 
sciuti, ma quanti milioni di questi casi non han potuto accadere, rimasti miseramente 
ignoti e sepolti negli orribili segreti della tomba! Rarissimi! voi dite! E siete 
forse andato voi a verificare i misteri del sepolcro? Quando si son gittati sei 
palmi di terreno sovra una bara, chi ha mai pensato di andare ad esplorare se 
l'uomo rinchiuso in quella bara, siasi ridesto dall'apparente sonno di morte? Oh 
quante volte forse, quante volte una tenera spos-i, un figlio inconsolabile si «ttru^gono 
in lagrime, mentre il misero consorte, il padre amatissimo muore nella più orrenda 
disperazione che mente umana possa mai concepire: quella di esser sepolto vivo! Raris- 
simi voi dite questi casi! ed avete voi, mai, nel silenzio della notte, messo l'o- 
recchio sulla terra dei morti? Oh quante volte il gemito dell'aura notturna trai ci- 
pressi d'una tomba è l'eco di un gemito che si perde nelle viscere della terra! 
Oh, quante volte le preci che risuonano sopra un feretro di fresco aperto, invece 
d'implorare dal cielo la requie eterna ad un morto, accompagnano l'agonia straziante 
d'un moribondo!... Voi credete che tali casi siano rarissimi? Or bene io dicoche su 
cento persone che vengono sepolte, un trenta alméno vengon menate ancora vive alla 
tomba! Leggete, leggete, signore, quest'opera tedesca sulla Morte appare) t te, e ve- 
dete in quante madere si può esser tratti in inganno dai segni apparenti della 
morte. Migliaia di esempi troverete in quest'opera di parsone che furon credute 
morte e che in fatti non lo erano! La morte apoarents è sì comune, ne' vecchi. 
Ebbene, io ho provveduto a quetto: ho provveduto benanche all'avvenire del mio 
cadavere, a quest'ente che gli uomini abbandonano come cosa che più loro non 
appartenga. Si pensa ai figli, si pensa alla moglie, a' parenti, agli amici, a' servi 
ed al proprio cadavere non si pensa. Incredibile cecità! Ma io vi ho pensato, e 
consacro tutte le mie ricchezze alla felicità del mio cadavere. Ascoltate, ascol- 
tate a quali condizioni io vi nomino mio erede universale. \ 

Edmondo prese d»I tavolino il suo testamento e lesse con ferma voce ma cupa 
e sepolcrale": 

" Di tutti i suddetti miei beni mobili ed immobili co' titoli annessi, in man- 
canza di eredi legittimi, lascio mio erede universale il giovine Daniele de' Rimini, 
di Napoli, esercente la professione di pianista. Ma il detto Daniele de' Rimini non 
potrà esser messo in possesso de'miei beni se non mostrerà legalmente di aver 
adempito alle seguenti condizioni : 

1 In qualunque paese si trovi il detto Daniele de' Rimini nel tempo della mia 
morte, dovrà, dietro avviso, trasferirsi imm diatamente a Manheim, in questa prò" 
prietà di Schcene AussicJit. • 

2. É mia precisa volontà che il MIO CADAVERE sia imbalsamato col nuovo 
metodo di iniezione alle carotidi. Questa operazione dovrà esser fatta dal mio 
medico dottor Weiss di Francoforte varii giorni dopo che io non avrò dato più 



IL MIO CADAVERE 87 



segni di vita, e dietro i più esatti e scrupolosi esperimenti per accertarsi della 
VERA mia morte. Per tale operazione gli si darà in compenso la somma di die- 
cimila fiorini. 

3. È anche mi» precisa volontà che il mio cadavere, dopo l'imbalsamazione, 
rimanga nella camera verde del secondo piano della mia proprietà di Scicene 
Aussicht. 

4. Il signor Daniele de' Ri mini, mio erede ed esecutore testamentario, dorrà 
ess»re il custode del mio cadavere durante nove mesi, a contare dal giorno della 
mia. morte. 

5. Il mio cadavere sarà vestito con quella proprietà e decenza che si conven- 
gono al rango ed alle ricchezze del Baronetto Brighton, Conte di Sierra Blonda. 
Og"i giorno se gli cambierà la biancheria, ed ogni settimana i vestiti. 

6. Due volte al giorno il signor Daniele de' Rimini recherà egli stesso al mio 
cadavere, nel cospetto de' servi testimone il caffè, e in quelle stesse ore in cui 
soglio prenderlo al presente. 

7. Ogni sera, dopo l'ora del tè, il s'gnor Daniele de' R mini suonerà, alla 
presenza del mio cadavere, un pezzo al piano-forte e canterà un'aria di sua scelta. 
Il mio cadavere sarà adagiato sulla sedia a foggia di letto, ch'è nella camera 
verde, 

8. La più minuta e scrupolosa cura sarà messa dal signor Daniele de'Rimini 
a t?ner mondo il mio corpo da qualsiasi impurità della corruzione. 

9. Il signor Daniele de' Rimini, di concerto col dottor Weiss, provvederà ai 
mezzi di purificar l'aere della camera verde ed allontanar le cattive esalazioni 
del mio cadavere. 

10. Mi si useranno tutti que' riguardi e quelle attenzioni che son:> dovute al 
mio stato, e che mi si userebbero se io fossi vivo. 

11. Passato il tempo de' nove mesi, il signor Daniel* de'Rimini farà porre il 
mio corpo in una cassa di bronzo dorato di cui egli solo conserverà la chiave, e 
mi farà riposare nella mia villa di Schcene Ausicht, in un apposito mausoleo che 
vi si farà costruire. Egli si obbliga parimente di visitare di tempo in tempo le 
mie spoglie mortali, le quali io raccocnaodo alla sua sollecitudine ed alle sue cure. 

• 12. Mancandosi dal signor Daniel de' Rimini ad una sola delle condizioni da 
me poste, la cui esecuzione dovrà ?sser legalmente verificata e consegnata in ap- 
posito atto di cancelleria, s'intende il signor Daniele de' Rimini scaduto dal dritto 
di eredità, ed in ?ua vece, de' miei beni si farà l'uso chi indicherò qui appresso. 

13. Nel caso che il signor Daniele De r Rimini, durante il corso le' nove mesi, 
cadesse ammalato e non potesse qnindi adempiere personalmente agli obblighi 
giornalieri da me impostigli, potrà affidarne l'esecuzione a persona di sua piena 
fiducia, e sempre sotto la sua diretta responsabilità. Il caso della sua malattia 
dovrà per altro essere legalmente verificato con attestati di esperti medici, a capo 
dei quali sarà il mio dottor Weiss di Franconforte. 

14. Da ultimo, nel caso in cui il signor Daniele de'Rimini morisse prima di 
me, questo testamento rimane di fatti annullato, e sarà da me provveduto diver- 
samente alla divisione dei miei beni. 

16. Se il signor Daniele de'Rimini morisse nel corso dei novi mesi, potrà 
de' egare altra persona di sua scelta . continuare l'adempimento dei presenti ob- 
blighi ; ma le disposizioni testamentarie dal signor de'Rimini non avranno vigore se 
non sarà spirato il termine di n >ve mesi, e verificata in piena regola l'esecuzione 
delia mia volontà. 



88 FRANCESCO MASTRIANI 



Il testamento conteneva altre disposizioni che Edmondo stimò inutile di leg- 
gere al giovine pianista, trattandosi di cose secondarie e di rito legale. 

Daniele avea prestato attento l'orecchio alle strane condizioni che il Baro- 
netto avea poste al possedimento, della sua eredità. Durante la lettura del 
testamento, molte fiate sospinse gli occhi attoniti sul sembiante del mi- 
lionario, perocché sospettava non essere il costui cervello nel naturale suo 
sesto. Ma niente rivelava in Edmondo alterazione di mente ; e le condizioni del 
suo testamento, avvegnaché non mai intese, eran dettate con molta regolarità e 
ponderazione. Si scorgeva che quel soggetto avea per molto tempo formicolato nel 
cervello di lui, ed era in particolar modo originato dalla strana paura di essere 
sepolto vivo. D'altra parte, essendo inglese il Baronetto non poteva arrecar ma- 
raviglia una strambezza di questo genere, essendo pur troppo noto che nella vita 
privata gl'inglesi escono sempre dalle vie comuni ed amano di segnalarsi per latti 
singolari e bizzarri. 

Dopo alcui momenti di silenzio, Edmondo che avea fitto uno sguardo inda- 
gatore negli occhi di Daniele, (limandogli : 

— Or bene, signor de' Rimini sarete voi il mio erede ? Accettate voi le con- 
dizioni del mio testamento ? 

— Le accetto, rispose con fermezza il giovine che si era fatto pallidissimo. 
Edmondo mise un piccol grido di gioia, si alzò e corse subito ad abbracciar 

Daniele. 

— Grazie, grazie figliuol mio; ora la mia guarigione è assicurata, orale mie 
notti non saranno più turbate da orrendi fantasmi ; or son felice, sì, felice -, e a 
te debbo la mia felicità. 

Daniele era rimasto qual trasognato. 

— Eccovi milionario, proseguì il Conte, eccovi due volte milionario. Questa 
casa è vostra, le mie proprietà sono vostre. D'ora in poi io vi considero qual figlio, 
mio. Andate dal superbo Duca di Gonzalvo e ditegli che tra dieci, venti o tren- 
t'anni voi lo schiaccerete sotto mucchi d'oro. 

— Tra dieci, venti o trentanni!! Ed Emma? mormorava tra se costernato il 
pianista, e guardava distratto il Baronetto sul cui volto brillavano raggi di gioia. 



PARTE IV. 



i. 

La cavalcata. 

Allontaniamo per poco il nostro sguardo da Schatne Aussicht, dove, poscia che 
il contratto di morte fu chiuso, tutto fu profonda tranquillità per alquanti giorni, 
e ritorniamo al palazzo S..., dove lasciammo quella perla delle fanciulle, Emma dj 
Gonzalvo. 

Esaminiamo un poco i suoi sentimenti e scrutiamo i suoi pensieri, quei pen- 
sieri color di rosa che si aggirano in quella bellissima testolina modello e su per 



IL MIO CADAVERE 89 



quella fronte p'ù bianca dell'alabastro. Oh com'è difficile di poter leggere in quel 
cuore ! il sorriso è sempre su quelle labbra tanto più eloquenti quanto men lo- 
quaci ; il piacere è sempre in quegli occhi neri come la morte ch'essi mettono 
nel cuore. Non direm già il dolore, ma la tristezza è straniera a quella natura vul- 
canica, se non è quella dolce mestizia di cui talvolta si ammanta l'erburnea sua 
fronte per vaghezza di sentimenti, per civetteria, per moda. Ella sa che l'astro 
della notte è più bello allora che una diafana sfoglia di nugoletta ne vela la 
bianca luce. 

Eppure, infin dal dì della partenza di Daniele, il velo di malinconia che si 
scorgea sulle incantevoli sembianze di Emma non era più artifizio di civetteria, 
ma l'era naturale. Amava ella il giovine pianista ? E difficile il rispondere a tal 
dimanda. Andate a formare un raziocinio sui sentimenti di una fanciulla di quella 
fatta ! Ci si perde la bussola se non la testa. In quanto a noi, confessiamo che 
non sappiamo quel che sente e quel che pensa la bellissima Andalusa, e che non 
altro possiam dire che dal giorno in cui Daniele postergava il paese ov' ella abi- 
tava, Emma non parve più così allegra, così spensierata. Non v' immaginate però 
che quel gioiello di donna si fosse dimagrita nel pensier di Daniele, o che mol- 
tissima malinconia le desse la costui lontananza. Emma sentiva un vuoto ne 7 suoi 
trionfi giornalieri-: un adoratore di meno non facea gran cosa al numero, ma spia» 
ceva all'amor proprio di lei. Dobbiamo anche aggiungere in confidenza che, quan- 
tunque ella ben si tenesse dal dimostrarlo, sentiva non pei' tanto una prdpensione 
e una simpatia pel giovine artista, dallo sguardo di fuoco, dalla fronte ripiena 
di genio e di malinconia : le frasi monche ma ardenti, i sospiri eh' esalavano 
dall' imo del cuore, la pallidezza mortale onde si covriva il bel volto di lui 
quando le stava dappresso ; tutto ciò, sebbene leggiera, facea vieppiù ogni giorno 
impressione sull'animo della giovinetta che non era alla fin fine di carta o di 
stucco, e dagli dagli, anche una statua si risente. Ond' è che la figliuola del 
Duca di Gronzalvo nella compiacenza che libava ogni dì nel sentirsi cotanto 
amata succhiava a poco a poco quel velenuccio che si chiama amore. Grli è 
vero che l'amor in Emma, il sommo amore, 1' amore appassionato non poteva 
attecchire, dappoiché a capo di tutte le sue passioni, siccome in altro luogo men- 
tovammo, era una cieca e pagana adorazione di sé medesima : Emma era amante 
riamata di sé stessa. 

Ciò aulla di meno, la fanciulla aveva adesso nel corso del giorno qualche momento 
di malumore, di rabbruscamento di ciglia; pigliava a male certe cose che dianzi 
non le sfioravano neppur l'epidermide; s'incolleriva e riscaldava per nessun mo- 
tivo, ed erasi fatta insopportabile verso quei suoi schiavi dai guanti bianchi che 
avean messo a' suoi piedi i loro cuori e la loro vita. Emma sdegnava tutti gli 
omaggi e trovava noioso il coro di lodi che s'inalzava attorno a lei dovunque 
ella mostravasi: questa bisbetica stizza le accresceva qualche volta il malumore 
e la noia. Ai teatri ella era distratta, fastidiosa di tutte le opere, e giudice ine- 
sorabile dei poveri artisti; nelle riunioni si piaceva a torturare gli spasimanti 
che la circondavano o a gittare nei loro petti la fiamma della gelosia. 

Emma non sapeva rendere a sé medesima ragione di questa asprezza nel 
proprio carattere; noi crediamo di non ingannarci attribuendola all'assenza del 
maestro di musica; e viene a rinforzarci in questa credenza il pensare che la 
bella spagnola non ignorava il colloquio che Daniele si ebje col padre di lei 
qualche giorno pria di partire. Emma in un momento di tenerezza avea strap- 
pata al Duca di Gronzalvo il segreto di .quell'abboccamento; né il Duca avea 



90 FRANCESCO MASTRI ANI 



gran motivo di nasconderlo alla figliuola, però ch'egli stimava matto il pianista 
e come t le se ne rideva e beffava, dicendo che aveva volato guarire o accre- 
scere la mattezza di lui promettendogli di aspettare due anni : rima di ma- 
ritar la figlia. Emma dunque sapeva che Daniele l'aveva chiesta in isposa 
e che avea promesso di ritornare milionario dopo due anni. Non ostante 1 mot- 
teggi e i sarcasmi del padre, il quale teneva per fermo aver Daniele perduto il 
senno, ella non vedeva un proposito da demente nella promessa del giovine. 
Conciossiachè impossibile le sembrava che il suo amante ritornasse col possedi- 
mento di tanta fortuna, non sapea dismettere il pensiero che quegli aveva do- 
vuo poggiare su qnalche fondamento la strana proposta, il cui ardimento solle- 
ticava l'amor proprio di lei. Soltanto l'averlo pensato era per lei uà titolo all'am- 
mirazione e alla simpaia per qu l caro giovane. 

Per la prima volta in sua vita un pensiero angoscioso le venne Ila mente, 
un pensiero di gelosia. Fintantoché Daniele era a Napdi, ella era sicura che 
costui non avrebbe potuta innamorarsi d'altra donna; troppa ella era e mscia delie 
proprie attrattive per credere alla possibilità di uu altro amore nel cuore di 
quell' appassionata amatore. E quand'anche un'altra donna lo avesse per poco 
di sé invaghito, bastava par ricondurlo ai suoi piedi uno sguardo, una parola, un 
detto. Emma dunque iun ebbe mai l'idea che Daniele, vergendola quasi ogni 
giern*;?, avesse potuto prendersi di un'altra bellezza, imperocché con tante adula- 
zioni la superbetta era stata educaia, che quasi era certa che io Napoli nessuna 
duuna potea superarla in avvenenza e beltà. Ma fuori Napoli? Per quanto amore 
Daniele si avesse per lei, egli era giovine, e a ventidue anni le passioni, le im- 
magini son fugaci; agli occhi di un giovane dal cuore sì ardente ogni donna è 
bella, ed ogni bella è amante; le remiDiscenze non reggono a front» 4 delle impres- 
»ioni; e una donna lontana, anche bella quanto si può immaginare, perde sem- 
pre a paragone di una donna presente e innamorata, anche di bellezza inferiore. 

Emma avrebbe desiderato che Daniele avesse avuto trentacinque anni invece 
di ventidue: ella comprendeva che a trentacinque anni le passioni sono profonde 
e incancellabili, e che la distanza e il tempi) vieppiù le aceende invece di spe- 
gnerle; comprendea che in quella seconda età dell'uomo le reminiscenze hanno più 
forza delle impressioni: e che un amante in questetà non pecca facilmente d'in- 
costanza. Emma pensava a queste cose, cui per lo addietro giammai non aveva 
pennato e sentiva , a suo dispetto, un certo pizzicore di gelosia. 

Emma dunque amava Daniele ? E noi ripetiamo che noi sappiamo, ma siamo 
inchinati a credere di sì; bensì noi vorremmo asserire su la nostra responsabilità, e 
non facciamo ch'enunciare un nostro modo di vedere, e non già un fatto reale. 

Talune volte, quando stava sola massimamente, e m quel bel capo abbando- 
nato sulla palma della mano dritta, con quegli occhi malinconici fissi come la 
coente nel passato, ella pensava che un giorno una donna avea scritto a Daniele. 

non avea dimenticai > la più minuta particolarità di quel fatto: ricordava no- 
marsi quella donna Lucia Fritzheim; che Daniele avea detto di aver dispregiata: 
e di non aver voluto cadere ne' lacci delle seduzioni di lei. 

Questa 'donn* dunque era bella! Lucia ricordava che Daniele avea detto pos- 
colei un sembiante d'innocenza e modi ingenui e pruprii d'ui cuor gentile 
e virtuoso, ma artefatti e tali da incannare i più esperti. 

Non so perchè, ma nell'animo di Emma surse il pensiero che quella non foss e 

rità; che Daniele avesse voluto nascondere agli occhi di lei un intrigo. E 

q rito pensier » andava ac gustando maggior forza ed evidenza a seconda che la 



IL MIO CADAVERE 91 



giovinetta si riducera a mente le più piccole cose che accompagnarono quel fatto. Un 
fanciullo misero, dall'aspetto onesto e gentile, avea portato il biglietto: il miserello 
era stato dapprima all' abitazione di Daniele alla Riviera di Chiaia, e di là man- 
dato a Toledo al Palazzo S... dove il maestro di musica solea venire: il ragazzo 
erasi posto a piangere quando gli fu detto che il giovine non era al Palazzo S... 

Sitniglianti particolarità davano certezza alla fanciulla di essere stata ingan- 
nata, e un bel mattino le venne alla mente un' idea singolare. Emma pensò di 
andare a trovare Lucia, la cui abitazione essa ricordava benissimo. 

Sì ella è un' intrigante avventuriera, pensava tra sé la nobil giovinetta, io 
mi sarò accertata di ciò, e più non penserò a questa sciagurata: se, al converso, 
ella è una vittima del tradimento di Daniele, sarà questa benanche un'importante 
scoperta che potrà influire sul mio avvenire. 

Queste cose volgeva in sua mente la giovinetta, perocché, bisogna dirlo, il 
pensiero di Daniele incominciava a diventare per lei quel che dicesi propria- 
mente una passioncella. 

La riso'uzione di andare a trovar Lucia, era presa; bisognava pensare al modo 
di mandarla ad effetto. A tante cose pensò la fanciulla, ma tutte presentavano di 
forti difficoltà ed ostacoli. Imperciocché, dato il caso che la Fritzheim fosse stata 
in realtà un' avventuriera, siccome l' avea dipinta Daniele, come avrebbe fatto 
Emma per nascondere la vergogna di tal visita? 

Dopo aver molto pensato e ripensato, Emma si fermò ia ultimo sovra un 
disegno che le parve il migliore di quanti le si erano presentaci alla mente. 

Da parecchi giorni si trattava, nelle solite ed intrinseche riunioni della sera, 
di prendersi il divertimento di una cavalcata al Campo di Marte. Varii distinti 
cavalieri, amicissimi del Duca di Gonzalvo, e due o tre dame, amiche di Emma, 
dovean comporre la brigata. Emma avea sempre differita questa passeggiata or 
per un pretesto, or per un altro, non sentendosi 1' animo sereno abbastanza per 
abbandonarsi ai consueti sollazzi; ma le parve giunto il momento di recarla ad 
effetto, dappo'chè era nel pensier di lei di allontanarsi dalla brigata allorché sa- 
rebbero giunti presso al Real Albergo de' Poveri, adducendo il pretesto di dover 
adempiere ad un atto di carità ch'ella volea fosse rimasto segreto, epperò vo erlo 
adempiere aenz' alcui testimone: avrebbe dissimulata la distanza, dicendo che la 
casa dov' ella recàvasi non era discosta che pochi passi: avrebbe intanto dato di 
sprone al cavallo e divorata la via per tornar più presto a raggiungere la comitiva. 

Un tal proponimento non era scevro di difficoltà, ma ella si ripromettea di 
superarle sul fatto. 

La cavalcata fu fissata pel primo giorno di sereno che offrisse il verno già 
decrescente. Ed in effetto, un bel mattino la nobil comitiva si avviava dal Palazzo 
S..„ su sveltì e bei cavalli inglesi di puro sangue, con molto lusso ed eleganza 
bardamentati. 

Emma, in grazioso e maschile abbigliamento all'amazzone, cavalcava un gen- 
tile e nobil destiero bianco come la spuma del mare. L'iucantevol persona della 
giovinetta sp>gnuola si disegnava con fierezza sotto le spoglie austere della moda 
inglese, ma più bella appariva, più seducente agli occhi degli estasiati cavalieri 
che la circuivano. A' suoi fianchi caracollava con grazia estrema e con superba an- 
datura il visconte di Boisrouge, abile maneggiatore di cavalli. 

La cavalcata era giunta all'Orto Botanico, ed Emma, arrossendo annunziò, 
facendo le vist w **i esse-sene pur lì ricordato, di dover visitare una misera fami- 
glia raccomm na delle sue amiche. Non ostante le più vive premure 



92 FRANCESCO MASTRIANI 



ed istanze, Emma si allontanò dalla brigata, e non sì tosto videsi fuori la vista 
dei suoi compagni, die di sprone al cavallo e sparì dietro gli alberi che orlano 
il viale di S. Maria degli Angeli alle Croci. 

Emma avea detto alla comitiva di aspettarla dappresso al Real Albergo dei 
Poveri ch'ella non avrebbe indugiato più di pochi minuti. 

Il cavallo di Emma si era messo di carriera; ella incita vaio colla voce, colla 
frusta e cogli sproni, perocché sentivasi alle spalle il galoppo di un altro cavallo 
che la seguiva. 

La fanciulla sospettò che alcuno dei compagni si fosse quegli che seguitavala 
e nella preoccupazione in cui la metteva l'apprensione di essere discoperta, e per 
guardare indietro non badò ad un burrone che tagliava la strada, ed era appena 
pochi passi discosta dal fossato in cui sarebbe stata inghiottita insieme col suo 
cavallo, quando il cavaliere che la seguiva, facendo fare un balzo terribile al 
proprio corsiere, si cacciò innanzi a quello della fanciulla per arrestarne il corso 
impetuoso. E riuscì in fatti a salvare la giovinetta dall'orrenda caduta, ma 
l'urto fu così veemente, e l'azione così rapida, che il cavaliere fu balzato di sella 
e stramazzò a terra, andando a piombar col capo sopra un piccolo macigno ch'era 
messo in sull'orlo del fossato. 

Emma mise uno strido acutissimo e si gittò dal cavallo per andare a soc- 
correre il suo salvatore, nel quale, a sua grande sorpresa, riconobbe il signor 
Maurizio Barkley, dal cui capo grondava in copia il sangue. 



II. 

La visita. 

Accennammo altrove che Emma nutriva un certo istinto di diffidenza per 
Maurizio Barkley. Ella non sapea propriamente rendersi conto di tale ripugnanza, 
anzi non poche volte facea forza a se medesima per vincere un così ingiusto sen- 
timento, anche perchè sapea che suo padre riponeva nel signor Barkley intera 
fiducia; ma il mistero onde quest' inglese circondava la propria vita, 1' oscurità 
della sua origine e delle sue relazioni, quella specie di altiera taciturnità irremo- 
vibile, e quello aguardo freddo, ma ostinato e penetrante, avean fatto sull* animo 
della giovinetta, fin dal primo giorno in cui lo vide, una sinistra impressione 
che 1' era rimasta in appresso voltata in leggiera antipatia. Il contegno di Barkley 
verso di lei era stato sempre grave e poco manieroso: quando le più entusiastiche 
ovazioni erano prodigalizzate alla dea de' salotti, Maurizio non mischiava le sue 
frasi di ammirazione e di rapimento a quelle dello stormo elegante che le si facea 
d' attorno, quando, per casualità, rimanevan soli o vicini, Maurizio non le indiriz- 
zava nessuna di quelle parole di adorazione che soleano risuonare agli orecchi di 
lei. Per così fatte ragioni, E urna sentiva per Barkley contraggenio e dispetto. 

Ma ora questi sentimenti erano di botto disparsi, cedendo il luogo alla sor- 
presa, al compiacimento, alla riconoscenza. Emma era estremamente meravigliata 
di veder colà il signor Barkley, il quale non formava parte della comitiva; ed 
era ricolma di ammirazione e di gratitudine pel coraggio, per la prontezza, per 
l' eroismo onde colui, a rischio della propria vita, 1' avea salvata dal precipizio. 

Il sangue grondava a Maurizio da una larga ferita apertaglisi dietro al capo. 



IL MIO CADAVERE 



93 



Egli avea perduto V uso dei sens ; , era pallidissimo, e sulle sue labbra era sparso 
il lividore di morte. 

Emma si trovava nella situazione più angosciosa; avrebbe voluto chiamare al 

Una visita inaspettata. 




(n. 13) — Avanti, disse Lucia senza levar gli occhi dal lavoro. — E sulla soglia 
apparve la maschia figura di Maurizio. (pag. 108) 



soccorso, volare da' suoi compagni che 1' aspettavano, per raccontar loro il triste 
accaduto, ma non volea lasciare, neppure per un momento, il misero e generoso 
giovine che giaceva a terra senza dar segni di vita. 

Emma dimandò l 1 aiuto di alcuni villici che eran di passaggio, e uno di co- 
storo, adagiato Maurizio in sul macigao, ne sostenne il capo, mentre l'altro era 
corso per un poco di acqua. 

Gli occhi della fanciulla erano bagnati di lagrime. Ella si adoperava a ratte- 
nere, col suo fazzoletto rinforzato a molti doppi, il sangue che fluiva e gemeva 



53 — F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cent. 5 



Disp. 13 



94 FRANCESCO MASTRIANI 



sotto il grumo eli a vi si era incrostato tra i capelli. Intanto il contadino era tor- 
nato con una brocca d' acqua limpidissima. Emma avea fatto uno sdruscio nella 
sua sottana e ne avc:a formata una pezzuola il cui becco immerse nell' acqua ed 
applicò in sulla ferita per farla ristagnare. 

Il freddo dell'acqua richiamò a vita Maurizio, il quale aprì gli occhi, e ve- 
duto Emma che con la più amorosa sollecitudine gli era sopra, e la cui mano 
riposava assieme col becco della pezzuola in sulla sua fronte, lo sguardo gli ba- 
lenò di piacere, ed il volto ch'era smorto e livido si accese di subita fiamma. 

— Grazie, mormorò con fioca voce, grazie Duchessina, quanta bontàl Voi 
stessa avete voluto curare la mia ferita! ed avete avuto ragione, perchè la vostra 
mano è il più dolce balsamo che si fosse potuto applicare sovr'essa. 

— Oh, signor Barkley, rispose Emma arrossendo, come potrò esprimervi la 
mia gratitudine? A voi debbo la vita, perchè sarei senza altro precipitata in 
questo orribile fossato, senza il vostro coraggio e la vostra prontezza. Ma come 
vi siete trovato qui ? Voi non facevate parte della nostra comitiva. 

— E' vero, Duchessina, voi non mi troverete giammai nel cerchio di coloro 
che prendono parte ai vostri divertimenti; ma quando un pericolo vi minaccia, 
quando una sventura sta per colpirvi, siate certa che troverete al vostro fianco 
Maurizio Barkley. 

Emma guardò stupefatta il giovine inglese. Le nobili e generose parole che 
questi avea profferite non erano dettate da vanitosa ostentazione, dappoiché egli 
avea dato testé una prova irrefragabile della sincerità de' suoi detti. Ma a quel 
sentimento attribuire tanta abnegazione? Ecco la sciarada di cui Emma s'imbro- 
gliava a trovar il motto. 

— Ben mi è nota la nobiltà del vostro animo, signor Barkley, ed essa giu- 
stifica pianamente la fiducia che mio padre ha in voi, e l'amicizia che vi pro- 
fessa. Ed, oh' quanto più egli vi stimerà ora che saprà essere io debitrice a 
voi solo della vita! 

— A che parlarne, Duchessina? Non sono io oltremodo felice e compensato 
nella dolce pietà che la mia ferita ha saputo destare nel vostro bell'animo? Oh se 
avessi ogni giorno l'occasione di arrischiare la mia vita per salvare la vostra! 

Emma era sempre più sorpresa delle parole di Barkley, e tanto più ne sen- 
tiva maraviglia, essendo ella convinta che l'espressioni di quell'uomo non erano 
foggiate per vaghezza di complimenti o per affettare uno spirito eroico e caval- 
leresco, dal quale abborriva il suo carattere franco ed altero. 

Questo breve scambio di parole avveniva stando la giovinetta chinata pres- 
soché sulle ginocchia di Maurizio : la mano dritta di lei tenea compressa in 
sulla fronte dell'inglese la pezzuola bagnata, mentre la sinistra aiutava a soste- 
nere le spalle del ferito. Maurizio si sollevò un poco dal macigno, sì che la 
sinistra mano della fanciulla abbandonò per poco la sua posizione. Barkley prese 
nelle sue la mano della giovinetta, se l'accostò alle labbra e v'impresse un bacio. 

Emma trasalì, e, per un movimento inconsiderato, si scostò dall'inglese. 

— Che fate, signore ! esclamò ella. 

— Bacio quella mano che mi dà la vita, rispose Maurizio. Grazie, Duchessina, 
grazie delle vostre cure ; mi »ento forte abbastanza da tornare a casa. Prendete, 
buona gente, soggiunse poi dando a ciascuno de' due villici una moneta d' oro, 
prendete questo piccol segno della mia gratitudine; non ho più bisogno dell'opera 
vostra. 

I due contadini stupefatti di tanta generosità non rifinivano di guardare con 



IL MIO CADAVERE 95 



occhi spalancati or la moneta ora il donatore : e quando si furono accertati che la 
cosa non era una finzione, ma bensì la più consolante realtà, si partirono, col- 
mando di benedizioni il forestiero e la dama. 
Maurizio ed Emma restaron soli. 

— Volete raggiungere la comitiva, o volete recarvi da Lucia Fritzheim ? 
chiese Barkley. 

Non si può dire, da quanta sorpresa fu colta Emma a queste parole. In che 
modo Maurizio conosceva il segreto di lei ? 

— Che ! signore ! esclamò la fanciulla, e chi vi ha detto ch'io mi recava da 
questa donna? 

— Nessuno, Duchessina, perocché voi avete nascosto a tutti il vostro propo- 
nimento. 

— E voi, signore, come avete letto nel mio pensiero ? Chi vi ha rivelato il 
nome di qu> sta donna ? 

— Perdonate, Duchessina, ma questo è il mio segreto : soltanto vi posso dire 
ch'io conosco questa fanciulla, che si chiama Lucia Fritzheim. 

— Fanciulla l come ! Elia è dunque una ianciulla di onesta famiglia, n' è 
vero ? 

— Lu-ia Fritzheim è la virtù, personificata, Duchessina, rispose con solen- 
nità il giovine inglese, e suo padre era l'anima più bella, il cuore più nobile che. 
sia stato al mondo. 

— Ed è straniera questa famiglia ? dimandò sempre più maravigliata Emma. 

— Giacomo Fritzheim era svizzero di origine. Lucia è nata in Napoli. 

— Ed è bella? chiese la giovinetta. 

— La sua virtù la rende assai più bella di quel che sia in effetti. 

— Ed è povera, n'è vero ? 

— Poverissima, e massime dopo la morte del padre. 

— Andiamo, signor Barkley, accompagnatemi da lei. Il mio soverchio indugio 
sarà presso gli amci giustificato dalla vostra presenza. Io dirò che in quella casa 
dove mi son recata per una limosina ho incontrato voi, al quale io avea dato ap- 
puntamento. Racconterò il vostro atto eroico, col quale mi avete salvata la vita; 
troveremo pretesti e sotterfugi per colorare la nostra tardanza. Venite, Maurizio, 
indicatemi l'abitazione di Lucia Fritzheim ; andiamo a spargere il conforto della 
carità là dove la più nera perfidia ha sparso il dolore, la miseria, e volea spar- 
gere l'ignominia ; andiamo, signor Maurizio ; compite la vostra opera ; salvatemi il 
cuore dopo avermi salvata la vita. 

— Io vi accompagnerò, Duchessina, ma' non salirò sulla casa di Lucia Frit- 
zheim; vi aspetterò a qualche distanza: andate a trovar Lucia; le vostre due anime 
sono fatte per intendersi e amarsi. 

La caduta di Maurizio non solamente avea cagionato la sua ferita al capo, ma 
gli aveva fat f o parecchie contusioni alla sinistra gamba: ondechè mal potea reg- 
gersi in piedi e a stento potea camminare. 

Emma lo aiutò a montare a cavallo: indi ella balzò sul suo bianco destriero ? 
e a lenti passi entrambi s'incamminarono alla volta della casa di Lucia. 

C'incombe il debito di far notare a' nostri lettori che Maurizio Barkley aveva 
a certa distanza seguita la cavalcata, e che veggendo Emma discostarsi dalla co- 
mitiva ella sola, si era affrettato a raggiungerla. Per qual cagione Maurizio avea 
voluto seguir la cavalcata? 

E questo un segreto che il tempo ci spiegherà. 



96 FRANCESCO MASTRI ANI 



Giunti che furono all'abituro di Lucia, Maurizio si fermò, lo additò alla 
fanciulla, e disse ch'egli avrebbe aspettato a pochi passi di distanza coi due cavalli. 

Emma montò sola le gradinate. 

Marietta venne ad «prirle l'uscio di scala. La fanciulla rimase attonita nel 
vedersi dinanzi quella bella dama in abito da cavalcare. 

— Siete voi Lucia Fritzheim? domandò Emma. 

— Io sono sua sorella, signora, rispose Marietta arrossendo fin nel bianco de- 
gli ocshi. 

— E non è in casa vostra sorella ? 

— Oh, sì, signora, rispose con tristezza la fanciulla, ella non esce da lunga 
pezza; è così mal ridotta ! 

— Bramo vederla, soggiunse Emma, ho qualche cosa da dirle. 

— Entri dunque, signora; perdonerà la poca decenza della nostra casa; siamo 
poveri orfani che viviamo colle fatiche delle nostre braccia. 

Entrando in quella casa, la figliuola del Duca di Gonzalvo fu commossa in- 
aino alle lagrime scorgendo la più commiserevole miseria. 

Quasi tutte le seppellettili erano state vendute; le bianche pareti, imbrattate 
dagli scherzi d'Uccello, si presentavano squallide e nude: qualche sedia, un lettic- 
ciolo di asserelle e un vecchio armadio componevano gli arnesi di quella prima 
camera àore si eia trattenuta la giovinetta andalusa. 

Marietta avea fatto sedere la nobil dama, ed era ita ad avvertire il resto 
della famiglia dell'onore inaspettato. Emma udì dalla stanza contigua un rumore 
di oggetti da tavola che venivano gittati in fretta in qualche cassettone, un affac- 
cendarsi per ripulire sommariamente e spazzare la stanza; udì il bisbigliare di 
molte voci, e a capo di p.chi momenti, ella fu fatta entrare nella camera dove 
stava Lucia Fritzheim. 

Il volto di Lucia era bianco come carta. Emma si avanzò verso di lei e la 
prese per mano, guardandola con occhi velati di pianto. 

— Perdono, disse la figlia di Giacomo, mille volte perdono, bella dama, se 
ha atteso pochi momenti ; noi prendevamo un boccone quando ella ci ha onorati. 

— Sono dolente di avervi disturbata, carina : voi dunque siete Lucia Fritzheim? 

— Per lo appunto, signora, e questi che vedete a me d'intorno sono i miei 
fratelli e nra sorella. 

Uccello, Giuseppe e Andrea fecero una riverenza alla nobil dama, e sotto- 
voce si dicevano l'un all'altro: 

— Quanto è bella! E che bel vestito! Oh la dev'essere la figliuola o la sposa 
di qualche principe! Guarda, Giuseppe, come son belli quei bottoni! Guarda, Andrea, 
quella frusta. 

Emma e Lucia si guardarono per qualche tempo senza profferire parola : en- 
trambe erano dominate da forti emozioni, e specialmente Emma sentiva una pietà 
profonda per tanta virtù congiunta a tanta sventura. 

— A chi ho l'onore di parlare? dimandò Lucia che non si saziara di con- 
templare l'incantevol bellezza della dama che le stava presente. 

— Alla vostra amica Emma di Gonzalvo. 

— Emma di Gonzalvo! esclamò Lucia, e gli occhi le si velarono d'una nebbia 
mortale. 

Marietta e i fratelli corsero dappresso a lei. 

— Voi, signorina, voi la figliuola del Duca di Gonzalvo! Povera Lue a! esclamò 
Marietta rompendo in lagrime. 



IL MIO CADAVERE 97 



— Voi dunque conoscevate il mio nome? dimandò Emma con voce commossa. 

— Oh signora! se sapeste quante lagrime il vostro nome ha fatto scorrere 
dagli occhi della mia sventurata sorella ! 

Lucia si era rimessa immantinente; il suo volto avea preso un'espressione di 
nobiltà e di fierezza. 

— E che brenna da me Emma di Gonzalo? Vuol forse umiliarmi colla sua 
bellezza e col suo fasto, dopo di avermi ridotta qual sono, uno scheletro, dopo di 
aver tolto a questi innocenti il pane che io dava loro colle mie fatiche, e cui non 
posso più dare per lo stato della mia salute? Guardate, signorina, guardate lo 
squallore e la miseria di questa casa, di questa onesta famiglia, è tutta opera vostra; 
ma spero che Dio mi darà la forza di soffocare nel m o cuore l'amore che Egli 
stes ìo vi fece nascere. Oh, or che vi ho veduta, l'ultimo barlume di speranza è 
fuggito. La vostra bellezza assolve lo spergiuro... Ebbene, Emma di Gonzalvo, io 
vi perdono tutto il male involontario che avete fatto a me e a questa misera fa- 
miglia ; io \i perdono dal fondo del mio cuore, come imploro da Dio perdono sul 
capo dello spergiuro... Oh, mio Dio, quanto è bella! quanto saranno felici! Ma ella 
non può amarlo quanto l'ho amato io ! no, non è possibile ! 

Due grosse lagrime scapparono da' begli occhi della sventurata fanciulla. 
Emma corse ad abbracciarla: i suoi occhi nuotavano parimente nelle lagrime. 

— Lucia Fritzheim, le vostre parole mi hanno squarciato il cuore, ma io non 
le merito. Giuro sul mio onore che mai dal mio labbro non è uscita una sola pa- 
rola che avesse potuto incoraggiare l'amor di Daniele per me: io ignorava ch'egli 
fosse ligato a voi da un giuramento; e, quando la vostra lettera giunse in casa 
mia, quando quella lettera cadde sotto gli occhi del vostro amante, ei nulla mi 
disse, nulla. Ma Daniele de' Rimini non ha l'anima che avete voi, Lucia Fritzheim ! 
Faccia il cielo che egli apprenda a coìioscervi ! La vostra sorte mi commuove e 
mi tocca nel vivo dell'anima. Posso io sperare che accetterete la mia amicizia, 
Lucia Fritzheim ? 

La figliuola del Duca di Gonzalvo stese la mano alla figliuola di Giacomo lo 
Stradiere, la quale la strinse e vi si abbandonò sopra con tutta la testa, vi stampò 
mille baci e bagnolla di pianto Emma se la stiinse al cuore, e poscia la baciò 
sul volto con estrema tenerezza. 

Manetta e gli altri fratelli circondarono la nobil fanciulla, piangevano, ride- 
vano, e volevano anch'essi aver la loro parte di quegli abbracciamenti. 

Emma li abbracciò tutt\ Fu questo un bel momento ! 

Sul cuore di Lucia fluiva un torrente di gioia. Da tanto tempo la miserella 
non gustava un piacere sì vivo! La sua anima si apriva alla felicità dell'amicizia ; 
la sua sensibilità si sfaceva sotto il calore di questo divino sentimento. 

Sul volto della donzella andalusa sfolgorava una gioia sì pura che tutte le sue 
sembianze ne erano irradiate. Era forse 'a prima volta che i suoi occhi nuotavano 
in lagrime di tenerezza: era quello il più sublime piacere ch'ella avesse mai gu- 
stato in sua vita. 

— Io debbo andar via, disse Emma dopo qualche minuto di commozione, sono 
aspettata da una comitiva di amici, a' quali ho nascosto, sotto un pretesto, lo scopo 
della mia vi aita. 

— Ah ! esclamò Lucia, chi sa se ci rivedremo mai più! Una barriera insor- 
montabile ci divide. 

— E quale? dimandò Emma con tristezza. 

— Il nostro stato, rispose Lucia. 



98 FRANCESCO MASTRIANI 

— Questa barriera, che l'ingiusta fortuna avea posta tra noi, è stata già su- 
perata dalla nostra amicizia. Noi ci rivedremo, e ci rivedremo spesso. 

— Iddio possa colmarvi di felicità, incantevol creatura ! esclamò .Lucia. 

— Qua la tua mano, Lucia, la tua puranche, gentil fanciulla, disse Emma 
rivolgendosi a Manetta, la quale afferrò la mano della generosa donzella e con ef- 
fusione di cuore la baciò più volte. 

— La vostra anima è bella come il vostro volto, disse la sorella di Lucia. 

— No, non posso partirmi di questa casa, ripigliò Emma se prima non ricevo 
un pegno della vostra amicizia. 

— Un pegno! E quale? chiese Lucia. Parlate, Duchessina, la mia vita è vostra. 

— Il pegno ch'io vi domando, soggiunse la figlia del Duca, è che accettiate 
questo ricordo mio. 

Emma avea tratto dal proprio dito un prezioso anello di brillanti, e l'offriva 
alla misera fanciulla. 

— Non crederò che mi siate amica se non accettate questo anello, simbolo 
del legame fortissimo che unirà d'ora in poi i nostri cuori. 

Lucia non oppose resistenza, Emma le passò al dito il prezioso anello. La 
figliuola di Giacomo era soffocata da tante commozioni. 

Emma era partita tra le benedizioni di quelle innocenti creature, le quali 
aveanla accompagnata fino alla prima branca delle scale. 

Nel ritornar che fecero nel misero abituro, Manetta guardò per caso in sul 
tavolo, a cui si era momentaneamente appoggiata la Duchessina dì Gronzalvo. Ella 
mise un grido di sorpresa. 

Una borsa ripiena di monete d'oro riposava sul tavolo. 

Emma si affrettò a raggiungere Maurizio Baikhy che l'aspettava a qualche 
distanza. Ella montò in fretta sul corsiere, ed a fianco del giovine inglese disparve 
nella polvere che lo scalpitar de' cavalli avea sollevata. 

Prima di sparire, Emma avea agitato il suo fazzoletto per salutare Lucia e i 
fratelli che,, aggruppati sul terrazzino della loro casa, risposero congiungendo le 
loro mani al cielo, quasi implorando da Dio ogni grazia e benedizione sulla vir- 
tuosa e bellissima donzella. ^ 



III. 

Maurizio Barkley. 

Nell'immensa varietà delle anime, studio interminabile del filosofo e dell'ar- 
tista, subittto inesauribile di meditazioni, s'incontrano non di rado talune indivi- 
dualità così caratteristiche e singolari da richiamare tutta l'attenzione dell'osser- 
vatore. Sono uomiri che si elevano, col volo delle loro aspirazioni, alle più alte 
regioni dell'umanità, la virtù è tutto per essi, il mondo nulla; la società in cui 
vive no non ha la forza d'inceppare il ncbil pensiero colla trivialità delle pegole e 
delle convenienze o colle infinite esiger ze meschine di giornalieri bisogni: la virtù 
è la loio esistenza, non già quella virtù di convenzione e di uso, ma quella che 
agli occhi deil'uom volgare è un eroismo giornaliero, e che tanto è più sublime 
quanto più oscura e dispregiatrice di vana gloria. La terra ove poggiano il piede 
non ha per essi più attrattive ed importarla del rame scello su cui l'augelletto si 



IL MIO CADAVERE 99 



ferma un momento per librare il volo: il frale è per essi l'involucro esoso dal quale 
ardono di sprigionarsi. 

Nel novero di questi uomini era Maurizio Barkley, il quale seppe elevarsi 
sopra Pignobilità della sua razza. 

Nel mondo morale avviene lo stesso che nel mondo risico. Le apparenti irre- 
golarità, ch'eccitano la nostra collera, che fan profferire giudizi! torti e temerari, 
che confondono la nostra scienza futile e vanitosa, sembrano tali per la ragione 
che noi le veggiamo da un punto solo e colla limitatissima estensione della 
nostra vista. 

Tutto può parere irregolare agli occhi dell'uomo: tutto è livellato agli occhi di Dio. 

Le grandi anime combattono più delle altre co' corpi, ne' quali sono ristrette: 
la deformità, le malattie o la miseria stringono ne' loro ceppi crudeli i più no- 
bili istinti: le intelligenze non s'inalzano che sulle ruine della propria creta. L'in- 
gegno che crea deve scendere dalla sua altezza per provvedere al tozzo di pane 
che dee soddisfare alla richiesta dello stomaco; e sovente quel tozzo di pane non 
sarà ottenuto che a forza di umiliazioni, d'improbe fatiche, di sofferenze. La so- 
cietà venera l'ingegno, lo ammira; ma lo lascia perir di fame. L'ignoranza spesso 
accompagna le ricchezze; gli onori del mondo sono Spesso il cirredo del vizio, 
e la virtù si trova anelli più sovente sotto i cenci. 

La più nobile anima era nel corpo della più vii createra, nel corpo d'uno 
schiavo; Maurizio Barkley l'abbietta mercanzia comprata con pochi scellini, l'ultimo 
e più dispregevole dei Chattels (1 acquistati dal baronetto Edmondo Brighton, 
aveva ricevuto da Dio un'anima sublime. 

Il nome di Maurizio Bark'ey fu dato a questo schiavo dillo stesso Elnondo 
poscia che quegli lo ebbe salvato da sicura morte nel Circo di Cuba. Il nome 
che si aveva Maurizio per lo addietro altro non era che Quickeye (occhio e ìlebre) 
per l'acutezza della sua vista, onde rendeva importanti servigi nella caccia delle 
bestie feroci. 

Maurizio era nato nella Colonia del Capo nella Oafreria : i suoi genitori, 
schiavi probabilmente, erano sconosciuti. All'età di sei anni appena egli fu ven- 
duto ad un mercante di schiavi e trasportato nelle Indie Inglesi, a Patmi, capi- 
tale del B ihor, all'occidente del Bengala. Le maschie fattezze del suo volto 
l'estremo coraggio che lin dall'infanzia aveva appalesato, la somma intelligenza 
che lo distingueva, il resero caro al suo padrone, che giammai non volle disfarsene 
a qualunque prezzo. 

Ma alla costui morte Maurizio venne imbarcato, assieme ad altre centinaia d'in- 
felici suoi compagni, e menato in America, dove fu comprato dal Baronetto 
Edmondo. 

Dicemmo che dopo l'avvenimento della lotta col toro, Edmondo, che aveva 
scoperto in Maurizio il cuore più nobile ed elevato, lo innalzò, alla dignità di uomo 
gli tolse il soprannome di Quickeye, e tutt'i segni della schiavitù; gli diede il 
nome di Barkley, voleva dargli la libertà; ma questi ricusò per affetto straordi- 
nario ed immenso che portava al suo padrone. Ma Edmondo il considerava come 
uomo libero, e gli po3e anch'egli amore adosso. A sé lo avvinse come tenerissimo 



1) Chiamansi Chattels in generale i beni d'una persona, cui può lasciare in retaggio, e 
più particolarmente con tal denominazione s'intendono nelle colonie inglesi gli schiavi com- 
prati o generati da altri schiavi. 



100 FRANCESCO MASTRI ANI 



amico, e gli accordò la più illimitata fiducia, raccontandogli tutta la trascorsa 
sua vita e le follie della sua giovinezza. 

Abbiam detto in altro luogo che oltre all'incarico di vegliare su i passi del 
Duca di Gonzalvo a Napoli, Maurizio aveva ricevuto dal Baronetto un'altra mis- 
sione. E qual si era questa? La più dilicata, la più nobile, la più scrupolosa che 
fosse stata mai affidata ad un uomo al mondo. 

Maurizio aveva da molti anni l'incarico di badare al sostentamento di cinque 
creature, figli naturai' di Edmondo, e di cui egli conosceva perfettamente la di- 
mora e lo stato di vita. 

In che modo Maurizio adempiva a questa singolare e bizzarra missione, a 
cui il Baronetto l'aveva destinato per sedare alquanto i rimorsi della propria 
coscenza 9 

Maurizio riceveva ogni mese una somma, metà della quale serviva pe' suoi 
bisogni e per mantenersi con tutto il decoro d'un ricco gentleman (condizione indi- 
spensabile pel disimpegno del suo mandato presso il Duca di Gonzalvo) e l'altra 
metà era destinata al sostentamento de' cinque giovinetti, frutti delle giovanili 
follie di Edmondo, e per pagare gli agenti subalterni della fiducia di esso Mau- 
rizio. Questi cinque giovanetti, tra i quali era Daniele, e di cui due eran donne 
ricevevano la somma mensuale di cinquanta ducati. 

Maurizio teneva un agente di sua confidenza in ciascun paese ove dimorava 
uno de' figli del Baronetto. Prima di fissarsi in Napoli, Maurizio aveva personal- 
mente visitato, secondo le indicazioni ricevute dallo stesso Barone to, ciascun fan- 
ciullo, al cui sostontamento egli dovea badare, ed erasi con la massima scrupolo- 
sità accertato dell'identità degl'individui. 

Con quanta dilicatezza ei dovesse diportarsi a tal riguardo e con qual circospe" 
zione, è ben facile immaginare, tanto più se ponesi mente allo stretto divieto 
ch'egli avea di far conosc3re la provenienza del sussidio mensuale ch'ei recava 
o tacea recare a' figli del Baronetto. Benché Maurizio avesse prescelto per agenti 
subalterni uomini di una probità a tutta pruova, li teneva però perfettamente al 
buio su tutto ciò che non era pratica di amministrazione ; ei si serviva di questi 
uomini come di semplici braccia, come di strumenti meccanici e non intelligenti. 
Ogni irese Maurizio ricevea le cinque ricevute da' cinque individui che riscuote- 
vano il denaro, e quelle ricevute ei mandava fedelmente al Baronetto, il quale 
vedeva a tal modo ogni mese la scrittura de' suoi figli, ed il suo cuore era almeno 
in ciò pago nel conoscere che questi innocenti non pativano difetto de' mezzi 
di vita. 

Durante la dimora di Daniele a Manheim e nella casa del Baronetto, questi 
ricevè una volta da Maurizio Barkley, e tra le altre quietanze de'suoi figli, quella 
benanche di Daniele, tranne che questa portava per cognome Fritzheim non de'Ri- 
mini, imperocché, se ben ricordano i nostri lettori, la prima volta che Daniele 
firmò la ricevuta de' cinquanta ducati, egli stava ancora in casa di Giacomo lo 
stradiere, e non si era dato ancora il fittizio cognome di de' Rimini. Oh, se 
Edmondo avesse potuto sospettare che il giovine pianista italiano, Daniele de'Ri- 
mini, che albergava nella sua medesima abitazione, ed al quale egli aveva posto 
addosso tanto amore, altri non era che Daniele Fritzheim, suo figlio, frutto del- 
l' infame seduzione sulla persona della sventurata Juanita di Gonzalvo! 

Ed oh! se Daniele, nel ricevere da ignota mano nel ricco ostello di Manheim 
la consueta polizza, avesse potuto supporre, che il vero donatore di quel danaro 
mensuale altri non era che il Baronetto Edmondo, Conte di Sierra Blonda, suo padre ! 



IL MIO CADAVERE 



101 



Per qual cagiono Edmondo avea, formalmente vietato a Maurizio Barkley di 
rivelar giammai ai propri figli, e per qualsivoglia circostanza, il suo nome, le sue 
qualità, il suo ritiro e i vincoli di natura? Edmondo avea fatto tanti sventurati. 



Parricidio. 




(n, 14) 



e con mano ferma accosto il cono di carta affé labbra del dormiente (pag.'l24 



avea portato il disonore in tante famiglie, eh' ei voleva, risarcendo in parte il 
male che avea fatto, rimanere ignoto a tutti, abbandonarsi senza disturbi alla vita 
riposata e tranquilla che si riprometteva di menare nel ritiro di Manheim. D'altra 
parte, ei temeva le private vendette, gli odii, le gelosie: temeva le rappresaglie 
de' suoi tanti nemici. Tra il suo passato e il suo avvenire, egli avea posto una 
barriera, che volea non fosse val.cata neppure dalla più nobile e sacra passione: 
1' amor paterno. 

Un'altra Qtseaatanza dobbiamo ricordare ai nostri lettori, perchè nulla ri- 



54 — F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cent. 5 



Disp. 14 



102 FRANCESCO MASTRI ANI 



manga a tal riguardo senza spiegazione. Al'ora che Daniele si presentò per la 
prima volta agli occhi di Maurizio Baikley, questi pronunziò le seguenti parole: 
Alla Inori ora! Eccone uno che gli rassomiglia! Ora non è più necessario spie- 
gare il sentimento di questa frase. Maurizio alludeva alle sembianze degli altri 
quattro figli di Edmondo, dalle quali non avea potuto trarre nessun argomento 
di somiglianza. 

Quando Maurizio rice\è in Napoli la quietanza di Daniele in data di 
Manheim, ei fu sorpreso del caso bizzarro, che riuniva nello stesso paese il 
padre ed il figl ; o; ma nulla sapeva ancora che il pianista dimorasse a Sditene 
Aussicht, vale a dire nella medesima abitazione del Baronetto. Laonde non sap- 
piamo dire da quanta meraviglia ei fosse preso nel ricevere dallo stesso Ba- 
ronetto una lettera in cui questi gli dava notizia di aver dato ospitalità al 
pianista italiano Daniele de' Rimini. Maurizio ben conosceva chi era Daniele 
de' Rimini. Da questo memento oltre ogni credere delicata e difficile addivenne 
la posizione del povero Maurizio. Doveva egli rivelare al genitore li dimora 
del figlio nella propria casa? 

Maurizio non prese a questo riguardo alcuna risoluzione, aspettò un'altra 
lettera dal Baronetto per potersi decidere a qualche passo. 

Ogni giorno, Maurizio andava in essa del Duca di Gronzalvo, e questi lo 
ricevea sempre collo dimostrazioni della più grande amicizia, imperocihè il Duca 
avea sperimentato nel giovine inglese uu i esemplare probità ed un carattere 
franco, leale ed integerrimo. Edmondo, colle sue estese relazioni, avea fatto 
scrivere per Maurizio una possente lettera di raccomandazione dalla Spagna al 
Duca di Gonzalvo in Napoli, e questa lettera fu il mezzo d'introduzione per 
Baikley nella casa del nobile spagnuolo; il quale accordogli in seguito sì fat- 
tamente la sua fiducia che le porte della sua casa erano aperte in ogni ora 
del gioirò all' Esquire Maurizio Barkley. 

E, quasi tutti i giorni, Maurizio vedeva Emma; spesso intrattene vasi con 
lei, non ostante quella specie di ripugnanza che la figliuola del Duca di Gon- 
zalvo mal dissimulava contro di lui. Ma la condotta, le parole dello Esquire 
Barkley erano irreprensibili, ed Emma non ebbe giammai a dolersi della un- 
nica infrazione che quegli avesse commessa alle leggi del buon vivere. Ciò 
non pertanto la fanciulla andalusa era sovente imbarazzata dallo sguardo d'ac- 
ciaio di Maurizio, il quale sembrava voler penetrare nelle più recondite latebre 
de* cuer di lei. La fìsonomia dell'Inglese, ordinariamente fredda e marmorea, 
acquistava dappresso a lei un' espressione indefinibile; que' suoi occhi africani 
lucevano come due pugnali, e il colore del suo Tolto da olivastro diveniva 
bianco. 

Emma ammirava talvolta il complesso della testa di Maurizio, che aveva 
qualche cosa di straordinario e di eccezionale. I suoi capelli folti, duri e ricci 
gli tempestavano le tempia e la parte posteriore del collo come ispida foresta, e 
le sue sopracciglia ingrossate dall'ardente sole della Cafreria si spiegavano come 
due archi terribili su le due nere frecce degli occhi: era nell'espressione e nel 
taglio del suo capo qualche cosa del leone. 

Nelle fattezze di quest'uomo era la natuia selvaggia e indomita unita a quella 
impronta di nobiltà che la virtù solamente può dare agli uomini. Nel tempo stesso 
la schiavitù avea lasciato il euo marchio indelebile nel carattere di lui cupo, aspro 
e sospettoso; quell'anima ardente nata per amare era stata defraudata flnanco del 
pjù caro sentimento, 1' amor filiale. La più brutale condizione era stata imposta 



IL MIO CADAVERE 103 



a quell'uomo nel cuor del quale, fin dalla più tenera infamia, era stata distillata 
ogni più bassa e truce passione, le quali per altro non aveano potuto attecchirvi. 

Abbiara detto che Maurizio vedeva E ama quasi ogni giorno. Quell' uomo 
ch'era arrivato all'età di trentadue anp.ì nella m iggior severità di pulore, e che 
non pertanto sentiva nel petto le fiamme del cielo africano; quoll'uoim che sen- 
tiva ribollirsi il sangue al solo udir parlare d'amori non potea veder Enmi tutt'i 
giorni senza rimanere attossicato dagli occhi della spagniola. Bsn presto una pas- 
sione cupa si scavò un passaggio nella sua anima come una mina nelle visceri 
della terra. E questa passione crebbe, crebbe alimentata da tutta la volontà dello 
stesso Maurizio, il quale trovava in essa la più grande felicità della sua vita. 
Stranezza incomprensibile! Maurizio era telice nel suo amore sepolcrale: nessun 
raggio di speranza balenava su esso ; e questo appunto alimentava la nascosta 
sua fiamma. Giammai non gli venne al pensiero l'idea d'una corrispondenza di 
Emma, però che questa idea era p3r lui un assoluto impossibile. Intanto egli era 
felice di amare Emma: era questo amore il suo culto, migliore assai di quel bar- 
baro feticismo che gli avevano insegnato colle nerbate nella schiavitù. 

Questo solitario amore dava a Mturizio le più singolari tendenze. Sovente 
egli si recava ne' luoghi più remoti e campestri, visitava i villaggi ch« circon- 
davano Napoli, montava l' erta del Vesuvio o de' Camaldoli, ed ivi, seduto su 
qualche collina, o alla vista del mare, egli si abbandonava a tutta la malinconica 
tenerezza della sua anima. In così fatte interne conversazioni egli si apriva in- 
teramente a se stesso, e si piaceva di confidare all'aura del celo i sentimenti del 
proprio cuore. L'immagine di Emma era la sua compagna: quell'immagine cara 
prendeva agli occhi di lui forme eteree e leggiere; rive?, ti va i colori della nugo- 
letta indorata che attraversava la tacita volta del cielo; nella forma di sottil neb- 
bia si piegava sulle onde del mare, quasi per udirne i segreti, si raccoglieva sotto 
l'ombra di un platano, o si sfumava colla luce nel lontano orizzonte. Chi può 
dire le strane visioni di un'anima vergine e selvaggia che ama coll'ardore dei 
deserti, e che è continuamente costretta a ripiegarsi sovra se medesima per 
mancanza di eco ? 

Alcune volte la vulcanica passione di Maurizio scoppiava dal suo seno come 
tremenda eruzione, e allora i suoi occhi infiammati di lagrime giravano come 
quelli dell'affamato leone che percorre la vastità del deserto senza trovare di che 
satollare la sua fame : allora lo schiavo facea rimbombare le solitudini de' campi 
con gridi terribili e disperati: allora tutto gli era rnsopportabile, il moto e la 
quiete, Ja compagnia e la solitud ne, la luce e le tenebre. Ma questi momenti di 
debolezza eran rari, perchè 1' anima di Maurizio era forte come il suo corpo ver- 
gine ed avvezzo alle più orrende privazioni. 

Maurizio avea nascosto nel più profondo dell' anima il segreto del suo amore ; 
era impossibile all' occhio più destro e indagatore lo scoprire la passione ardentis- 
sima che bolliva nel petto di lui. La stessa Emma, lungi d' addarsene minima- 
mente, non iscorgeva nel gentleynan che un freddo egoista. Ma dal dì che Maurizio 
l'ebbe salva da sicuro pericolo di vita, Emma il risguardava con altr' occhio, ed 
il tenne in istima di amico sincero e leale. 

Fu quello certamente il più bel giorno della vita di Maurizio. Ed or cade 
in acconcio il dire ch'egli, inosservato, seguiva sempre Emma dovunque costei si 
recava : e quel giorno della cavalcata fu sul principio un tristo giorno per lui, 
dappoiché Maurizio vedeva a fianco di Emma i più leggiadri cavalieri : ogni 
parola che la fanciulla volgeva a qualcuno di loro era dardo al cuore dell'Africano. 



104 FRANCESCO MASTRIAN1 



Da lungi egli non perleva mai d' occhio ciascun movimento di lei. Abbiam già 
detto eh' egli poss' deva tal vinta acuta, che tra gli schiavi suoi compagni si era 
meritato il nome di Quickey (occhio celere). 

Non così tosto Maurizio ebbe veduto Emma discostarsi dalla comitiva e pren 
dere sola la via di Santa Maria degli Angeli alle Croci, pensò subitamente, con 
quella penetrazione che soltanto 1' amore sa dare, che la fanciulla andava a tro- 
vare Lucia Fritzheim. Già Maurizio conosceva la faccenda della lettera di Lucia 
capitata nelle mani di Emma, conosceva la strana proposta di Daniele al Duca 
di Gonzalvo, e sospettava l'inclinazione di Emma pel giovine pianista. Con una 
parola Maurizio poteva distruggere tutto l'edificio delle speranze di Daniele. Quan- 
d'anche il Duca di Gonzalvo avesse avuto in pensiero di aspettar davvero i due 
anni promessi ; quand' anche Daniele fosse tornato milionario ed amante riamato 
di Emma, una sola parola annientava ogni unione tra Daniele ed Emma. Bastava 
che, Maurizio avesse detto al Duca di Gonzalvo esser Daniele figlio naturale del 
Conte di Sierra Blonda, cui tanto il Duca detestava e contro il quale avea giurato 
mortai vendetta. 

Ma io schiavo di Patna avea l'anima nobile. Alla festa di Lady Boston, egli 
avea promesso a Dan-eie di non parlare, e questa promessa era sacra per lui; il 
pensiero di violarla giammai non era entrato nella sua mente. 

Avvegnaché ardentemente egli amasse la giovinetta spagnuola, e sapesse che 
a costei le premure di Daniele non erano indifferenti, Maurizio non si lasciò sfug- 
gir giammai una parola che avesse potuto umiliare l'amante agli occhi dell'amata. 
Eppure sa il cielo quanto soffriva il cuore di lui allora che Emma, dissimulando 
la sua agitazione, gli parlava del giovine pianista, del costui genio musicale, delle 
brillanti qualità dello spirito di lui. Maurizio disprezzava nel suo interno il tro- 
vatello, tipo d ingratitudine, d'infedeltà e di slealtà; e ciò non pertanto noi de- 
gradava agli occhi di lei, sembrandogli codardia il valersi di un segreto per far. 
gli perdere la stima della donna amata. Benché rivale, Maurizio disprezzava Da- 
niele, e troppo egli era nobile e altero d'animo per abbassarsi ad una inu'ile so- 
perchieria. E diciamo inutile, perchè Maurizio non isperava di acquistarsi giam- 
mai l'amore di Emma, ed il pensiero d'una corrispondenza di affetti era lonta- 
nissimo dalla sua mente. 

Ma dal giorno in cui Maurizio ebbe la somma ventura di esporre la propria 
vita per per sottrarre l'adorata andalusa da un terribile pericolo, nell'animo di lui 
avvolgeansi costantemente le parole profferite da E urna nell'avviarsi alla casa di 
Lucia Fritzheim. Questa fanciulla avea detto: salvatemi il cuore dopo di avermi 

SALVATA LA VITA ! 

Emma dunque amava! 

Maurizio ricordava eziandio che la figliuola di Gonzalvo avea detto: Andiamo 
a spargere il conforto della carità là dove la più nera perfidia ha sparso il dolore, 
la miseria, e voleva spargere V ignominia \ 

Non ci era dubbio: quella nera perfidia non potea sulle labbra di Emma ri- 
ferirsi ad altri che a Daniele. Ella dunque sapea di essere stata ingannata da co- 
stui sul conto di Lucia Fritzheim. 

Maurizio interrogò freddamente tè stesso; dimandò alla sua coscienza quello 
ch'egli dovea fare per salvare il cuore di Emma. Tradir Daniele? Non mai. 

Maurizio pensò varii giorni su quel che dovea fare; e un bel mattino, una 
fredda risoluzione era presa. 

A che si era determinato Maurizio Barkloy? 



IL MIO CADAVERE 105 



IV. 
L' ardita menzogna. 

Maurizio fermò di andare a trovar Lucia Fritzheim. 

Pochi giorni appena erano scorsi dalla visita di Emma alla figliuola di Gia- 
como lo Stradiere. 

Neil' abitazione di Lucia, tutto era cangiato di aspetto: la tristezza e la mi- 
seria erano in parte scomparse, tutto al presente era ripulito, assettato; varie sup- 
pellettili nuove vi si vedevano, e le vecchie erano raffazzonate. 

Egli è tempo di dire che, dopo il crudele abbandono di Daniele e gl'inlrut- 
tuosi tentativi di Padre Ambrogio, Lucia era stata colpita in sul principio da 
acuta febbre nervosa, e poscia da un lento morbo di languore, che avea mi- 
nacciato di strasc narla alla tomba. Padre Ambrogio avea prodigalizzato all' in- 
ferma i tesori della cristiana carità. 

I nostri lettori conoscono una parte della lettera che Lucia scrisse a Daniele; 
e' incombe ora il debito di farla loro conoscere per intero: essa era del tenore 
seguente: 

* Daniele, Daniele mio, 

" Corre già il quarto mese che mi hai abbandonata: ho contato questi orribili 
" giorni ora per ora, minuto per minuto. Non ti rivolgo nessun rimprovero; sono 
" rassegnata alla mia sorte,.. Mi è noto che ami un'altra!... Iddio ti renda felice!,.. 

* Io sto male, male assai: il cielo vorrà forse aver pietà di me, togliendomi da 
" questa vita, prima che tu divenga lo sposo di un' altra. Il medico della par- 
" rocchia ha detto a Padre Ambrogio eh' io entro nel primo grado di tisi; ho in- 
" teso bisbigliar ciò intorno al mio letto, essi mi credevano addormentata!. . oh 
" quanto ti ho amato!... Io ti sciolgo dal tuo giuramento, Daniele, e ti perdono 

* la morte che mi dai. Soltanto ti prego, in nome della prima parola d' amore 
" che ci scambiammo, in nome di mio padre, che non abbandoni la mia infelice 

* famiglia, la mia cara sorella, i miei fratelli, e soprattutto che non abbi più 

* odio per quella povera creatura di Uccello... Sovvengati di loro, quando sarai 
■ felice a fianco della donna del tuo cuore... Addio, addio... non udrai più a par- 
l lare di me che un' altra sola volta, quando cioè ti sarà per caso annunziata 
" la mia morte... sarà questo il più bel giorno della tua vita, siccoire il dì della 

* mia morte sarà stato per me il più felice... Addio, addio, per l' ultima volta, 
" Daniele, Daniele mio. 

u Lucia Fbitzheim. „ 
E noto il crudel destino eh' ebbe questa lettera: una parte di essa fu dannata 
alle fiamme, e^un' altra servì a rallegrare il pranzo di Daniele e de' suoi amici. 
Indarno la misera Lucia aspettò una risposta ; questa non venne, siccome più 
non venne l'ingrato Daniele. 

Nei abbiamo voluto risparmiare a' nostri lettori il quadro delle sofferenze di 
Lucia, di quell'anima sì candida e bella. La religione e l'amor fraterno allevia- 
rono soltanto in parte i suoi dolori. L'orrenda infermità ond'ella era minacciata fu 
rimossa mercè le paterne cure ed il senno di Padre Ambrogio, il quale, oltre alla 
personale esistenza, provvide per medici e per rimedi ; e Dio gli concedè il sommo 
piacere di veder salva Lucia dall'inesorabile consunzione. 



106 FRANCESCO MASTRIANI 

Dopo l'abboccamento ch'ebbe con Daniele, Padre Ambrogio, sperando sempre 
che questi sarebbesi ravveduto, noi perde mai di vista, e s'informò della sua con- 
dotta, delle sue amicizie e relazioni : non indugiò quindi a scoprire che il giovine 
era perdutamente innamorato di nobil damina, la quale seppe esser la figliuola del 
Duca Gonzalvo. Padre Ambrogio, per isvellere dal cuor di Lucia la sciagurata 
passione per Daniele, stimò rivelarle i novelli amori dal giovine, confortandola a 
sbandire ormai dal suo cuore quel perfido, indegno di essere più oltre l'oggetto 
dell'amor di lei. A Lucia non produsse gran colpo una tale rivelazione, dappoiché, 
non ostante le grandi precauzioni che Daniele aveva u*ate per nascondere i suoi 
novelli amori, già la miserella qualche cosa ne sapea, e già sospettava che al Pa- 
lazzo S... dove la sua lettera era capitata, dovesse dimorar la donzella che le ra- 
piva il cuore del suo amante. 

Lucia tracannò l'amaro calice senza mettere un lamento : ella offrì al cielo, 
con nobile slancio di rassegnazione, il suo dolore, ed il pregò ferventemente che 
le desse la forza di sopravvivere a tanto spasimo, non per amore ch'ella portasse 
alla vita, ormai rendutalesi amara e pesante, ma per non togliere alla sua disgra- 
ziata famiglia l'ultimo braccio che le avanzava. Ella sentiva il dovere di vivere 
non per se, ma pei suoi. E le sue preci furono esaudite dalla Provvidenza. Lucia 
ripigliò la sua forza, e comecché affranta dalle sofferenze, pareva attingere nell'a- 
more della propria famiglia il coraggio e la vigoria. 

Ella non potea soffocare nel suo cuore una passione ch'era divenuta una parte 
vitale nella sua esistenza; ma si tenea paga di amare Daniele nel fondo dell'anima. 
Lucia avrebbe potuto fare impallidire il perfido nel cospetto medesimo della sua 
vaga, avrebbe potuto gittare nel mezzo de' due amanti la parola trovatello qual 
barriera insormontabile tra loro ; ma Lucia, al pari di Maurizi > Barkley, avea 
l'anima troppo elevata e il cuore troppo ben formato per discendere ad una ven- 
detta che avrebbe reso infelice il suo amante senza render lei meno sventurata. 
Lucia fece di meglio assai; fece quello che la religione insegna: pebdonò ed amò. 

Stando a tal modo le cose, un mattino Padre Ambrogio, che mal studiava di 
nascondere il suo turbamento, vinto dalle istanze di Lucia e di Manetta, confessò 
di aver saputo che Daniele si accingeva a partire per l'estero, e che gli era stato 
impossibile di ssopire quale scopo si avea tal partenza, qual motivo l'avea de- 
terminata. Facendo ciò palese, Padre Ambrogio restò maravigliato non poco nello 
scorgere sul volto della fanciulla, a vece di un dolor profondo, una certa espres- 
sione come di gioia. E siccome egli non facea mistero delle impressioni che pro- 
vava, dimandò a Lucia perchè quella notizia, invece di contristarla, sembrava le 
desse soddisfazione. Lucia gli confessò eh' ella preferiva di saper lontano il suo 
amante e forse per sempre, anziché di saperlo in Napoli e al fianco di un'altra 
donna. Oh! se la tapinella avesse conosciuto lo scopo del viaggio di Daniele! 

Ma in pari tempo ch'ella confessava esser più contenta ohe Daniele partisse 
piuttosto che saperlo accanto alla figliuola del Duca di Gonzalvo, i suoi occhi si 
bagnavano di lagrime, le sue affilate gote s'imbiancavano, ed il suo petto si gon- 
fiava come la marea vicina a frangersi in sulla spiaggia. E le sue lagrime erano 
richiamate eziandio da quelle di Marietta che scorrevano senza ritegno su per le 
belle guance della fanciulla, la quale frattanto non lasciava di rimprocciar la so- 
rella perchè piangesse mentre avea detto di aver piacere della partenza di quel 
birbante (questo era l'epiteto che Marietta solea dare a Daniele). 

Lucia più non pianse, ma decise di veder Dan eie per l'ultima volta, innanzi 
che questi abbandonasse Napoli. 



IL MIO CADAVERE 107 



Si conosce come allora che il giovine si accingeva a salir nella diligenza che 
dovea menarlo liiDgi da Napoli, la fanciulla si slanciò, con impeto irresistibile, 
verso di lui, e gli si mostrò. E noto lo scontro de' due amanti. 

Lucia avea veduto vagare una lagrima negli occhi di Daniele: ella era. meno 
infelice ! 

Dal dì della partenza dell'amato giovine, Lucia non era men triste e soffe- 
rente che per lo addietro, ma più tranquilla e interamente rassegnata. La tristezza 
del suo cuore veniva per altro accresciuta dalla povertà eh' ella vedeva ogni dì 
vieppiù invadere la famiglia. Quentunoue tanto ella quanto Marietta facessero ogni 
opera e si ammazzassero di lavoro, il frutto delle loro fatiche a mala pena ba- 
stava per uno scarso nutrimento. Padre Ambrogio non cessava, sia con procacciar 
lavori alle due fanciulle, sia con delicate sovvenzioni eh' egli sapea nascondere 
con ar e, rifondendo del suo sul meschino prodotto de' lavori eh' egli stesso Ior 
dava a fare, non cessava di provvedere al sostentamento di quella famiglia, della 
quale egli avea promesso a Giacomo di essere secondo padre. 

Commovente e splendido esempio di virtù! Oh perchè gli uomini come Padre 
Ambrogio son così rari nella società corrotta e decrepita in cui viviamo! 

La visita di Emma aveva interamente cangiato l'aspetto delle cose. 

Erano circa le undici di un bel mattino lucido e sereno. Maurizio era andato 
a piedi alla dimora dell'onesta famiglia. Egli era vestito colla più grande sem- 
plicità; portava un soprabito bigio; lunghi stivali colle rivolte, cappello a larghe 
tese, e una giannetta d'ebano nelle mani. 

I fratellini di Lucia erano usciti a diporto n ei dintorni colla vecchia fan- 
tesca, così che in casa non erano che Lucia, Marietta e Uccello. 

Marietta era occupata a rioaendare e ricucire calze, camice ed altri panni 
pertinenti ai fratelli : sopra una sedia, ad una traversa della quale appoggiava i 
piedi, ella teneva un batuffolo di panni che dovea passare in rivista, e su cui 
gittava con impazienza lo sguardo, però che la vispa fanciulla avrebbe preferito 
di andare un poco a scorrazzar per la campagna in compagnia dei fratelli. Ad 
ogni punto ella dava un' occhiata al lavoro, e mille d' intorno, guardava distratta 
al di là della finestra e mandava di grossi sospiri. Spesso rimaneva coll'ago in 
mano senza far niente, o si metteva a guardar con amore la sorella eh' era tutta 
sul lavoro. Marietta era tanto felice nel veder sul volto di Lucia rinati in parte 
i colori della salute ! E se Lucia alzava gli occhi, Marietta ripigliava il suo com- 
pito e ritornava all' oper* sorridendo, ma allora era una ruina tutto quello che 
faceva; s'imbrogliava a infilare l'ago, si scordava di fare il nodo della gugliata, 
si pungeva le dita, ovvero, se stava rimendando le calze, facea scappar le ma- 
glie o scavalcavale, si facea cader la bacchetta e i ferruzzini. 

Lucia sorrideva, dappoiché ben sapea come 1' amasse quella cara sorella, il 
cui solo difetto era nella troppa leggerezza del temperamento. 

Lucia avea posto mano ad un paio di calzoncini nuovi di Andrea, il più 
piccolo de* fratelli: ella ne avea fatto l'imbastitura, e si accingeva a cucirli. 

Non si può dire il bene immenso che la visita di Emma avea fatta a tutta 
questa famiglia. Quanto poco ci vuole per rialzare i sofferenti dal loro abbattimento! 
Lucia non era più così triste come per lo addietro : la sua famigliuola aveva 
ormai un appoggio, un'amica. A seconda ch'ella si sentiva restituita alla salute, 
ella ne provava una indicibile felicità, perocché poteva, colla fatica delle sue 
braccia, sovvenire ai bisogni de' fratelli. 
Le due sorelle erano così occupate. 



108 FRANCESCO MASTRIANI 



Una fascia di sole illuminava i loro lineamenti e andava a scherzare sulla 
sedia situata nel mezzo di quelle due fanciulle. 

In »n angolo della stanza era seduto Uccello davanti ad una tavola su cui 
si vedea spiegato un grande abbiccì. L'idiota si sforzava di imparare a conoscere 
le lettere, imperocché Padre Ambrogio gli avea promesso un bel regalo se im- 
parava in pochi giorni l'alfabeto. 

Uccello avea mandato a memoria il nome di ciascuna lettera, ma non sapeva 
ancora farne l'applicazione alla figura. Egli si facea di grosse risate senza motivo, 
e sfregavasi le mani ogni volta ci e indovinava a chiama e una di quelle lettere 

Di tempo in tempo, annoiato di cantar sempre la ste sa canzone su quel ma- 
ledetto scartabello che gli stava dinanzi, si aliava e veniva ad equilibrarsi in 
sulla spalliera della sedia di Manetta, a giuocare co' gatti nu llemente sdraiati al 
sole, a peraeguitar qualche mosca •, o a trastullarsi colle proprie dita divenute 
per lui dieci balocchi gentili e graziosi. 

Fu modestamento picchiato all'uscio delle scale. 

— Aranti ! dissa Lucia, senza levar gli occhi dal lavoro. 
Sulla soglia dell' uscio apparve la maschia figura di Maurizio. 

Le due sorelle furon estremamente sorprese nel vedersi dinanzi un uomo 
eh' esse non conoscevano, mentre credevano che fossero i due fratelli i quali 
tornassero dalla passeggiata unitamente alla vecchia fantesca che gli aveva ac- 
compagnati. 

Maurizio Barkley salutò col capo le due fanciulle e rimase col cappello in 
mano e all' impiedi. 

— Scusate, signorine, egli disse, se ardisco presentarmi senza forse essere 
personalmente conosciuto da voi. Eppure ho avuto l'onore di godere la stima di 
vostro padre. 

— Il vostro nome, signore ? dimandò Lucia. 

— Maurizio Barkley. 

A tal nome le due fanciulle fecero un moto di sorpresa. 

— Ma noi conosciamo un tal nome, n'è vero, Lucia ? disse Manetta. 

— Certamente, era questo il nome che figurava sulle polizze che Daniele 
riceveva ogni mese. 

— E che tuttavia riceve, osservò Maurizio sorridendo. 

— Vci dunque, signore, siete l'ignoto benefattore di Daniele? 

— Non io propriamente, signorina.... ma su questo vi prego di non interro- 
garmi : avrei il rammarico di dovermi rifiutare alle vostre inchieste. Bastivi il 
conoscere esser io quel Maurilio Barkley il cui nome figura sulle polizze che 
Daniele riceve in ogni fin di mese. 

Mentre Maurizio parlava, Manetta era ita a prendere una sedia e l'aveva of- 
ferta all'Esquire, che si sedè presso le due fanciulle, come se fosse stato amico 
intrinseco di cas*. Lucia dimandogli: 

— Poiché voi, signore, avete detto che Daniele riceve ancora il sussidio men- 
suale, la cui provenienza non potete rivelarci, voi però dovete conoscere dove al 
presente egli si trova. 

— Daniele è in Germania, signorina. 

— In Germania ! esclamò Manetta; molto lontano, non è vero, signore ? 

— Non lo è mai abbastanza per la vostra pace, rispose Maurizio, affissando 
gli occhi in quelli di Lucia, la cui commozione si appalesava dai moti irregolari 
del seno e dalla estrema pallidezza del volto. 



IL MIO CADAVERE 109 



— Egli sta bene dove sta, e speriamo che se ne vada a capo del mondo, 
disse Marietta, guardando di soppiatto la sorella per vedere che sensazione le pro- 
ducessero queste parole. 



Il parricida innanzi al cadavere del padre. 



(n. 15^ Daniele, con voee tremante, dimandò al cadavere — Signor Baronetto, 
vuole il «affé? (pag. 131) 



Maurizio sorrise e guardò con compiacenza Marietta, la cui vivacità si tradiva 
in ogni sua parola e gesto. 

Lucia avrebbe voluto fare un mondo di domande a Maurizio, ma la trattenea 
un certo timore di conoscere cose che le avrebbero arrecato dolore grandissimo: 
nello stesso tempo ella si vergognava di fare tali dimande alla presenza della sorella 
cui avea promesso di non mai più parlare di Daniele. 

— Sento il dovere, signorine, disse Maurizio dopo qualche momento d> silen- 

55 - F. MASTRTANI - IL MIO CADAVERE - Onwr. 5 Disp7|5 



110 FRANCESCO MASTRIANI 



zio, di dichiarare lo scopo della mia visita. Io sono il messaggero della vostra 
amica la Duchessina Emoaa di Gonzalvo. 

Un raggio di gioia sfavillò su i volti delle due sorelle. 

— La Duchessina ! esclamò Lucia. 

— Quella celeste creatura! disse Marietta. 

Ed entrambe guardarono con avidità negli occhi di Maurizio, quasi avessero 
voluto conoscere anticipatamente ciò che questi dovea dir loro. 

— Ella stessa, rispose Barkley, ella m'incarica di darvi un attestato della 
sua sincera amicizia. 

— Abbiamo torse bisogno per ciò di altri attediati, di altre prove ? disse Lu- 
cia a cui già gli occhi si velavano di lagrime di tenerezza. Oh perchè vuol ella 
opprimerci di bontà ! 

— Chi ha imparato una volta a conoscervi, adorabili fanciulle, disse Mauri- 
zio, non farà mai abbastanza per dimostrarvi la sua affettuosa amicizia. Emma ha 
un torto da riparare con voi, Lucia; ella involontariamente vi ha rapito il cuore 
di Daniele, ed oggi ella viene per mezzo mio, se non a restituirvelo (poiché ciò 
non è in suo potere), a rendervi almeno la sicurezza e la pace, io sono incaricato 
di farvi la confessione che la Duchessina Emma di Gonzalvo ama un altro, che 
non è Daniele, e dal quale ella è corrisposta con un'indicibile adorazione. Questa 
confessione rimanga per altro sepolta ne' vostri cuori, signorine. Emma non vuol 
per ora che nessuno al mondo sappia i suoi sentimenti. 

— Ah ! ti ringrazio, mio Dio, ti ringrazio, esclamò Lucia giungendo le mani 
e volgendo al cielo i suoi begli occhi. 

— Oh benedetta ! benedetta sclamò Marietta. Or sì ch'ella merita di es3ere 
adorata! Beato, beato quell'uomo eh' è il suo amante! Oh come costui deve andar 
superbo e felice di essere amato da quel sole di bellezza! 

— E chi è costui? domandò Lucia. 

— Maubizio Babklbt! disse questi chinando gli occhi e impallidendo. 

— Voi! voi, signore!! Oh siate felice, signor Barkley, che ben lo merita il 
vostro nobil cuore! 

Maurizio si affrettò d'interrompere una conversazione che diveniva peri- 
ricolosa e del cata per lui. Poco stante, egli si accomiatava dalle due sorelle. Ma 
innanzi eh' ei fosse partito, Lucia lo avea pregato di manifestare alla nobile amica 
i suoi sentimenti di riconoscenza, di stima e di affetto. ^ 

Nel discendere le scale di quella casa, Maurizio dicea tra sé: 

— Ho fatto il mio dovere; le ho salvato il cuore... Dio faccia il resto! 
Nella stessa mattina, e non sì tosto di ritorno da Santa Maria ìegli Angeli 

alle Croci, Maurizio recossi al palazzo S.. e chie3e di parlare alla Dichejsina. 

Emma il ricevè, siccome solea da qualche tempo, colle dimostrazioni della 
più confidenziale amicizia. 

Mauriz-o era pallido, ma tranquillo secondo il consueto. 

— Vengo dalla vostra amica, da Lucia Pritzheim. 

— Ah 1 esclamò E urna, vi ringrazio davvero, signor B vrk'ev; volex pregarvi ap- 
punto questa mattina di recarvi da lei per informarvi della sua salute che mi è sì cara. 

— Vedete, Duchessina, ch'io antivengo ai vostri desiderii. Mi ho fatto molto 
di più che informarmi della sua salute: le ho interamente re?tuuita la pace del 
cuore, rassicurandola su i vostri sentimenti a riguardo di Daniele. E per riamo- 
vere dall'animo di lei ogni sospetto, mi son fatto ardito di dirle che altri occupava 
il cuor vostro. 



IL MIO CADAVERE 111 



— Che! signore! 

— Ora, Duchessina, voi avete l'obbligo di non più pensare a Daniele; se 
questo era dianzi generosità in \oi, al presente è dovere; io vi ho fatto una legg? 
di sacrificare all'amicizia un avanzo di affetto per un uomo che ne è indegno. 
Ricordatevi che voi mi avete comandato di salvarvi il cuore. 

— Ed avete fatto bene, signor Barkley, e ve ne ringrazio... Voi dunque avete 
detto a Lucia Fritzheim che il mio cuore.... 

— Era avvinto ad altro amore, Duchessina. 
Emma sorrise e abbassò gU occhi. 

— Scommetto che mi avete trovato anche un amante, disse sorridendo la 
fanciulla. 

— Sì, Duchessina, rispose Maurizio con visibile iurbamento, ho detto che 
voi amavate... 

— Chi mai ? interruppe Emma aggrottando le ciglia. 

— Maurizio Barkley ! questi rispose con voce appena sensibile. 

— Voi! voi stesso! esclamò Emma arrossendo di viva fiamma. 

— Io atesso, Duchessima ; imploro tutto il vostro perdono per questa ardita 
menzogna. Quella fanciulla mi ha chiesto il nome del vostro amante. Chi poteva 
io nominare senza compromettervi ? di è certo che se io avessi nominato qualun- 
que altro, non solamente avrei commesso la più imperdonabile imprudenza e te- 
merità, ma la menzogna cessava di essere innocente. Posso sperare di aver otte- 
nuto il vostro perdono ? 

Emma, cogli cechi bassi, gli stese la mano. 

— Amico generoso diss' ella, avete salvato me e Lucia ; vi perdono e vi 
ringrazio. 

Maurizio baciò la mano della nobil fanciulla e si ritrasse, dicendo tra sé stesso : 

— E me chi salverà se non Dio ? 



PARTE V. 



i. 

1 otta interna. 

Dal giorno in cui tra il Baronetto e Daniele era stato conchiuso il bi zarro 
contratto, per il quale costui si obbligava ad essere il custode del cadavere di 
quello, lo stato morale di questi due uomini erasi al tutto cambiato : il Baronetto, 
restituito alla salute e alla tranquillità, avea ripreso le consuete sue occupazioni ; 
era tornato a' suoi campestri lavori ; avea richiamato intorno a sé gli amici, di cui 
si era dianzi disgustato a cagione della infermità del suo spirito ; avea ripigliato i 
suoi studi, le sue faccende ; era insomma ridivenuto quello stesso uomo eh' era 
qualche anno addietro. Egli amava sempre Daniele, e sempre con piacere il ve- 
deva a sé d'accanto ; ma ora mutato era l'aspetto delle cose ; ed il Baronetto più 



112 FRANCESCO MASTR1AN1 



non sentiva la necessità delle melodie del giovine pianista per iscaceiar dall'anima 
que' fantasmi che al presente più non venivano ad assediarlo. Anzi, è mestieri 
confessare che l'aspetto di Daniele cagionava piuttosto una spiacevole seDsazione 
in Edmondo, dappoiché questi non vedeva ormai nel giovine italiano che 1' uomo 
destinato a vegliare sulle sue spoglie mortali. Ciò non vuol dire che Edmondo di- 
samasse Daniele, verso il quale si sentiva attratto da una forza prepotente ; ma il 
guardiano della morte non poteva non far nascere un sentimento di ripugnanza 
nell'animo del Baronetto. 

Dal canto suo, Daniele, a vece di esser lieto della prodigiosa fortuna che un 
giorno gli sarebbe spettata, sembrava più impensierito che per lo passato : egl 1 
era sempre distratto taciturno o inconcludente. Nel cospetto di Edmondo, egli si 
sforzava di mostrarsi men rabbruscato e più ameno ; ma ora non così di frequente 
ei vedeva il Baronetto, e la sera, quando questi era nel cerchio de' suoi amici, 
Daniele non appariva che un istante nella camera verde, e tosto dileguavasi per 
abbandonarsi alla solitudine de' suoi pensieri, o per trovare nel teatro di Manheim 
distrazioni e svagamenti. 

Il mese era scorso dacché ei si trovava a Schafne Aussicht : il Baronetto, fedele 
alla sua promessa, gli avea dato una cambiale di trentamila franchi pagabile a 
vista e tratta sopra un banchiere di Manheim. Nel dargli questo denaro, il Baro- 
netto avea detto sorridendo : Ecco una piccolissima anticipazione su quello che il 
mio cadavere vi darà. 

Daniele era libero di seguitare i viaggi e di tornare a Napoli : Edmondo noi 
faceva più nessuna istanza per ritenerlo altro tempo a Schccne Aussicht : intanto il 
giovine pianista non supea venire in nessuna risoluzione. Egli non volea più se- 
guitare i suoi viaggi, imperocché ne comprendea l'inutilità. D'altra parte, non era 
egli ormai l'erede d'immense ricchezze? Che bisogno avea di ammazzarsi di la- 
voro, nella certezza di non poter mai conseguire quel milione, che egli vedea ri- 
fulgere nell'avvenire ? Ritornare a Napoli ? Questo proponimento era ben lontano 
dall'animo suo, perocché Daniele non volea riporre il piede nel paese dov' era 
E aima, se prima non diventasse milionario. 

Intanto egli sentiva la necessità di allontanarsi immantinente da Schoene Aus- 
sicht. Ogni dì che ei prolungava il suo soggiorno in questo luogo, l'animo suo si 
faceva pù nero e il suo volto più pallido. Nell'aureo appartamento dov'egli avea 
stanza, nel letto di seta dov'ei si gittava per riposare, Daniele più non trovava il 
riposo e la quiete: il sonno ch'era tornato sulle ciglia di Bìdmondo, fuggiva dagli 
occhi di lui. Daniele volea fare il possibile per involarsi a sé medesimo, per non 
trovarsi faccia a faccia coi propri pensieri, ma frattanto ei non sapeva abbandonar 
la poltrona sulla quale rimanea lunghe ore nella più assoluta immobilità. 

Che cosa aveva operato un sì strano cangiamento in Daniele? Un'idea in- 
fernale che gli si era presentata al pensiero come luce sinistra. Dapprima egli 
avea rigettata quest'idea con tutte le forze dell'anima sua, avea fremuto nel pen- 
sarvi; ma quell'idea che dapprima se gli era mostrata rivestita di orrore, inco- 
minciò, per così dire, a dimesticarsi con lui. 
Quest'idea era un delitto ! 

La nostra penna rifugge dal palesare quello a cui pensava Daniele per ac- 
corciare il termine della sua aspettativa e per far sparire la distanza che lo se- 
parava dall'oggetto de' suoi desiderii ! Il suo petto balzava al pensiero di volare 
due volte milionario, dal duca di Gonzalvo, non appena spirati i due anni. Un 
ostacolo si frapponeva al compimento de' suoi voti: una vita! Un uomo doveva 



IL MIO CADAVERE 113 



diventare cadavere perchè Daniele avesse potuto afferrare quella felicità che gli 
si mostrava lungi con tutti gì' incanti della seduzione. Due milioni ed Emma ! E 
per ottenere questa felicità bastava un momento, un sol momento di coraggio, di 
ardire ! ! — Quando un uomo è giunto a passare i quarantanni, non ha vivuto 
abbastanza, e massime quando quest'uomo ha goduto fino alla sazietà di tutte le 
delizie d3lla vita? Che cosa sono gli anni che seguono, se non che una serie di 
malanni e di miserie? Che cosa sono in rispetto dell'eternità venti o trentanni 
di più che un uomo trascina in sulla terra? E che cosa e la vita di un uomo 
nella immensità della creazione? Che cosa è una esistenza nel mezzo delle ge- 
nerazioni ? — Così fatti atroci pensieri si aggiravano nel capo del giovine pianista, men- 
tre che altri pensieri di diverso genere, immagini seducenti di piaceri, di gioie, di 
delizie compivano l'orrenda persuasione. 

Quando una funesta idea si presenta allo spirito umano, le passioni che essa 
fomenta sono sì scaltritamente inventrici di arzigogoli e di false ragioni eh' egli 
è estremamente difficile di non rimaner presi nella pania. Daniele combattè con 
forza 1' orribile pensiero che tanto più diventava pericoloso quanto più perdeva 
del suo orrore: ma ciò nonostante, ogni volta eh' ei pensava ad Emma, ai due 
anni che sarebbero spirati, all'immensa eredità che lo aspettava, a que' due stuz- 
zicanti milioni che l' invitavano a fruirne pria del tempo, alla gioia sovrumana 
di presentarsi così ricco e sì pieno di fastigi al superbo Duca di Gonzalvo ed 
all'altiera sua figliuola; quando Daniele pensava a queste C03e, il demone del 
dt litto soffiava nelF anima di lui i più nefandi propositi, cancellava ogni buon 
propon mento, e lo sciagurato giovane era da capo con quella cupa taciturnità 
che suol precedere l'attuazione di un gran delitto. 

Dal momento che questa idea infernale si era insignorita dell' animo di Da- 
niele, i colori della salute disparvero dal suo volto. E^li più non sapea trovare una 
nota sul piano* forte, cui raramente si accostava, parlava solo, amava le solitarie 
passeggiate &•' internava nei più folti viali della villa di Schoene Ausiicht, ed il 
suo sguardo avea preso un'espressione strana e incomprensibile. 

Non sappiam dire qual effetto ormai producesse in lui l'aspetto di Elmondo. 
Daniele evitava d'imbattersi nel Baronetto, di cui più non potea sostenere le oc- 
chiate, quasi avesse temuto che questi indovinasse i suoi pensieri. Edmondo avea 
notato la metamorfosi che si era operata nel giovine pianista, e l'attribuiva inte- 
ramente agli amori di lui, alla tristezza della lontananza dall'oggetto amato, e so- 
vente il ritoccava sorridendo su questo tasto, al che Daniele r spondeva parole 
vaghe, e tosto, sotto un pretesto, tornava alla sua solitudine, dove covava dise- 
gni tenebrosi e mortali. 

Per buona ventura, il delitto meditato non offriva una facile esecuzione : era 
quasi impossibile di jtare sparire dal mondo il baBOnetto senza lasciare orma 
del misfatto. Ben s'intende che l'impunità era la prima condizione che Daniele 
avea posto a calcolo nel perfido attentato, al qutle giorno e notte stava sopra col 
pensiero, ma l'impunità non è coti facile, e, per ammirabile disposizione della Di- 
vina giustizia, l'uomo che ha commesso un del tto il porta ovunque stampato in 
sulla fronte anche quando gli è riuscito di sperderne ogni traccia. 

Daniele pensava: 

— Uccider di pugnale? Niente di più agevole ad eseguirsi, ma in pari tempo 
niente di più facile a discoprirsi. Assassinando il Baronetto di notte e nel proprio 
letto si avrebbe potuto congetturare un assassinio commesso da ladri. Ma intanto 
la giustizia si sarebbe posta in sulle tracce dell'assassino; avrebbe cominciato 



IH FRANCESCO MASTRIANI 



dall'impadronirsi di tutte le persone residenti a Schoene Aussicht, e certamente la 
singolarilà del testamento di Edmondo avrebbe chiamato sospetti sulla persona del- 
l'erede, il quale, non appartenendo al defunto per nessun vincolo di sangue, pre- 
sentava probabili induzioni di reato. D'altra parte, se egli, Daniele, fosse caduto 
nelle nani della giustizia, anche per sempiici sospetti, in che modo avrebbe po- 
tuto adempiere ai patti del testamento, e porsi quindi in possesso della e edita? 

Bisognava dunque rinunziare ad ogni idea di assassinio per mezzo del pugnale* 

Uccider di veleno? Ciò presentava, è vero, minor facilità di scoprimento, ma 
difficoltà moltissima di esecuzione Come procurarsi il veleno? a chi fidarsi ? Aver 
complici del delitto? Oltre a ciò, dal momento che nell'animo del Baronetto fosse 
sorto il pensiero di essere stato avvelenato, non avrebbe egli subitamente sospet. 
tato il futuro suo erede quale autore dell'avvelenamento? L'autopsia richiesta 
forse dall'autorità, a malgrado del testamento del defunto, non avrebbe annientato 
l'eredità, indentandone le cond'zion»? E non poteva il moribondo Baronetto, in 
un momento di chiaroveggenz?, distruggere il testamento? Ma la difficoltà che 
superava tutte le altre pel compimento di questo de itto si era il procacciarsi il 
veleno, senza eccitare sospetti nella persona che lo avrebbe venduto. Aggiungi a 
tutto quebto l'impossibilità di nascondere il proprio turbamento alla presenza d ;1 
moribondo, del dott. Weiss, dei servi che sarebbero accorsi per prestare all'infermo 
ogni possibile rimedio. 

Bisognava dunque non pensare ad un avvelenamento. 

Uccidere con istransjolamento ? Era rischioso e terribile: Daniele non aveva 
per questo né la forza né il coraggio. Pi escindendo da ciò questo genere di morte 
presentava la stessa facilità di discoprimento che l'assassinio per pugnale. Lascio za 
avrebbe immantinente rivelato il delitto, e la giustizia non avrebbe tardato e 
trovare il delinquente. 

Era dunque mestieri dismettere anche questa idea la quale, bisogna dirlo, fa- 
cea fremere lo stesso Daniele. 

L'impossibilità dell'esecuzione aveva scoraggiato il giovine, il. quale tenne ciò 
come avvertimento del cielo, e parea deciso a rinunziare ad un proponimento si 
terribile. D'altra parte, il patibolo o i ferri non mancavano a quando a quando 
di mostrarsi da lungi all'atterrita mente del giovine, ch'era preso allora da salu- 
tare orrore del misfatto che aveva concepito. 

Comunque la sua ragione Tosse a tal guisa annebbiata da passioni, il cuor di 
Daniele sentiva sempre un certo incomprensibile attaccamento pel Baronetto; e il 
pensiero di assassinarlo, tra le tante insormontabili difficol.à che presentava, si 
aveva quella di dover soffocare quel tenero sentimento inesplicabile ch<5 Daniele 
provava per quell'uomo che gli avea dato così splendida ospitalità e che, mo- 
rendo, il lasciava erede di tutte le sue ricchezze. 

E questo sentimento fu così forte che Daniele, rientrato in sé medesimo, ebbe 
bastante vigoria di volontà par iscacciar dall'animo il pensiero di tanto delitto; 
a nzi, per vince re una volta per sempre la tentazione, risolvette di abbandonare quella 
casa e quel paese, e di affidare l'avvenire agli eventi. Daniele avea risoluto di con- 
gedarsi dal Baronetto. 

— A capo di due anni, egli dicea tra sé, tornerò a Napoli, mi recherò dal 
Duca di Gonzalvo, e gli poiterò una lettera del Baronetto, in cui questi mi rico- 
nosce per suo erede. La tardanza dell'eredità sarà compensata dalla prodigiosa 
cifia di due milioni e da' titoli, di cui mi porrò in possesso alla morte del testa- 
tore. Vedremo se quel superbo Gonzalvo sarà soddisfatto e pago di ciò. 



IL MIO CADAVERE 115 



Daniele non volle più oltre indugiare a portare ad effetto la buona risoluzione 
che avea presa, e che temeva ad ogni istante di sentir vacillare in se medesimo. 
Nello stesso giorno, egli salì dal Baronetto per accomiatarsi da lui e per pregarlo 
di volergli scrivere quella lettera pel Duca di G-onzalvo, ignorando le relazioni 
ch'erano passate tra questi due personaggi. 



II. 

L'Upas. 

Abbiam fatto più volte comprendere che il nostro principale scopo in queste 
narrazioni si è di fissare l'attenzione de' nostri lettori sulla più importante verità 
morale: 

LA MANO DELLA PROVVIDENZA NEI FATTI DELL'UMANA VITA. 

Quell'infinità di romanzi che si svolgono nella società degli uomini, di cui la 
maggior parte rimane ascosa agli occhi della storia che tocca soltanto i fastigi 
sociali, non sono, siccome noi crediamo, che dimostrazioni più o meno evidenti 
di quella verità che si appalesa a' meno chiaroveggenti. 

Ci par di vedere che i delitti ben sovente sieno la doppia punizione inflitta 
dal cielo a delle colpe rimaste celate agli occhi dell'umana giustizia. 

Nell'ordine morale, l'impunità non è per nessuno. 

Il solo pentimento, accompagnato da una intera vita di volontari sacrificii, 
riscatta una colpa. 

Edmondo era solo nella stanza da studio. 

Seduto vicino alla sua scrivania, egli avea risposto ad una lettera di Mauri- 
zio Barkley. Nel momento in cui Daniele si presentò nello studio, il Baronetto 
aveva appunto terminata la sua lettera e vi stava apponendo il suo suggello. 

— Oh ! buon giorno, caro Daniele, dissegli Edmondo sorridendo e stenden- 
dogli la mano, a che debbo attribuire l'onore d'una vostra visita ? 

— Perdonate, signor Baronetto, se vengo per poco ad interrompere !•» vostre 
occupazioni. 

— Ma che dite mai ! E un piacere che mi date... Mi occupavo a sbrigare il 
mio corriere, anzi vi chieggo il permesso di spedire questa lettera. 

Daniele s'inchinò e si sedè accosto alla scrivania. Edmondo suonò il campa- 
nello, ed al sèrvo che si presentò sotto l'uscio consegnò la lettera pel corriere di 
Napoli. 

Eccomi sbrigato, soggiunse indi; questa mattina io sono veramente felice, im- 
perocché con quella lettera che ho spedita nel vostro paese, a Napoli, mi sono 
sdebitato di un antico dovere di gratitudine, e, oltre a ciò, ho il piacele di ve- 
dervi in un'ora in cui non siete solito di favorirmi di vostre visite. 

— Quanta bontà, signor Baronetto 1 

— E sempre accigliato, mio caro Daniele! sempre pensieroso! Noi abbiamo 
interamente cangiate le nostre parti: per lo passato eravate voi che spargevate 
un poco di sollievo sulla mia tristezza; ed oggi son io che adempio verso di voi 
a tale officio. Peccato che non sia artista anch' io e del vostro genio! Ma qual 
differenza tra le cagioni della nostra malinconia! Io non ero innamorato, e noi 
sono stato mai, per mia disgrazia: dev' esser ben dolce cosa il pensare all'oggetto 
amato, n' è vero, Daniele ? 



116 FRANCESCO MASTRIANI 



— V ingannate, signor Baronetto, se credete che sia 1' amore la cagione del 
mio malumore. Non niego che gran parte esso vi abbia, ma è tutt' altro il motivo 
che m' impedisce di abbandonarmi alle distrazioni proprie della mia età. 

— Non voglio essere indiscreto, mio caro Daniele, ma vi ricordo che in me 
avete un amico, e sincero; credo averne date prove sufficienti. 

— E indelebili, signor Baronetto: ed io mi sono risoluto di non abusare più 
a lungo della vostra bontà. La mia ulteriore dimora a Schoene Aussicht sembra 
interamente inutile; così permetterete che domani mi accomiati da voi. 

— Così presto ! esclamò Edmondo il quale non si aspettava a questa risolu- 
zione del giovine: ed è questo forse l'oggetto della vostra visita di questa mattina? 

— Per lo appunto, signor Baronetto, rispose Daniele abbassando gli occhi. 

— E perchè una tale risoluzione ? 

— Perchè credo inutile di esservi più a lungo di peso; spirato è il mese da 
che mi trovo a Manheim, e, quantunque le nostre reiezioni non sieno più le 
stesse di quelle ch'erano nei primi giorni ch'io ebbi l'onore di ricevere da voi 
così splendida ospitalità, pure non possono minimamente influire sul mio ulteriore 
soggiorni) a Schoene Aussicht. 

— E' superfluo il dire, riprese Edmondo, quanto piacere mi farebbe di tenervi 
nella mia casa qualche altro tempo; ma non voglio avversare la vostra volontà, e 
voi siete libero di fare quello che più vi converrà. Gli obblighi scambievoli che 
ci siamo imposti e la natura del mio testamento bsrno stabilito tra noi vinccl 
che hanno qualche cosa di più della semplice amicizia. Laonde, in qualsivoglia 
evento della vostra vita, in qualunque contingenza imbarazzante in cui possiate 
trovarvi, mio caro Daniele, rensate che sarà per me uno de' più bei giorni della 
mia vita quello in cui potrò prestarvi un tenue servigio e darvi un atte3tato del 
mio inalterabile affetto. 

— Ebbene, signor Conte, si affrettò a dire Daniele, io mi varrò della vostra 
benevolenza innanzi ch'io parta, ed avrò il coraggio di chiedervi una grazia. 

— Bravo 1 esclamò Edmondo; ecco quel che si chiama vero affetto e vera 
stima: andiamo, su, parlate francamente, giovinotto, siccome parlaste allo stesso 
vostro padre. 

— La grazia ch'io vi chieggo, signor Conte, tisse Daniele arrossendo, si è 
di scrivermi una lettera pel duca di Gonzalvo. 

— Pel Due» di Gonsalvo! 

— Si, signor conte: in questa lettera voi gli darete l'assicurazione della vo- 
stra volontà di nominarmi vostro erede universale. Munito di questa scritta, io 
ritornerò da lui con altro animo, e sarà lo stesso come se me gli presentassi milionario. 

Edmondo s rrise, e dopo alcuni momenti di silenzio, disse : 

— Questo che mi domandi, figlio mio, è assolutamente impossibile. 

— Impossibile! esclamò sorpreso il giovine. 

— Impossibile, replicò Edmondo. 

— E per qual ragione, di grazia? chiese Daniele. 

— Non posso dirtene la ragione, mio caro Daniele: dicoti soltanto che tra 
me e il Duca di Gonzalvo avvi una barriera mortale: le nostre relazioni sono 
rotte per sempre; ti prego anzi, mio caro figliuolo, per quanto h ai di più sacro 
di non parlare giammai di me al Duca di Gonzalvo, né rivelargli giammai il luogo 
del mio ritiro. Sarà questa una pruova a cui pon-jo il tuo affetto per me. 

— r- Io dunque non potrò giammai dirgli che sono destinato ad essere l'erede 
del Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda? 






IL MIO CADAVERE 



117 



— Glielo dirai un giorno dopo della mia morte, se colui vivrà ancora. 
Daniele chinò il capo in atto di scoraggiamento e si tacque immerso nei 
suoi cupi pensieri. 

Il cadavere parla. 




(n. 16) Orribile a dirsi ! Il braccio destro del cadavere si alzò : — L'upas; che 
faceste dcll'upas ? (pag. 138) 



Il demone del delitto fece di bel nuovo balenare una luce di sangue nella 
mente del giovine! 

Gli occhi di Daniele si erano fissati distrattamente in sulla scrivania del 
Baronetto, così che sembrava ch'egli leggesse la soprascritta d'un libro che ivi 
stava, mentre il pansiero del giovine era ben lungi dall'occuparsi di libri. 

Edmondo per disviare la conversazione dal triste subbietto al quale si era 
incamminata disse a Daniele: 

— Questo libro su cui voi gittate gli occhi, mio caro Daniele, è tutto scritto 

56 - F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cent. 5 Disp^ 16 



118 FRANCESCO MASTRIANI 



di mio pugno. Sono memorie della mia vita dame gittate in questo scartafaccio; os- 
servazioni importanti da me raccolte ne' miei viaggi ; ragguali su talune rarità 
ch'io conservo. Ieri sera per lo appunto, rileggendo alcun notizie sull'isola di 
Giava, dov'io rimasi per pochi giorni, ricordai di dover conservare alcune fronde 
di un albero che cresce in questa isola chianato V Upas ovvero TJie Poisontree 
(l'albero del veleno). Voglio farvi udire le notizie da me raccolte su questo ter- 
ribile vegetale. 

Edmondo aprì il manoscritto ad una pagina ch'egli aveva segnato con un 
pezzettino di carta, e lesse le seguenti cose (1: 

" Quest'albero è nativo di Giava; arriva ad una considerabile altezza, giun- 
gendo talvolta a ottanta piedi. 

" Si sviluppa da esso in gran copia un succo o gomm?, ch'è il più mortale 
veleno; di questo fanno uso gli indigeni per avvelenare le punte delle loro freccio 
e delle altre armi. 

• Gli effluvi ch'esalano da quest'albero sono talmente omicidi, che né un ani- 
male ne una pianta possono resìstere alla sua influenza. 

" La gomma viene estratta per mezzo de' rei condannati a morte. 

" Quando la sentenza è pronunziata contro qualcuno di loro, il giudice gli 
domanda se vuol morire per le mani del carnefice, ovvero salire sull'Upas per 
raccogliere una scatoletta di gomma. I condannati sogliono preferire ciò, perchè 
hanno così una lontana probabilità di salvarsi. Prima di avvicinarsi all'al- 
bero fatale, ricevono tutte le co-ri pondenti istruzioni per rendere l'operazione 
meno peiicolosa. Pei consueto, sì.niglianti istruzioni vengono loro somministrate 
da un sacerdote, il quale adempie verso di loro anche al sacro ufficio di prepa- 
rarli a morire. 

" I condannati sogliono montar sull'albero, col capo coverto di un berretto 
di cuoio e da una maschera con occhi di vetro; eglino sono parimente provvisti 
di guanti di cuoio. 

" I condannati evitano con grandiss ; ma cura il contatto delle fronde, le quali 
ad un semplice tocco su qualunque parte nuda del corpo danno la morte. 

" Gl'indigeni non solamente avvelenano le loro armi col succo di questa 
pianta, ma benanche le sorgenti e i serbatoi di acqua, quando veggono avvici- 
narsi un nemico. 

Gli Olandesi perdettero la metà del loro esercito per un siffatto avvelena- 
mento; e da quel tempo in poi, essi han sempre menato con loro una quantità di 
pesci vivi, i quali essi gittan nell'acqua alcune ore prima di arrischiarsi a berla. 

" Una foglia deli'Upas applicata sulla fronte di un uomo gli cagiona istan- 
tanea la morte, quasi senza ch'egli senta di morire. Essa ha la facoltà di arre- 
stare immediatamente il corso del sangue ed i moti del cuore. 

" La po'vere delle foglie secche deli'Upas è così terribile che bastano po- 
chi atomi di essa per dar la morte. „ 

Daniele aveva seguita la lettura di questo passo con un'attenzione indicibile: 
nessuna particolarità gli era sfuggita. E' impossibile descrivere l'espressione della 
sua fiscnomia durante la lettura de' ragguagli che abbiatn citati. Il genio del 
male aveva suggerito a Edmondo il pensiero di leggere quella pagine del suo 
manoscritto. 



1) La maggior parte della seguenti notizie son vere e attinte da opere di viaggiatori in- 
glesi di grande reputazione: alcune di esse sono letteralmente tradotte da dette opere. 



IL MIO CADAVERE 119 

Il Baronetto Edmondo Brighton avea letto la propria sentenza di morte. La 
solusion^ del problema che Daniele cercava da vari giorni era trovata! 

— E voi conservate le foglie di quest'albero? chiese con occhi di pazzo 
Daniele. 

— Ciò vi fa maravigliai disse Edmondo ingannato sulla vera e terribile si- 
gaificazione della dimanda del giovine; ebbene, io conservo le foglie di quest'al- 
bero, le quali si saranno al presente ridotte a polvere. Questo mio capbiccio 
costo' la vita a due miei schiavi; ma io voleva ad ogni costo possedere un sì 
prezioso veleno. 

Daniele guardò a terra cupo e concentrato, e disse ferocemente tra sé : 

— Ah! tu facesti morire due schiavi per ottenere questo prezioso veleno ! 
Ebbene tu mobbai peb esso! B^n dicesti che questo veleno è 'prezioso... prezioso 
per me ! 

Daniele soggiunse ad alta voce, e quasi avesse fatto una domanda indifferente: 

— E dove tenete conservato, signor Conte, un oggetto così pericoloso? 

— In una scatola di argento a doppio fondo nel forziere della camera verde; 
sulla scatoletta è scritto in francese. L'indiscreto che mi aprirà, e toccherà alV og- 
getto che contengo, sarà punito di morte istantanea. 

— E come faceste porre in quella scatola le foglie fatali? 

— Le feci ivi porre dagli schiavi con ogni possibile precauzione senza che 
le avessero toccate. 

— Suppongo che conserviate gelosamente la chiave di quella scatola, di- 
mandò destramente Daniele. 

-** Ben s'intende; e&sa è nel fondo d'un di questi cassettoni, rispose improv- 
vidamente il Baronetto. 

La giustizia Divina dettava le sue risposte. 

Daniele sapea quello che gli era necessario; non volle più fare nessun' altra 
interrogazione per non fare nascere sospetti nell'animo di Edmondo, il quale era 
ben lontano dà simili supposizioni. 

La conversazione seguitò su cose indifferenti. Daniele si studiò di nascon- 
dere l'agitazione e il turbamento che gli dava la premeditazione dell'enorme de* 
htto che aveva in pensiero. 

— Così che avete risoluto abbandonarmi domani ? disse il Baronetto, ripi- 
gliando il pristino subbietto della conversazione. 

— Domani, se avrò l'opportunità di trovare un posto nella diligenza per Darm- 
stadt, dove intendo trasferirmi. 

— Domani dunque vi ringrazierò, mio caro Daniele, di quanto avete fatto 
per ridonare al mio spirito la tranquillità ch'io avevo smarrita. 

— Oh sì domani mi ringraziente ! disse Daniele con ironia, cui il Baronetto 
prese per compimento. 

— Ma fin da ora vi auguro buona, fortuna, figliuol mio, buona in amore, già 
s'intende, perchè al resto penseremo noi, non è vero? 

— Quanto vi debbo, signor Baronetto ! esclamò Daniele ipocritamente ab- 
bassando lo sguardo in cui già balenava la perfidia dell'anima. 

Egli si era alzato : la vista della sua futura vìttima gli facea male al cuore. 

— A domani dunque, disse Edmondo stendendogli di bel nuovo la mano che 
questa volta D miele non ebbe la forza di toccare, e abbassando gli occhi, finse 
di non averla veduta. 

— A domani, signor Baronetto, replicò il giovine a voce bassa e rauca. 



120 FRANCESCO MASTRIANI 



— E non ci vedremo questa sera nel solito circolo degli amici ? chiese Ed- 
mondo ; pensate ch'è l'ultima sera che avremo il bene di possedervi tra noi ; non 
dovete mancare ! 

— Non mancherò, signor Baronetto, non mancherò questa ssra. 

Daniele s'inchinò, e lasciò quella staDza, aggiungendo tra se con incredibil 
ferocia. 

E NON MANCHERÒ QUESTA NOTTE l 



III. 

E ss domani mi cercherai più non sarò. 

La sera, di questo giorno i soliti amici di Edmondo si si radunarono nella 
camera verde. 

Eran la maggior parte letterati tedeschi, artisti fiamminghi, ricchi proprietari 
de' dintorni e qualche inglese dimorante a Manheim Spesso interveniva il Dottor 
Weiss. 

Alle nove si prendeva il tè. La conversazione era delle più istruttive : si ra- 
gionava d'arti, di politica, di filosofia, di scienze, di morale. 

Per mala ventura, quasi tutti gli amici di Edmondo, al par di lui, erano se- 
guaci di quella paradossale filosofia alemanna, che tanto contribuì a travolgere le 
idee e gittarle nel vacuo della rar/ion pura, parodia della ragion naturale. 

Le teorie del filosofo di Conisberga faceano a quòl tempo gran rumore in 
Germania e in Europa : ci fu la moda del filosofare alla Kant come di vestire alla 
francese. L'Italia soltanto non si lasciò imporre dui gran nome del maestro della 
novella scuola alemanna, rigettò le speciose dottrine che puzzavano di ateismo, e 
si tenne a quel ragionare che rischiara e non confonde, che analizza e non di- 
strugge, che siegue il corso naturale delle idee e non straripa nelle fantasticherie 
della follia, che esamina, non dogmatizza, che si fortifica colla rivelazione e non 
si perde nello scetticismo. Mentre la Germania delirava con Hegel e con Fichte, 
l'Italia ragionava con Vico e Galluppi. 

Vari furono i subbietti della conversazione, e tra gli altri quello che mag- 
giormente alimentò la controversia e sostenne la disputa si fu quello della possi- 
bilità che ha la scienza di estendere i limiti della vita umana. 

Molto e lungamente si ragionò su questo argomento. Quegli che fé' sfoggio 
di maggior eloquenza si fu il Baronetto, il quale dimostrò che allora soltanto la 
civiltà avrà raggiunto l'apice della perfezione, quando la scienza avrà scoverto il 
modo di rendere l'uomo più vai do contro i perpetui assalti della morte, e più 
comune la vita centenaria. 

In sul tardi della sera si presentò Daniele. Il suo aspetto era sereno all'ap- 
parenza, tranne che un profondo osservatore avrebbe scorto nella corrugazione ner- 
vosa della fronte di lui e nel livido pallore del suo volto una sinistra e truce 
preoccupazione. • 

Il giovane pianista napoletano fu accolto, come sempre, co' segni del più gran 
compiacimento. 

Il Baronetto avea già detto alla comitiva che Daniele sarebbe partita il do- 
mani per Darmstadt; epperò il ricevimento che questi si ebbe fu più espansivo 
del solito. 



IL MIO CADAVERE 121 



Tutti gli amici di Edmondo si alzarono e fecero a Daniele le loro parti di 
condoglianza pel suo allontanamento da Manheim, ed i loro auguri pei suoi ul- 
teriori successi. 

Daniele rispondeva parole smozzicate, inconcludenti. Questo attribuivasi alla 
naturale commozione di un uomo, che si vede l'oggetto di tante dimostrazioni 
d'amicizia, e che, modesto, vuol respingere la troppa esagerazione delle lodi. 

Il Baronetto volle celebrare festosamente l'ultima sera che Daniele passava 
a Schoene Aussicht. 

Una magDifica tavola a tè fu imbandita verso le undici. 

Tutto ciò che la cucina francese, italiana e tedesca sa inventare di più pre- 
libato in fatto di doici^ di pasticci e di altre squisite vivande si trovava sulle cre- 
denze, le quali, quasi sotto il tocco d'una verga fatata, comparvero agli occhi 
della brigata. 

Il vin del Reno scintillò in un baleno nelle grandi coppe verdi destinate ad 
allietare la comitiva. 

La fisolofÌA, la scienza e le arti si abbracciarono e si confusero sotto le fre- 
quenti libazioni: tutte le opinioni presero un colore, quello del vino; tutti gli 
occhi espressero un solsentimento, quello dell'allegria. 

Daniele bevve poco: non fu possibile d'indurlo a suonare. Non ostante le più 
vive istanze e preghiere, egli si rifiutò ostinatamente, adducendo per iscusa non 
essere il suo spirito abbastanza tranquillo per trarre dal piano-forte la benché 
minima frase musicale. 

Il giovine pianista si ritirò prestissimo, dicendo che il domani si doveva al- 
zare ben per tempo per ordinare i preparativi della partenza. 

Gli amici di Edmondo lo abbracciarono di bel nuovo, e gli augurarono ogni 
possibile felicità. 

Il Baronetto gli strinse cordialmente la mano, e gli disse: 
— A domani, m'o caro Daniele, domani faremo i nostri addio; buona notte 
e buon riposo. 

Dopo non guari, gli am'ci del ^Baronetto si accommiatarono da lui, augu- 
randogli una notte tranquilla ed uua più felice dimane. 
Edmondo si ritirò nella sua camera da letto. 
Era già passata la mezzanotte. 

Il suo capo era leggermente sconcertato dal vino del Reno bevuto in non di- 
screta quantità. Ma da tanto tempo egli non si abband mava alle gioie della cena! 
Da tanto tempo non passava cogli amici una serata a tavola, libando i piaceri di 
Bacco e di Minerva ad un tempo, dappoiché egli solo avea saputo accordare le 
due cose più opposte e ricalcitranti, filosofia ed orgia. 

D'altra parte egli avea voluto festeggiare l'ultima sera del soggiorno di Da- 
niele a Manheim. La tristezza, la concentrazione del giovine italiano erano sfug- 
gite al Baronetto, il quale, ingannandosi sulla loro origine e significazione, avea 
creduto d'indovinarne la cagione nell'affetto del giovine e nel rammarico di do- 
versi separare da lui. 

Nell'entrare nella sua camera da letto il cameriere gli consegnò una lettera che 
il corriere avea recata d'Italia qualche ora innanzi. 

Era una lettera di Maurizio Barkley concepita in questa termini: 
* Signor Baronetto — In questo momento ho ricevuto la vostra lettera, nella 
quale mi mettete a parte dello strano testamento che avete fatto e della persona 
da voi scelta per vostro erede, nel caso che {adempirà alle condizioni che gli 



122 FRANCESCO MASTRIANI 



avete imposte. Voi mi dite che questa persona ha accettato il patto, e che ora i 
vostri sonni son placidi e non più turbati da strane e lugubri fantasime. Il mio 
cuore n'è sollevato, però che il pensiero delle vostre sofferenze morali mi torturava 
e veniva a raggiungersi agli altri motivi di tristezza che ha il mio cuore. Sento 
però il dovere di farvi ora un'importante rivelazione; dappoiché forse un giorno 
mi fareste un rimprovero di avervi serbato il segreto sovra un fatto di tanto mo- 
mento. Le vostre relazioni colla persona che dovrà essere vostro ered^ cangiano 
interamente l'aspetto delle cose: mi affretto dunque a dirvi che Daniele de' Ri- 
mini, il giovine pianista italiano, vostro ospite a Schoene Aussicht, che avete no- 
minato vostro erede, e che dovrà essere il custode del vostro cadavere, Daniele 
de' Rimini è la stessa identica persona di Daniele Fritzeim, vostro piglio ! 

" Questo importante segreto è ora nelle vostre mani, signor Baronetto : a voi 
lo rivelo, e non a lui ; fate quello che credete ; non ispetta a me darvi consigli. 
Soltanto non posso celarvi che fareste bene a discoprirvi al figliuol vostro, e dare 
sfogo al vostro amor paterno : non posso dirvi perchè opino così. Aspetto i vostri 
comandi. 

" Vi rinnovo la preghiera che vi diedi coll'ultima mia lettera: vi dirò le ra- 
gioni della mia richiesta. 

■ Mi dite di aver pensato a me nel vostro testamento : vi ringrazio dal pro- 
fondo del mio cuore ; ma spero non vedere il giorno in cui sarà data esecuzione 
alla vostra ultima volontà. Iddio mi concederà la grazia d, morire prima di voi. 

Il vostro schiavo, 
' Maurizio Barkley, 

Chi può dire l'effetto che produsse questa lettera sul cuore di Edmondo ! Era 
questa la più forte sensazione ch'egli avesse provata nel corso di sua vita! 

Daniele era suo figlio ! Daniele era là, al primo piano, poco da lui discosto » 
Alquanti scalini, ed il padre avrebbe abbracciato il figlio ! 

Edmondo ebbe come un capogiro, una vertigine ; il suo cuore, le sue vene, 
la sua testa erano in ebollizione. Gli fu forza rileggere molte volte la lettera di 
Maurizio per poterla comprendere. 

Il Baronetto non era sicuro della realtà delle cose ; credeva essere sotto l'im- 
pero dell'ubbriachezza. Ci fu un momento che stimò una menzogna lo scritto del 
suo schiavo. Ma il carattere di Maurizio, grave, probo, nemico di ogni simulazione, 
il persuase che il contenuto della lettera fosse vero. 

Il primo movimento ch'egli fece fu di correre verso l'uscio per andare al 
primo piano, per volare da suo figlio, da! caro suo figlio, e dirgli tutto, e abbrac- 
ciarlo, e ritenerlo sempre con se. 

Ma si rattenne poscia, e pensò che gli avrebbe fatto al domani questa ina- 
spettata rivelazione, 

" Quando mio figlio verrà da me per congedarsi, io gli mostrerò questa let- 
tera, 'lo stringerò tra le mie braccia, e gli dirò: Ora neppur la morte potrà rom- 
pere i vincoli che ci uniscono !... Ma con qual fronte mi mostrerò a mio figlio ? 
Oh ! se egli mi dimanderà di sua madre !.... No... no, nulla gli dirò ancora... do. 
mani, con un pretesto, cercherò di trattenerlo con me per qualche tempo ancora... 
Mio figlio ! mio figlio ! il figlio ! dell'infelice Juàuita !,.. O Ente supremo, che reggi 
il inondo, questa è opera della tua mano onnipotente!.. Qual luce rischiara l'anima 
mia! Qaal raggio divino tocca il marmoreo mio cuore!!,.. I miei figli, i figli miei..* 
Dove sono ? Che vengano, ch'io gli abbracci tutti e cinque, ch'io li senta qui sul 
mio cuore.., Daniel', Federico, Eduardo, Luigia, Estella.... non più divisi da me ! 



IL MIO CADAVERE 123 



Infelici creature da me abbandonate, oh mi perdonerete voi, n'è vero ? Io vi 
opprimerò di tenerezza, di felicità ; a forza d'amore cercherò di farvi dimenticare 
i torti che ho avuti verso Ji voi. Domani io più non sarò lo stesso uomo di 
quello che fui ! Domani sarà per me giorno di luce e di verità ! ti' alba che 
soegebà Saba peb me l'alba di un'altba vita !... E tu Maurizio Barkley, virtù 
imcomparabile, tu mi salvasti la vita, ed or mi salvi 1' anima. Dio mi ti fece 
incontrare nel turpe cammino della colpa perchè tu mi avessi dischiuso le porte 
del cielo...., 

Edmondo s'inginocchiò nel mezzo della sua camera da letto, congiunse le 
mani, e, cogli occhi rivolti al cielo, profferì la seguente preghiera: 

e Dio d'immensa misericordia e bontà, le cui leggi per tanto tempo ho cal- 
pestate ed it frante, perdona le colpe della passata mia vita, e accetta il mio av- 
venute in espiazione dei miei peccati. Sorreggi col possente tuo ausilio le riso- 
luzioni che -tu m'ispiri questa notte, e feconda il mio pentimento co' tesori della 
tua gr-zia celeste. > 

Edmondo restò circa un quarto d'ora genuflesso orando col pensiero. Indi si 
alzò, si svestì de' suoi panni, accese la lampada d'oro a fianco del suo letto e si 
coricò. 

Per la prima volta il segno della croce passò sulla fronte e sul petto di 
quell'uomo. 

Col capo abbandonato in su i guanciali, Edmondo pensava: 

" Che felicità sarà la mia nel vedermi in mezao a' miei figliuoli! Che nuova 
e *dolce esistenza sarà questa I Con quanto amore li contemplerò seduti alla mia 
mensa! Io li legittimerò tutti e cinque; darò loro il mio nome eie mie ricchezze; 
farò che ritrovino sul paterno mio seno quelle gioie di cui la loro infanzia è stata 
defraudata. E le loro madri!... Infelici... Dio m'isp'rerà sulla loro sorte... Com'es- 
ser debbono gentili e belli i miei figliuoli! E Daniele che tanto mi rassomiglia! 
Ah! ora comprendo l'ine splicabMe simpatia che il costui sembiante eccitò in me 
fin dal primo momento che il vidi. Ora comprendo i moti del mio cuore. Quelle 
labbra seno dell'infelice Juanita! Figi:, figli miei, e come ho potuto tenervi per 
tanti anni discosti da me! cuor mio, non ribaltar così nel povero petto! E mio 
figlio è là, nella stessa mia casa, ed io l'ho tenuto più di un mese con me! Che 
aspetto gentile! Che genio in quegli occhi!... Ed io volea farne il custode del mio 
cadavere!... Follia! follia! Domani lacererò lo stolto testamento, figlio dei lugubri fan- 
tasmi che assediavano la mia rea coscienza. Quando Iddio mi chiamerà all'altra vita, 
le mie spoglie mortali riposeranno in pace nella v>lla di Schcene Aussicht: i miei 
figli mi chiuderanno gli occhi... Morire nella grazia di Dio, in calma colla mia 
coscienza in mezzo ai miei figliuoli, non sarà questa la più bella delle morti? La- 
sciare un'eredità di affetti non vai meglio che lasciare per nove mesi il disgu- 
stoso spettacolo d'un cadavere che desterà ribrezzo ed orrore in tutti quelli che 
il riguarderanno?... Richiamerò con me il mio caro Maurizio Barkley, al quale io 
debbo tanto e che sarà per me più che un amico, un fratello... Virtù impareg- 
giabile, uomo sublime, Iddio ti aveva posto al mio fianco per ispirarmi tutti i 
più dolci seat menti, e per dischiudermi la via del pentimento. Maurizio Barkley, 
tu che mi hai conservato i figli, che spesso mi parlavi di loro, tu che non "lasciavi 
nessun mezzo intentato per cercar di commuovere il ferreo mio cujre, tu al quale 
io dovrò la felicità di una piena riconciliazione con me medesimo, Iddio ti bene- 
dica, com'io ti benedico, e come benedico per la prima volta nel Divino suo nome 
i miei cinque figli, Daniele, Federico, Eduardo, Luigia e Estella „. 



124 FRANCESCO MASTRI ANI 



Pronunziando queste ultime parole, una calma celeste si sparse sulla sua no- 
bile fi8onomia: la natura reclamò i suoi dritti; il sonno si abbattè sulle sue stan- 
che palpebre. 

Edmondo si addormentò pentito e tranquillo... per non più ridestarsi ! 

Eran due ore dopo la mezzanotte. 

Tutt'i domestici del Baronetto erano immersi nel sonno. 

Un cameriere inglese, il più fido de' suoi camerieri, aveva il suo letto poche 
stanze appresso a quella dove riposava il suo padrone. 

Essendo interna la comunicazione dal primo al secondo piano, una semplice 
bussola li divideva. 

Daniele avea lasciata aperta questa bussola... Egli era penetrato al secondo 
piano, senza aver avuto bisogno di schiudere una porta. 

L'oscurità più fitta invadeva tutto il resto delle stanze dov'erano dormienti. 

Daniele avea studiato tutte le posizioni, tutt'i passaggi, tutt'i corridoi che 
menavano alla camera verde. 

Giunto in essa, per procurarci un poco di luce egli non ebbe bisogno di far 
altro che aprire le imposte d'una finestra. 

Una luna limpidissima rischiarava l'orizzonte: i suoi raggi gittarono nella ca- 
mera verde tanta luce quanta bastava per l'operazione che doveva far Daniele. 

Durante il banchetto della sera precedente e nella confusione cagionata dal 
vino, Daniele si era destramente accostato al forziere indicato il mattino dal Ba- 
ronetto, e ne aveva involata la chiave ch'era ivi, avendo il Baronetto tolto di là 
alcuni oggetti che gli eran serviti pel festino della sera. 

La scatoletta d'argento, che contenea la fatale polvere dell'Upas, fu tolta dal 
forziere. 

Un'astuzia infernale che altrove narreremo, avea prestato i mezzi a Daniele 
d' impadronirsi della chiave della scatoletta. 

Come aprirla e toccare la polvere mortale ? Era questo il grande ostacolo, che 
Daniele superò, essendosi provveduto d'un lungo bastone, alla cui borchia aveva 
attaccato un pezzettino di carta a forma di cono. Deposto a terra il cassettino, e 
datovi un giro di chiave, col pomo del bastone sollevò il coverchio, e coli' altra 
estremità della mazza fece entrar nel cono di carta una quantità di quegli atomi 
distruttori. 

Durante quest'operazione egli si avea chiuso ermeticamente la bocca e le na- 
rici con un fazzoletto. 

Ssnza fare il minimo rumore, Daniele penetrò nella camera da letto di Ed- 
mondo, e stette qualche tempo inmobile sotto l'uscio per accertarsi se il Baronetto 
era immerso nel sonno. 

Assicuratosi di ciò, il perfido si avvicinò al letto dell'infelice ; rolla propria 
persona nascose la luce che veniva dalla lampada ; si celò interamente il viso col 
fazzoletto tranne gli occhi, e con mano ferma accostò il cono di carta alle 
labbra del dormiente. 

Il cono di carta scaricò la sua polvere ! 

Edmondo mise un rantolo soffocato, strinse i denti e i pugni, stravolse gli occhi 

EGLI ERA CADAVERE ! 

Daniele rimase immobile, tremante, senza respirare, a fianco della sua 
vittima. 

La morte era stata così rapida, così istantanea, ch'egli non crede» che il Baro- 
netto fosse estinto. 



IL MIO CADAVERE 



125 



Il singulto che questi avea messo avea fatto gelare il sangue nelle vene del 
suo assassino. 

Passò un quarto d'ora, a capo del quale Daniele alzò la lampada sul volto di 
Edmondo. 

Consulto di medici. 




(n. 17) Il dottor Weis interrogò gli altri colleghi; si tenne consulto; due ore di 
discussione.... (pag. 126) 



Daniele fremè ! Gli occhi del Baronetto erano spalancati e terribili ! 

Non ci era dubbio ! Egli era morto 1.... Le sue labbra eran nere come la 
•uà barba.... 

Accertatosi di aver fatto il colpo, Daniele si diede a sperdere ogni orma dol- 
l'as83ssinio. 

Corse alla scrivania dell' estinto e lacerò quella pagina delle costui memorie 
dove si parlava dell' Upas. 



57 — FRANCESCO MA8TRIANI - IL MIO CADAVERE. - CbntTÉT 



Disp. K7 



126 FRANCESCO MASTRIANI 



Ritornò alla camera verde, prese la scatola dei veleno ben chiusa, e la portò 
seco per farla sparire il giorno appresso. 

Poco stante, Daniele era nel suo letto ... Egli si preparava a rappresentare la 
sua parte nel comune dolore che avrebbe eccitata nel dì vegnente la notizia della 
improvvisa morte del Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda, e prò» 
prietario della vasta tenuta di Schcene Aussicht. 



IV. 
Il testamento. 

Il domani, verso le nove del mattino, confusione e terrore nel casino di 
Schoene Aussicht. 

In un attimo, tutta la città di Manheim fu piena della triste notizia della 
improvvisa morte del Conte di Sierra Blonda, avvenuta, come si dicea, per un 
colpo di apoplessia fulminante. 

Un'ora dopo che si era diffusa la triste nuova, il casino fu tutto ingombro 
di gente. Gli amici di Edmondo, vari medici, parecchie persone ragguardevoli di 
Manheim, e grande stormo di curiosi penetrarono negli splendidi appartamenti, 
dove il giorno innanzi un uomo, ricolmo di vita, di salute, di tutt' i beni che si 
posson godere su questa terra, ragionava lietamente cogli amici sul modo di pro- 
cacciarsi una più lunga avventurata serie di anni. 

Il Dottor W^iss si diede ad esaminare il cadavere del Baronetto. 
Nessun carattere di apoplessia presentava l'estinto. 

Il Dottor Weiss interrogò gli altri colleghi; si tenne consulto sulle cause 
della morte del Conte: due ore di discussione non avean fruttato nessun risultamento: 
la scienza esauriva le sue congetture, e perdeva la sua logica sovra un genere di 
morte che offriva nuovi caratteri e specialità straordinaria. 

Il Baronetto non era morto per istrangolamento, però che i segni esterni di 
questa morte sono: enfiatura del collo e della faccia, la quale è cosparsa di livi- 
dore nerastro; tumefazi ne della lingua, che pnl consueto suole uscir di bocca; 
occhi rossi e sporgenti - estremità fredde e di color violaceo. 

Qualcuno appena di questi segni rin^enivasi sul capo di Edmondo. 
Si passò eziandio in discussione se egli fosse morto per mefitismo, e si ricusò 
questa supposizione come assurda, non pure per non essersi trovata cagione al- 
cuna di viziamento d'aria nella camera dov'egli giaceva, ma neanche gl'indizi ca- 
daverici che attestano tal causa di estinzione. 

La maggior probabilità poggiava sull'opinione che il Baronetto fosse morto 
per una specie di sorda asfissia, o per una terribil colica cieca. 

In fatt?, un indizio di questa morte suol ricavarsi dall'annerimento de' labbri. 
Il pensiero che il Baronetto fosse stato avvelenato non lasciò di presentarsi 
vagamente nell'animo del Dottor Weiss, il quale rivolse con astuzia molte inter- 
gaz'oni ai camerieri e a' domestici. 

Ma il Baronetto aveva cenato assieme ai suoi amici, e dopo cena non aveva 
preso neppure un bicchier d'acqua; la cena era stata innocua, dappoiché le altre 
persone che n'ebbero parte non avevano sofferto alcun male. 

D'altra parte, i segni caratteristici di un avvelenamento non si erano affac- 
ciati sul cadavere del Baronetto: la nerezza delle labbra era un fenomeno nuovo 



IL MIO CADAVERE 127 



I 



■e strano, ma non bastava di per se solo a fare argomentare una morte per av- 
velenamento. 

Questa idea fu bandita, e si pensò tosto a far eseguire le ultime volontà del 
defunto. 

Il dottor Weiss conosceva l'esistenza del testamento, pensò che il Baronetto 
gliene aveva molte volte parlato, per riguardo all'articolo dell'imbalsamazione, il 
quale, siccome è noto ai lettori, era così oncepito: 

" È mia precisa volontà che il mio cadavere sia imbalsamato col nuovo me- 
todo d'iniezione alle carotidi. Questa operazione dovrà esser fatta dal mio medico 
dottor Weiss di Francoforte varii giorni dopo che io non avrò dato più segni d 
vita, e dietro i più esatti e scrupolosi esperimenti per accertarsi della veba mia 
morte. Per tale operazione gli si darà in compenso la somma di dieci mila fiorini. „ 
Questo articolo era stato letto al dottor Weiss fin dal giorno che il Baronetto 
lo scrisse, e indi riletto altre volte, quando il misero era oppresso dai fantasmi 
della morte apparente. 

Noi non osiamo asserirlo per rispetto che abbiamo all'umana dignità, ma non 
possiamo astenerci dal formare una triste congettura. Quella cifra di diecimila 
fiorini era troppo prevaricante; e fjrse il dott. Weiss sacrificò i suoi sospetti di 
avvelenamento alla paura di perdere un guiderdone che si sarebbe sfumato. Se si 
fosse dato peso all'idea dell'avvelenamento, e se questo sospetto fosse stato ven- 
t lato, l'autorità avrebbe richiesto un'autopsia cadaverica; ed allora l'imbalsama- 
zione non avrebbe avuto più luogo. 

AfFrett amoci a dire, che Daniele simulò in modo ammirabile la sorpresa, il 
dolore.... La sua agitazione, la sua estrema pallidezza, la bieca espressione del 
suo sguardo ingannarono tutti. 

Il suo trionfo er .•-. pressoché assicurato. L'impunità gli sorrideva, e con essa 
l'avvenire colmo di delizie e di piaceri. Ma Dio aveva già stampato su quella 
fronte il marchio dilla riprovazione. 

Iananzi tutto, le autorità locali di Manheim richiesero l'immediata lettura 
del testamento. 

Già si era presenta') a Schoene Aussicht il notaro nelle cui mani il testa- 
mento era stato depositato. Tutti si prepararono ad ascoltare l'ultima volontà del- 
l'estinto mi'ionario. 

\* ultima volontà! Ah! non era quella l'ultima volontà dell'infelice « pentito 
Edmondo! Ejjli aveva sepolto per sempre con sé il suo vero testamento! 

A mezzo giorno si die lettura legale dell'atto olografo, essendosi affrettata 
quest'operazione ad istanza del dottor Weiss, il quale aveva detto ai commissari 
del governo di Manheim esser necessaria la pronta lettura del testamento per ra- 
gioni che si sarebbero palesate nello stesso scritto del Baronetto. 

Il cadavere di Edmondo, da lui destinato a rappresentare una parte impor- 
tante nelle condizioni di eredi'à, giaceva tuttavia nudo nel proprio letto, coverto 
intieramente da una coltre di seta di Persia. 

In quali mani andavano a ricadere le immense ricchezze del Conte di Sierra 
Blonda 'i Quali n'eran gli eredi ? 

Q lesta dimanda ciascuno volgeva a sé stesso con pia o meno perplessa cu- 
riosità, a seconda della maggiore o minore probabilità che ciascuno credeva d 
avere ad una parte dell'eredità. 

Chtre a cento persone ingombravano quella camera. Quando il noterò fece 
segno che si accingeva a leggere, un silenzio profondo ebbe luogo. 



128 FRANCESCO MASTRIANI 



I primi articoli del testamento erano l' enumerazione dei beni e delle ric- 
chezze del Baronetto, dei suoi titoli, dei suoi crediti, delle sue immense posses- 
sioni e dei suoi capitali versati su quasi tutte le Banche d'Europa. 

Era una fortuna prodigiosa ! due milioni e quattbocentomila piastbe di 
Spagna, vale a dire, la rendita annuale di centoventimila colonnati, alla mo- 
desta ragione del cinque per cento. 

Questa fortuna era calcolata senza gl'innumerevoli crediti che il Baronetto 
vantava su molti cospicui banch'eri di Londra, di Parigi, di Madrid, di Calcutta 
e di altri paesi. 

Non possiamo dipingere la sorpresa che colpì tutti gli astanti allora che il 
notaio lesse il seguente articolo; 

" Di tutt'i suddetti miei beni mobili ed immobili coi titoli annessi ; in man- 
canza di eredi legittimi, lascio mio erede universale il giovine Daniele de' Rimini, 
di Napoli, esercente la professione di pianista „ . 

Tutti gli sguardi si volsero immediatamente verso Daniele, dagli occhi del 
quale lampeggiava una gioia superba e feroce. 

Un lungo mormorio interruppe la lettura. Ciascuno dimandava al suo vicino 
chi era quel giovine, donde era venuto, e quali relazioni eran passate tra lui e 
: 1 Baronetto, per far decider questo a nominarlo erede universale di tutte le pro- 
prie ricchezze. 

In moltissimi surse il pensiero che il giovine italiano fosse figliuolo naturale 
del defunto, e che questi avesse voluto, morendo, fare ammenda del passato. Ma 
e perchè non legittimarlo ? Il vasto campo delle congetture si diradò ed il silenzio 
più profondo si ristabilì, quando il notaio seguitò la lettura del testamento. 

La maraviglia degli astanti si acsresceva ad ogni parola di quel testamento 
straordinario. 

Con somma attenzione bi prestava ascolto alle condizioni che il Baronetto 
metteva al possesso della sua eredita. 

Un grido di sorpresa e di orrore, seguito da un subbuglio indicibile, si udì 
alle parole: 

" Il signor Daniele de'Rimini, mio erede ed esecutore testamentario, dovrà 
essere il custode del mio cadavere durante nove mesi a contare dal giorno della 
mia morte. „ 

Non era più possibile di proseguire la lettura, sì grande era la confusione 
ed il vocìo che si sparsero tra i diversi crocchi. Tutti gli occhi erano rivolti a 
Daniele, il quale poco penderò parea prendersi di quanto si dicea intorno a lui. 

Ogni articolo di quelle strane e terribili condizioni facea raccapricciare gli 
astanti. 

L'articolò undecimo delle condizioni prevedeva il caso in cui da Daniele »i 
fosse mancato ad uno degli obblighi impostigli, e il dichiarava, ciò accadendo, 
scaduto dal diritto di eredità. 

II testamento conteneva nel seguito altre disposizioni, di cui citeremo le se- 
guenti come le più importanti: 

" Articolo 12.° Lascio al mio schiavo Maurizio Barkley, in segno di rico- 
noscenza, di amicizia e di affetto, la rendita annuale di Duemila piastre, ed il 
mio feudo a Yorkshire in Inghilterra denominato The Raven Spot (il signore del 
corvo). „ 

Daniele fece un salto sopra sé stesso: il nome di Maurizio Barkley aveva 
colpito le sue orecchie!... Maurizio Barkley era lo schiavo del Baronetto! 



IL MIO CADAVERE 129 



Una luce terribile scintillò sul cervello del giovine. 

Il notaio proseguì. 

■ Art. 21. Lascio un capitale di Dodicimila piastre da distribuirsi ai so 
guenti cinque individui: 

Federico Lennoi*, di Parigi. 

Edoardo Hormas, di Glascovia. 

Daniele Fritzheim, di Napoli. 

Luigia Aldinelli, di Pisa. 

Estrella Encinar, di Cadice. 

* Affido a Maurizio Barkley l'esecuzione di questa mia disposizione, cono- 
scendo egli una per una le cennate cinque persone e le loro rispettive dimore ., 

Questa volta un grido si fece udire nella stanza, ma un solo l'aveva get- 
tato: Daniele ! 

Egli era fuori di se: i capelli gli si eran sollevati sul capo; le labbra gli 
tremavan convulse; gli occhi schizzavangli fuori come per furiosa demenza. 

Il segreto cercato da tanti anni era scoperto ' L'ignota mano che il benefi- 
cava era trovata ! 

L' orribil luce che avea per un tratto schiarata la mente dello sciagurato gio- 
vine gì' incendiava in pari tempo la testa e il cuore. 

Un' idea, una parola si avvoltolava nel capo di quel misero, un' idea, una 
parola che il rendean matto: Parricida ! 

Egli tremava di questo orrendo fatto. Intanto il grido eh' egli avea emesso 
avea richiamato intorno a lui l' attenzione universale. Nessuno potea spiegarsi lo 
stato di agitazione, di turbamento, di estrema sofferenza in cui vedea Daniele; ep- 
però mille supposizioni si formavano, mille pensieri e mille confetture; ma in 
nessuno entrò minimamente il sospetto che Daniele si fosse 1' assassino del milio- 
nario, non offrendo il cadavere alcun segno di morte procurata da esterna vio- 
lenza, ed avendo i medici rigettata come assurda ed improbabile l'idea di un 
avvelenamento. 

Altre disposizioni conteneva, il testamento, di piccoli legati a favore de' suoi 
domestici. 

Il Baronetto raccomandava al suo erede ed esecutore testamentario di rite- 
nere per amministratore la stessa persona, di cui egli si era servito, e la quale 
era un americano di comprovata probità. 

Da ultimo, il testamento conteneva le disposizioni che avrebbero dovuto aver 
luogo nel caso previsto di una mancanza di Daniele a' suoi obblighi. 

I suggelli furono apposti alle carte del Baronetto: un minuto inventario f* 
formato di tutte le suppellettili di Schoene Aussicht. Daniele non doveva essere 
posto in possesso di tutto, che dopo compiti i nove mesi. L' autorità procede a 
quei provvedimenti che sono richiesti per garentire 1' esatto adempimento dell» 
volontà del testatore. 

II dottor Weiss, incaricato della imbalsamazione, si apprestò a far paghi i 
desiderii del suo defunto amico, il quale gli avea con tutto il calore dell' amicizia 
raccomandato di assicurarsi bene della realtà della sua morte. 

Il dottor Weiss volle rimaner solo col cadavere del Baronetto. 

Egli cominciò da prima ad esplorare se fosse incominciata la latente insen- 
sibil putrefazione delle parti nobili de corpo, primo segno che caratterizza la 
morte. L' organismo di Edmondo era intatto, epperò non era impossibile che uà 
resto di vitalità si nascondesse in uno de' precipui organi destinati a conservare la vita. 



ISO FRANCESCO MASTRIANI 



Con ogni minutezza ei procede in tal delicata disamina. 

Egli è certo che, quando un princìpio di vitalità rimane concentrato nelle 
più intime parti dell' organizzazione, non può sfuggire allo sguardo prò ondo e 
indagatore dell' uomo dell' arte; imperocché in questo caso la fisonoinia del cre- 
duto estinto offre indizi e caratteri che sono ben dirersi da quelli che si scorgono 

sui volti dei veri morti. 

Il dottor Weiss notò l'insipiente sfiguramene de' lineamenti del volto del 
Baronetto: l'espressione morale della fisonomia sparisce sotto il marchio della morte. 

Tutte le fisonomie de' cadaveri hanno una sola espressione, la serenità. 

Nel volto de' morti apparenti i vasi capillari ed il sistema linfatico hanno 
un movimento be che esilissimo, e le cellulari un certo turgore, che mantiene 
alla persona il suo aspetto abituala. 

Ne' cadaveri un colore plumbeo si spande sulle forme del volto: la palli- 
dezza è tetra e si avvicina al giallognolo. 

Il dottor Weiss pose il termometro al contatto delle parti vitali del corpo 
del Baronetto; un freddo glac'ale abbassò leggermente il mercurio. 

Un altro segno caratteristico della morte vera, secondo Nysten, è la infles- 
sibile rigidezza dei muscoli. E i muscoli del Baronetto eran duri come legno. 

Il dottor Weiss osservò che gli occhi di Edmondo, comunque trovati aperti 
in tutta la loro ampiezza, eran privi di ogni moto, ed incominciavano a diven- 
tare a poco a poco affossati, e nebbiosi e fliccidi. Era quasi impossibi e di ab- 
bassare la palpebra superiore. 

Il medico alzò la mino del Baronetto; ne riunì le dita, e passò un lume 
dietro ad esse: nessuna trasparenza vi si notò, come vi si osserva ne' vivi. 

Le palme delle mani e le piante de' piedi avean preso un color giallo carico. 
Gli sfinteri eran rimasti aperti e dilatati senza veruna elasticità. 

Il dottor Weiss non lasciò alcun tentativo per accertarsi della morte effettiva 
del Baronetto; egli operò eziandio parecchie forti fregagioni sulla cute dell'estinto, 
ma questa non si arrossì affatto, né si riscaldò. 

Finalmente, per esaurire tutt'i mezzi di cui l'arte si vale per iscovrire la 
vitalità ne' morti apparenti, il medico tedesco fece uso del più sicuro di tutti, 
quello cioè dello stimolo elettrico. 

La più compiuta certezza era ormai nell'anima del dottor Weiss su'la morte 
del Baronetto, dal cui corpo già cominciava ad esalare quel nauseante odore, 
specifico dei cadaveri, e che annunzia l'incipiente decomposizione. 

Il dottor Weiss, comechè pienamente sicuro della morte del Baronetto, volle 
per altro lasciar passare l'intera giornata e la notte consecutiva, prima di accin- 
gersi all'operazione della imbalsamazione. 

E il dì vegnente, a pri m'ora del giorno, egli vi si apprestò. 

M >Iti giovani studenti di medicina, moltissimi curiosi, U maggior parte degl. 
«mici di Edmondo, e quasi tutti i suoi domestici vollero assistere all'operazione. 

Daniele era nel nu aero. 

Munito dei necessari strumenti e degli agenti chimici che sono richiesti, il 
dott. Wjìss eseguì l'imbalsamazione con profonda sagacia ed esattezza. 

Egli polverizzò due libbre di arsenico colorandolo con un poco di cinabro o 
minio, per ottener il colore del sangue; e sciolte il tutto in una quantità di acqua 
naturale: eseguì poscia l'incisione verticale alla sinistra arteria carotide, e v'iniettò 
la compoiizione che abbiami cennata; legò il segmento superiore dell'arteria re- 
cisa non sì tosto vide da questa comparire il materiale iniettato. 



IL MIO CADAVERE 131 



Il resto dell'operazione fa fatto con pari accortezza e sagacia. 
Terminata l'operazione, il dottor Weiss, rivoltosi al cadavere del Baronetto^ 
gli disse : 

— Eccoti pago, infelice mio amico ; ho adempito al mio debito : ti ho atrap 
pato alla corruzione. 

Voltosi poscia a Daniele, che pallido, stralunato, immobile, era stato presente 
all'imbalsamazione, gli disse : 

— Ora spetta a voi, signor custode della morte; consegno a voi il cada- 
vere del Conte di Sierra Blonda in ottitno stato; esso si manterrà fresco, flessibile 
e naturalmente colorito. A voi, dunque, signor Daniele de' Rimini, incominciate 
il vostro ufficio: i nove mesi principiano: l'eredità vi aspetta! 

Dette poscia un'occhiata all'orologio, e con sarcasmo soggiunse : 

— Sono le otto: andiamo, signor de' Rimini, il Baronetto attende il suo caffè! 



V. 

La camera verde. 

* E' anche mia precisa volontà che il mio cadavere dopo l'imbalsamazione, 
rimanga nella camera verde del secondo piano della mia proprietà di Sclwène 
: 4 usskht. 

" il mio cadavere sarà vestito con quella proprietà e decenza che si con- 
vengono al rango ed alle ricchezze del Baronetto Brighton, Conte di Sierra 
Blonda Ogni giorno se gli cambierà la biancheria, ed ogni settimana i vestiti. 

*' Due volte al giorno il signor Daniele dei Rimioi recherà egli stesso al mio 
cadavere, nel cospetto de' servi testimoni, il caffè e in quelle stesse ore in cui so- 
glio prenderlo al presente. „ 

Era oramai tempo di eseguire le dette prescrizioni del Baronetto. 

A quella parola che il doto' 1 Weiss avea diretta con sarcasmo a Daniele, ri- 
cordandogli di dover porgere il caffè al morto, la comitiva raccapricciò. Tutt 
guardarono con una certa angosciosa ansietà il giovane italiano che doveva adem- 
piere a que l'ufficio sì triste e ridicolo a un tempo. 

Ma Daniele ncn indietreggiò innanzi all'orrore che gli ispirava ormai quel 
cadavere : egli non dovea vacillare un momento. Eran cominciati i nove mesi, a 
capo de' quali erano la fortuna e la felicità. 

Daniele comandò a' servi che allestissero il caffè. 

Una febbrile energia invadeva le fibre dell'erede... Egli più non capiva quello 
che veniva buccinato nei diversi gruppi sperperati nella camera ; il suo volto era 
livido, ma la vivacità del delirio era ne' suoi occhi ; la coscienza della propria si- 
tuazione non l'aveva per altro abbandonato. 

Il caffè fu recato nella solita coppa d'oro in cui il Baronetto solea prenderlo. 

Daniele tolse di mano a' servi il vassoio d'argento sul quale era la tazza ri- 
colma di caffè, e con pie fermo si accostò alla seggiola-letto su cui giaceva l'estinto. 

Il vassoio non pertanto traballava nelle mani del perfido. 

Q-iunto alla sponda del letto, Daniele, con voce tremante e appena sensibile, 
dimandò al cadavere : 

— Signor Baronetto, vuole il caffè ? 



132 FRANCESCO MASTRIANI 



Dagli occhi del morto parve che balenasse uno sguardo el -ti <o o fulminante. 

Daniele vacillò, le ginocchia mancarongli.... ei cadde e con esso il vassoio 
colla tazza. 

Si corse in suo aiuto, ma egli si rimise ben presto, balbettò alcune frasi di 
giustificazione, e chiese un bicchiere d'acqua però che si sentiva ardere il petto 
e mancare il respiro. 

Prima di esporre a' nostri lettori il quadro terribile che pur ci è farza di ri- 
trarre, vale a dire. 

Ifi FIGLIO PARRICIDA ALLA. PRESENZI DEL CADAVERE DEL PADRE 

dobVamo sdebitarci di una promessa, eh' è quella di narrare il modo che tenne 
Daniele per involare dalla scrivania di Edmondo la chiave della scatoletta conte- 
nente la polvere d' Upas. 

Nel corso del giorno in cui Daniele avea meditato l'enorme delitto, poi che 
si ebbe congedato dal baronetto dicendogli che il domani sarebbe partito per 
Darmstadt, il mandò a pregare che essendo quello l'ultimo giorno delJa sua di- 
mora a Schoene Aiissicht, voleva riavere il piacsre di pranzare con lui. 

E a notarsi che, dal momento in cui nell'animo di Daniele era nato il funesto 
pensiero di por termine a' giorni del Baronetto, egli non ebbe più la forza di se- 
dersi alla medesima mensa con lui ; di che si scusò, adducendo per pretesto che 
la sua salute non consentiva che avesse pranzato in sul tardi 

Il Baronetto accolse con estremo piacere il desiderio del giovine e i' tenne 
quale attestato del suo affetto. 

Daniele pranzò col Baronetto: égli seppe abbastanza infingersi, bensì non t«nto 
che la cupa preoccupazione del suo pensiero non trasparisse ; ma Edmondo ne 
spiegò 1* ragione pel rammarico che il giovine dovea sentire per la prossima 
sua partenza. 

Poche parole disse Daniele durante il desinare, e pochissimo margiò. 

Alquanti giorni innanzi, Edmondo, in una delle serali conversazioni che tenea 
cogli amici, avea detto di aver ricevuto da un suo corrispondente delle Indie la 
narrazione di un conflitto avvenuto nel Ptnjab tra gl'Indiani e la -guarnigione 
inglese. 

Daniele, a pranzo, fece cadere astutamente il discorso su questo fatto, e pregò 
il Baronetto di leggergli la lettera del corrispondente ; il perfido giovine sapea che 
il baronetto tenea questa lettera in uno de'cassettini della scrivania, e che una 
chiave aprivali tutti. 

Edmondo, di nulla sospettando, volea chiamare il suo cameriere per fargli 
prendere dalla scrivania la lettera ; ma Daniele si offrì di recarsi egli medesimo 
nello studio per prenderla. 

Edmondo gli affidò la chiave. Daniele tornò colla lettera del corrispondente 
delle Indie. 

Egli avea già involata la piccola chiave che dovea servire a schiudere la sca- 
toletta dell' Upas. 

Alzati di tavola, Edmondo abbracciò Daniele e tornò a pregarlo che la sera 
non fosse mancato alla solita riunione degli amici. 

E Daniele tornò a promettere che non sarebbe mancato la sera, siccome avea 
promesso in sé medesimo di non mancare la notte ! » 

Il compimento dell'infame delitto è già noto. 

Dopo aver somministrato il caffè al cadavere del Baronetto, Daniele si accinse 
ad eseguire le condizion" impostegli. 



IL MIO CADAVERE 



133 



Il cadavere di Edmondo fu vestito con quelli 1 proprietà e decenza ch'egli avea 
raccomandate. Il suo abito era tutto nero, così avendo egli disposto negli articoli 
suppletori del suo testament •>. 



W. La'misera sedotta. 




(n. 18) Il duci si abbandonò a tutti gli eccessi di un turore clie^non conosceva 
più limiti (pag. 147) 



Il cadavere dovea per l' intera durata de' nove mesi portare il lutto della 
propria morte. 

Egli avea comandato eziandio che ogni settimana se gli indossassero abiti 
nuovi. Il sarto francese fu incaricato di fornire ogni sabato le vestimenta nuove 
del Conte di S erra Blonda. 

Daniele dovea vestire e spogliare il Baronetto, adempiendo verso lui all' uf- 
ficio di cameriere. 



58 — FRANCESCO MASTRIANI - IL MIO CADAVERE -Cent. 5 



Disp. 18 



134 FRANCESCO MASTRIAN1 



■ La più minuta e scrupolosa cura sarà messa dal signor Daniele de' Rimini 
a tener mondo il mio corpo da qualsiasi impurità della corruzione. „ 

Quest' articolo delle condizioni facea fremere Daniele. 

Egli è vero che per effetto dell' imbalsamazione la putrefazione interna cada- 
verica è impedita, ma è egli mai possibile, senza le più assidue cure, impedire 
che si formi su qualche parte del corpo morto un principio d' impurità? 

E ogni giorno la biancheria doveva esser cambiata al cadavere! 

Il Baronetto avea benanche disposto che ogni giorno il suo parrucchiere do- 
vesse rec?rsi, come al solito, a Schcene Aussicht, per prender cura del suo capo 
e della sua barba. La paga del parrucch ; ere era triplicata. 

E il primo giorno, infatti, dopo l'imbalsamazione, i capelli del Baronetto 
furono lisciati, scrinati, ammorbiditi con finissimi olii e pomate; la sua barba fu 
pettinata ed allustrata, raccorciando i peli disuguali e livellandoli così bene come 
se il Baronetto avesse dovuto andare a qualche festa di ballo. 

Così acconciato e vestito a bruno, il Conte di Sierra Blonda fu trasportato 
nella Camera verde, secondo le disposizioni del testamento. 

Egli venne adagiato sovra una delle magnifiche seggiole d' avorio a forma 
di baldacchino. 

Era questa sedia interamente coperta da soffici cuscini orientali, a disegni 
cinesi di color scarlatto. Nappe di fili d' oro scendevano da una specie di tettino 
della sedia, lavorato ed intagliato con tanta ricercatezza e con tanta minuta fa- 
tica che quel tettino era un capolavoro di scultura. I piedi di questa seggiola, 
non più lunghi di un palmo, rappresentavano quattro piccole pagodi con bam- 
bocci cinesi nell' interno, figuranti alcuni mandarini che fumavano. 

Il ^cadavere era coricato, anziché seduto, su questa seggiola, tranne che il 
busto era sollevato e appoggiato a morbidi cuscini. 

Le braccia del Baronetto erano adagiate in sul corpo in una positura 
semplice e naturale. L3 mani erano intrecciate senza stento 1' una nell' altra. 

Neil' entrare in quella camera , era impossibile il ravvisare un cadavere 
nell'uomo che riposava leggiadramente su quello splendido divano cinese. Il volto 
del Baronetto non era dissimile da quello eh' era quando era vivo, anzi una leg- 
giera tinta di vermiglio si sfumava in sulle gote, effetto della preparazione del 
minio, eh' era entrato nella composizione dell' imbalsamazione. Neil' atteggiamento 
di quel corpo, nella giacitura del capo alquanto inchinato a destra, quasi che 
avesse guardato, dalla dischiusa finestra, gì' incantati paesaggi che si disegnavano 
sulle rive del Reno, in quegli occhi vagamente socchiusa come per evitare la 
troppa luce che veniva dal giorno sereno e ricco di sole; in tutta la sua persona 
insomma nulla era che non avesse perfettamente simulata la vita. 

Illusione spaventevole che metteva ad ogni istante il ghiaccio e la morte nel 
cuor di Daniele ! 

Il dubbio terribile che dalla lettura del testamento era nato nell'animo dell'assas- 
sino di Edmondo diventò orrenda certezza per una di quelle ^circostanze che la 
Provvidenza fa nascere al bisogno quando intende premiare punire. 

Edmondo solea ricevere con tutta la splendidezza ed il fasto d'un milionario. 
Per consueto, egli era vestito con giubba nera. E quella sera, ultima della sua 
vita, egli aveva indossato una giubba nuova. 

Daniele stimò per la prima volta vestire il cadavere con quel medesimo abito 
e nel passarlo in sul corpo dell'estinto, si avvide di una carta ch'era nella tasca 
della giubba. Egli se ne impossessò. 



IL MIO CADAVERE 135 



E.*a la lettera di Maurizio Barkley la quale contenea la rivelazione della vera 
entità di Daniele de' Rìmini. 

E' indicibile il furore da cui fu preso il perfido Daniele alla lettura di quella 
lettera... Egli versò .egrtte lagrime di disperazione; si strappò i capelli; la sua ra 
gione si confondeva ! 

" Da quanto tempo mio padre era conscio del segreto ? dimandava a sé stesso 
il forsennato .. Io forse l'uccisi nel momento in cui egli sognava di stringermi al 
cuore!... Oh, ne son sicuro! Mio padre non avrebbe indugiato a palesarsi a me ) 
a riconoscermi, a legittimarmi!... Mio padre! mio padre l Io ho ucciso mio padre 1 
Io l'ho vilmente assassinato nel proprio suo letto, come fanno i ladri per impos- 
sessarsi d'un tesolo! ed io mi sono seduto alla sua mensa! Molte volte mi chiamò 
suo figlio ! La prepotente voce del sangue parlava in lui; siccome parlava in me! 
Ed io l'ho soffocata! Maledetto il momento che conobi Emma di Gonzalvo!... Ma- 
ledetto il momento che posi il piede a Manheim!.. No, questa lettera è d'una data 
recentissima; essa non ha potuto arrivare che ieri !... ieri sera forse ! I Mentre io 
ineditava il delitto e mi accingeva a colpirlo, mio padre sapea di avere in me un 
figliuolo!... All'alba forse egli sarebbe corso da me per abbracc armi !... Ed io ho 
sepolto per sempre nel petto d" mio padre un avvenire di amore, una vita di fe- 
licitai 

Tutto quel primo giorno di adempimento dei patti, Daniele non rimase che 
pochi momenti da solo col cadav re del Baronetto. Quasi tutti gli abitanti di 
Manheim si recarono a Sohoene Aussiclit e dimandavano il permesso di entrare 
nella e mera verde. 

Daniele, in qualità di esecutore testamentario, era la sola volontà che dom : - 
nasse a Scimene Aussicht: egli però permise agli abitanti di Manhein di trarsi 
la curiosità di vedere il morto in funzione, siccome nel paese diceasi. Il fatto è 
che quegli abitanti guardavano con più sorpresa il giovine italiano che il cada- 
davere del Baronetto. Non sì tosto Daniele entrava nella camera verde, un bi- 
sbiglio si levava, e tutti gli occhi orali volti ver^o di lui. " Ecco, ecco il cu- 
stode della morte, „ si sentiva sussurrare con mistero e paura. 

Daniele fu costretto di proibire l'ingresso a tutti i curiosi; e questo fu peggio 
per lui, perchè così era lasciato solo nella camera verde. 

E questa solitudine diventò orribile allora che le tenebre caddero sulla terra. 
La camera verde era rischiarata da un gran globo d'alabastro, che span- 
deva in quella stanza una luce vaporosa e fantastica. 

Entrando Ivi di sera, Daniele gittò un'occhiata sul Baronetto, ed un bri- 
vido gli corse per le ossa. L'illusione era compiuta. 

A malgrado dell'estrema ripugnanza che egli sentiva a guardare il cada- 
vere in sul volto, Daniele rimase lunga pezza a contemplarlo. Parea che quegli 

occhi, resi immobili per morte, si drizzassero a lui con orrenda espressione 

Strani fantasmi, stranissime larve si aggiravano in quei movimenti per la fan- 
tasia dello sciagurato giovine. Tra le altre cose, un continuo buccinamento gli 
stava nelle orecchie: sentiva sempre la voce del Baronetto, che gli ripeteva con 
sarcasmo le parole che gli disse non appena fu conchiuso il funesto contratto : 
D'ora in poi vi considero qual figlio mio!... Indi ricordava quello che il Baronetto 
gli disse innanzi di conchiudere il contratto: Io vi sarò debitore d'una eterna 
obbligazione/ 

« Etebna 1 etebna ! — I capelli si alzavano sul capo di Daniele... i suoi 
occhi si affidavano con indicibile espressione sul sembiante di suo padre... 



136 FRANCESCO MASTRI A NI 



« Dav'è al presente la tua anima, o padre mio, pensava lo sciagurato collo 
sguardo immobile sul cadavere.... perduta forse! eternamente perdotaI !.... e 
per mia cagione! Ed io l'ho spinta all'eterna perdizione! O padre mio, tu ripo- 
savi con tanta placidezza allora che ^'infame mio braccio ti aprì in un baleno 
l'eternità. „ 

Daniele non piangeva; ma una lacrima secca e disperata, una lagrima d 
fuoco si era fermata nel mezzo delle sua vitrea pupilla, e la camera verde gif 
sembrò dipinta a rosso;., e gli parve che le braccia di suo padre si muovessero 
per dimandargli soccorso. 

Allora ei si trovò sulle labbra certe parole antiche, che gli aveano insegnate 
quando era bambino... 

Daniele compitò macchinalmente una prece. 

Le nove della sera battevano all' orologio. 

Il cameriere inglese si affacciò in sull'uscio della camera verde t> disse a Daniele : 

— Signor de' Rimini, è l'ora del tè. 

Daniele fu scosso come da uno stimolo elettrico : con faccia stupida chiese 
al cameriere chi era e che cosa bramava: il cameriere ripetè la formola. 

Era convenuto che ogni azione di Daniel*, relativa alle condizioni del te- 
stamento, doveva esser fatta alla presenza del cameriere inglese e di due altri 
testimonii, i quali firmavano ogni sera il verbale della giornata. E questo, per 
attestare, alla fine dei nove mesi 1' adempimento degli obblighi imposti all' erede, 

Daniele tornò in sé, ebbe rossore di se medesimo, pensò ad Emma e al Duca 
di Gonzalvo, riprese coraggio; si alzò e si dispose a porgere il tè al Baronetto. 

" Ogni sera, dopo 1' ora del tè, il signor Daniele de' Rimini suonerà, alla 
presenza del mio cadavere, un pezzo a piano-forte e canterà un'aria di sua scelta. n 

E quest'ora terribile era giunta! 

E non solamente il cadavere del Baronetto ma tre altre persone doveano 
ascoltare quella musica e quel canto, i tre testimonii 

Daniele, coli' occhio delirante, col volto pallidissimo, coli' anima lacerata a 
brani dal rimorso, si sedè al piane-forte. 

Il cadavere del padre gli era dirimpetto. 

Daniele fece un sforzo incredibile nel porre le mani sulla tastiera: egli non 
si ricordava niente più, avea smarrito tutte le regole dell' armonia, del contrap- 
punto, non riconosceva più i tasti ! ! 

Ma di botto, la faccia s'irradiò, i suoi occhi scintillarono, la sua testa tremò... 

Una melodia dolcissima... celeste... straziante esalò da quella tastiera. 

Gli occhi de' tre testimoni si empirono di lagrime!.. 

Era il Requiem di Mozart quello che Daniele avea sonato! 

Sopraggiunta la notte, Daniele ordinò che il suo letto fosse trasportato nella 
stanza contigua alla camera verde. Nonostante il ribrezzo che gl'ispirava la pros- 
simità del cadavere, eg'i non volea per tanto diwcostarsene in nessuna ora del 
giorno e della notte, imperocché temeva che qualcuno di quelli che aspiravano 
all'eredità del Baronetto avesse involato o fatto sparire il prezioso deposito, della. 
cui custodia e conservazione esso Daniele era incaricato. 

La camera verde aveva due usci, per l'un dei quali si andava allo studio 
del Baronetto ed altre stanze, e per l'altro si riusciva sulla villetta. Di entrambi 
questi usci, ben chiusi, Daniele conservò le chiavi. 

Egli non volle far rimanere altro lume nella camera verde, durante la notte 
che quella stessa lampada d'oro che soleva rischiarare la stanza da letto di Edmondo» 



IL MIO CADAVERE 137 



Daniele accese dunque a fianco del Baronetto il lume ; serrò con molta cura 
le finestre e le porte; dette un'occhiata al cadavere, e rimase a mezzo la camera, 
colpito da un pensiero cLe gli andò a toccare le più recondite fibre del cuore. 
Daniele era solo al cospetto di suo padri ! 

L'anima di costui il vedeva e l'udiva.... D nìele pensò gittarsi a piede dei 
cadavere di suo padre, sciogliersi in amare lagrime di pentimento, chiedergli 
perdono di avergli dato la morte, non conoscendo esser lui suo padre; implorarne 
la benedizione. 

Un quarto d'ora all'incirca restò il giovine battagliando con sé medesitro- 
ma ogni volta che lo sguardo si portava sulla sua vittima, pareva che questi il 
respingesse. 

Daniele non tbbe la forza di mandare ad effetto il suo proponimento, e 
poco stante, gittando un altro sguardo di angoscia sul cadavere, come se avesse 
voluto dargli la buona notte, si ritirò nella sua stanza contigua, dove aveva 
fatto preparare il suo letto. 

Sebbene l'uscio che il separava dalla camera verde fosse chiuso a chiave, 
ad ogni momento sembrava allo sciagurato giovine che quella porta si aprisse, e 
che il baronetto redivivo gli comparisse dinnanzi per opprimerlo dei più stra- 
zianti rimproveri. 

Qualche volta Daniele, cascando a sonno per stanchezza, si destava poco di 
poi a soprassalto, col petto affannoso, colla faccia livida e cogli occhi smarriti; 
spalancava gli occhi, si poneva a sedere in letto, e volgeva lo sguardo atterrito 
intorno a sé. 

Egli aveva sognato che suo padre stesse seduto alla sponda del letto. 

Altre volte il misero, non tosto, dopo lunghe ore di agitazione, giungeva a 
prender sonno, sentiva nell'orecchio la voce del padre, e gittava uno strido altis- 
simo, e si svegliava per non più riaddormentarsi. 

Una notte, mentr'ei vegliava, secondo il consueto, e tenea rivolto lo sguardo 
sull'uscio della camera verde, vide di repente sparir la luce che rischiarava 
quella stanza!... La lampada era spenta!... 

Daniele solea farla provvedere di tant'olio da poter durare la luce per 
molce notti. Come dunque si era spenta quella lampada? Lo sciagurato giovine 
fu preso da straai timori; volle alzarsi per trarre nella stanza del cadavere, ma 
non bastogli a tanto il coraggio; e stava con un violento battito di cuore. 

Mentre così rimanea perplesso ed insonne, Daniele porse attento l'udito... Un 
lamento fioco, indistinto, un pianto soffocato partiva dalla camera verde!! 

Fu così terribile l'illusione, che Daniele, balzato di letto, corse precipitosa- 
mente a destare i servi, e narrò loro lo strano fenomeno che avea colpito le 
sue orecchie. 

Si entrò con lumi accesi nella camera verde; si ricercò della cagione del la- 
mento... Nulla si era mosso in quella stanza... Il Baronetto era sempre al suo posto 
ironico e beffardo simulacro di vita ! 

Così Daniele avea passato circa una ventina di notti. Egli non era più rico- 
noscibile : profonde occhiaie gli si erano scavate in sul volto ! 

La sanità d3l suo corpo era perduta : la sua ragione era vicina a perdersi. 

Eppure, egli attingeva forza, energia e coraggio pensando all'avvenire, pen- 
sando alla sospirata fine di quei nove mesi, che dovevano partorire la Felicità 

La felicità ! Ecco l' omììba. dell'uomo in sulla terra ; essa è sempre indietro 
o innanzi a lui ! 



138 FRANCESCO MASTRI ANI 



L\ felicità non è ohe in Dio. La virtù soltanto avvicina 1' uomo a Dio, e la 
morte sola fa sparire la distanza che li separa. 

Fra gli altri fantasmi che confondeano la ragione e abbattevano la salute di 
Daniele, o^ni giorno, nel primo entrare ch'ei faceva nella camera verde, pareagli 
che il Baronetto non si trovasse in quella medesima posizione in cui era la sera 
precedente. 

I camerieri si burlavano di queste allucinazioni di Daniele e s' ingegnavano 
di richiamarlo alla ragione; ma tutto indarno, perocché quelle allucinazioni erano 
figlie della rea coscienza. 

Ammirabil disegno ! Il cadavere del Baronetto ch'era stata la serpe morale la 
quale avea roso le notti di Edmondo, era parimente il verme che rodeva le notti 
di Daniele. 

P«r colpire le coscienze colpevoli, Dio si vale ben sovente delle loro stesse 
immaginazioni. 

In qualche notte, Daniele distraeva le sue veglie rimandando il pensiero ai 
tempi della sua fanaiullezza. Allora egli pensava con orgoglio all'alta sua nascita, 
pensava con tenerezza alla madre sua di cui l'immagine se gli pingea ben viva 
alla mente ; e cercava di adunare e collegare tutte le più lontane e sparse remi- 
niscenze per trarne qualche illazione o spiegazione. 

Talvolta egli passava con lacerante rammarico a' giorni tranquilli e felici della 
sua adolescenza passata sotto il tetto di Giacomo Fritzheim ; ricordava 1* amor 
tenerissimo della virtuosa Lucia ; rimembrava le notti di placidissimo riposo che 
il ristoiavano .. E un orrendo paragone il facea disperare! 

II ripoio della virtù sotto l'umil tetto del povero: l'insonnia del delitto sotto 
le dorate volte del ricco palagio ! 

Erano scorse alquante settimane dal dì delia morte del Baronetto. 

Una sera, dopo l'ora <lel tè, e dopo aver suonato il pezzo di musica e cantata 
un'aria, che per lo più era una melodia tristissima o una preghiera, Daniele era 
rimasto seduto al suo posto, vicino al piano-forte, abbattuto dagli sforzi di. corag- 
gio che tuttodì taceva, non meno che dàlie veglie, da' rimorsi e dalle sofferenze 
morali. 

Egli era solo : i testimoni si erano ritirati. 

Il globo d' alabastro schiarava la camera e 1' immobil fisonomia del Baronetto. 

Daniele, collo sguardo fisso sul cadavere di suo padre, era sepolto nella tri- 
stezza più desolante. 

Gli occhi del cadavere il facean fremere, ma pure un fascino terribile, una 
forza inesplicabile costringevalo a guardar sempre la faccia del padra. 

L' oscillai, te e vaporosa luce del globo d'alabastro disegnava stranamente gli 
angoli del volto del morto, e dava alla sua fisonomia qualche cosa di mobile e di 
vivo : quelle labbra pareano sogghignare, pareano socchiudersi per parlare. 

> Daniele era agghiacciato di spavento ; eppure non avea la forza di abbandonar 
quella camera. 

Di botto, la sedia a letto, su cui era adagiato il cadavere, si mosse, come se 
questo avesse fatto uno sforzo per levarsi. 

Orribile a dirsi !! Il braccio del cadavere si alzò ! 

Daniele mise un grido fortissimo e chiuse gli occhi. 

— ; L' UPAri ! l' UPAS !! CHE FACESTI DELL' UPA8 ? 

Daniele gittava gridi orribili !... 

I servi accorsero... e trovarono il giovine mortalmente svenuto. 



IL MIO CADAVERE 139 



VI. 
L * ami e o 

Un uomo avea mosso il braccio del cadavere e profferito quelle parole. Ejfli 
era Maurizio B trkley. 

Diamo la spiegazione di questa chi all'apparenzi può sembrare stranezza di 
Maurizio. 

Nove giorni dopo la morte del B ironetto, Maurizio leggeva nelle Notizie diverse 
di un gi or tì ale francese : 

" Ci viene scritto da B iden che nella città di Manheira è m >rto a'euni giorni 
fa il proprietario della bella tenuta di Schoene Anssich!. Egli è stato trovato estinto 
nel proprio letto, dopo aver passata la sera precedente a banchettare cogli amici* 
Egli ha lasciata una fortuna stragrande ad un giovane italiano, a pBtto che questi 
custodisca il cadavere di lui per nove mesi, nella stessa abitazione di Schoene Aus- 
sicht. La strambezza e l'originalità di un tal testamento formano il subbietto di 
tutte le conversazioni. „ 

Confessiamo di non trovare espressioni bastevoli a dipingere la sorpresa e 
il dolore del buon Maurizio a tal nuova inaspettata! 

Allorché egli attendeva con ansia una risposta all' ultima lettera scritta ai- 
Baronetto, gli giunge, per via indiretta, la notizia della costui misteriosa mo + e ! 

Non sappiamo dire quante volte Maurizio rilesse le parole del giornale 1. n- 
cese, quasi non credendo agli occhi propri. 

Maurizio amava U Baronetto, 1' amava con tanta appassionata venerazione, 
che avrebbe mille volte sacrificata la propria vita per lui. I trascorsi della vita 
di Edmondo, le costui follie, i psricoli incessanti a' quali si esponeva, erano ca- 
gione di gravi cordogli all'animo del nobile schiavo, il quale, con tutio quel poco 
d'influenza ebe avea sul cuore del Baronetto, ingegnava-si di rimenarlo ad un 
tenor di vita meno esposta a pericoli ed a rimorsi ; Edmondo ricambiò 1' affetto 
dello schiavo con altrettanto attaccamento, e, poscia che questi l'ebbe cansato da 
morte imminente, Edmondo ringraziò il cielo di avergli concesso un vero amico, 
e come tale sei tenne appresso a sé in prosieguo di tempo, affilandogli, siccome 
altrove dicemmo, gl'incarichi più difficili e delicati. 

Maurizio, prima di concepire l'ardente passione per E urna di Gjnzalvo, non 
sentiva altro amore che pel Baronetto. E anche la sua passione per Emma non 
attenuò per niente o indebolì il suo amore per Edmondo. Era questo amore ra- 
dicato n.eU' animo integro d*»H' Africano, così che se gli era reso un elemento di 
vita. Maurizio amava il Baronetto siccome amava l'aria e la luce, con quell'amore 
cioè che più non si avverte, sendosi fatto abituale e intrinseco all'esistenza, con 
quell' amore placido, uguale, costante, inalterabile. Il Baronetto era per lui più 
che un padrone, più che un amico, più che un padre; era un nume ! Maurizio 
era felice nell'amare Edmondo e dimostrarglielo con un attaccamento e con una 
fedeltà a .tutu, prova, siccome era felice nell'amare la figliuola del Duca di Gon- 
zalvo e nasconderglielo. 

Alla notizia, della morte del Baronetto, Maurizio non avea pianto, non avea 
messo gemiti e grida, siccome suol disfogarsi un acerbissimo dolore: il suo primo 
movimento J'u porre la mano sopra uno stiletto inglese che portava sempre ad- 



140 FRANCESCO MASTRI ANI 



dosso. Ma nel puntare il pugnale contro il proprio petto, due pensieri il ratten- 
n ro: la no'izia poteva esser non vera o almeno esagerata; se vera, un delitto 
era stato commesso e a lui spettava il vendicarlo. 

L'Africano possedeva uno sguardo morale, acuto e penetrante al pari del suo 
«guardo fisico. Ratto come il baleno, il suo pensiero corse a Daniele, e indovinò 
io questo l'autore della improvvisa e arcana morte del Baronetto. 

Maurizio sapea quali tristi passioni albergassero nel cuor del giovine pia- 
nista, e come l'avidità dell'oro spegnesse in lui ogni altro buon sentimento ; sapea 
ehe questi avea promesso di ritornar milionario dopo due anni per impalmare 
Emma di Gonzalvo; e fin dal momento che il B ironetto gli scrisse di aver con- 
fthiuso col pianista quella specie di funesto contratto di morte, Maurizio te né gli 
agguati di Daniele, tanto che si affrettò di scrivere a Eìmondo la lettera che 
questi ricevè poche ore prima di miseramente morire. Ricordiamo il seguente 
passo di questa lettera: 

u Questo importante segreto è ora nelle vostre mani, signor Baronetto: a voi 
* lo rivelo, e non a lui; fate quello che credete, non ispetta a me darvi con- 
* sigli. Soltanto non posso celarvi che fareste bene a discoprirvi al figliuol vostro 
,. e dare sfogo al vostro amor paterno : non posso dirvi il perchè opino così. „ 

Maurizio opinava così perchè suspicava quello che appunto era avvenuto ! 

Nello stesso giorno in cui Maurizio aveva letto la notizia della morte del 
B. ronetto nei pubblici fogli, giunsegli una lettera dell'amministratore Americano 
ehe gli dava i tristi ragguagli di questa morte non meno che delle disposizioni 
testane- otarie del defunto, della sua imbalsamazione, del cominciato adempimento 
delle condizioni di eredità; e soggiungeva in un postscriptum: 

" Il Custode della morte sembra essere stato v vamente coluto dalla i nprov- 
risa catastrofe del Conte : il suo cervello sembra averne patita. B 

Ciò bastava per confermare i sospetti di Maurizio. Il rimorso era che scon- 
eertava la ragione di Daniele. 

Maurizi» rimase lurga pezza immerso nel più profondo dolore, ma ora egli 
aveva un dovere a compiere: volare a Schoene Aussicht, obbedire all'ultima vo- 
lon'à del B ironetto, trovar le orme del delitto, e vendicarlo. 

Lungamente egli pensò al come il perfido giovine avea potuto dar morte ai 
Conte: pose a tortura il cervello per indovinare il modo che Daniele avea te- 
nuto per ischiudere impunemente una tomba : passò in rivista tutt' i veleni più 
segreti, e da ultimo il pensiero dell'Upas gli sfolgorò alla mente come luce im- 
provvisa. 

Maurizio conosceva che il Baronetto conservava le foglie dell'Upas, però 
ch'egli stesso era stato testimonio dell* morte de* due schiavi nell'isola di G ava, 
i quali avean perdu'a la vita nel togliere dall'abero omicida le fronde che do- 
vean servire ad arricchire il piccolo museo di curiosità del milionario. All'intuora 
di questo, Edmondo avea letto le sue Memorie al suo amico B^rkley, nelle quali 
tran notate le velenose qualità della p ; anta Bohon Upas. 

Daniele dunque si era servito dell'Upas per uccidere Edmondo. 

Maurizio era stupefatto di sorpresa, di dolore. la che modo Daniele aveva 
potuto impossessarsi del veleno? Ecco il mistero che restava a chiarire. 

Il più importante a fa 'si era di volare a Manheim. 

Nessun obbligo il tratteneva a Napoli: era finita la sua missione presso il 
Baca di Gonzalvo. 

Maurizio si affrettò a recarsi colà dove il chiamava un triste dovere. 



IL MIO CADAVERE 



141 



Egli dette in fretta un addio al D^ca, ad Emma, che si mostraron addolo- 
rati pel suo allontanamento da Napoli; promise di ritornar prejto: nulla rivelò 
della vera cagione della sua repentina partenza, e soltanto disse che doveva 



Suicidio. 




(n. 19) Juanita disperata, si getta nelle acque del Bisento. (pag. 150) 



trasferirsi in Inghilterra per mettersi in possesso di una eredità. 

Dopo dieci giorni Maurizio era a Schoene Aussicht. 

Egli arrivò al casino a sera inoltrata, aveva il suo proponimento : non si 
fece vedere che al solo auministratore Americano, cui pregò di tener nascosto 
il suo arrivo a tutti, e particolarmente al giovine de' Rimini. 

Con ogni possibile cautela Maurizio entrò nello studio del Baronetto, e si 
diede a ricercare lo scritto in cui questi aveva gittate le memorie della sua vita. 



59 - F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cent. 5 



Disp. 19 



142 FRANCESCO MASTRIANI 



La prima cosa che andò a trovare in quelle memorie si fu il viaggio di 
Edmondo nella Meganesia; il suo soggiorno nell'isola di Griava. 

La pagina che conteneva i ragguagli sull'albero Bohon-Vpas era disparsa! 

Non cadeva più dubbio! Maurizio pensò di fare in qualche modo confessare 
tacitamente il delitto allo stesso deliquente. 

e Se Daniele è innocente, pensava l'amico Edmondo, la parola Upas non 
debbe cagionargli alcuna commozione: al contrario, se egli è colpevole, siccome 
tutto il rivela, questa parola debbe di necessità produrre in lui sbigottimento e 
terrore. , 

Pensato a questo, Maurizio aspettò il momento in cui il giovine si fosse 
trovato al cospetto del cadavere deli* sua vittima. 

Terminato il pezzo di musica e l'aria cantata da Daniele, e allora che i 
servi testimoni si furono ritirati, Maurizio era destramente entrato nella camera 
verde, per mezzo dell'uscio della villetta. Favorito dalle ombre della sera e dalia preoc- 
cupazione del giovine, egli si era con ogni precauzione celato dietro la sedia a 
letto ove giaceva il cadavere. 

E' da notarsi che la spalliera di questa sedia era situata di contro all'uscio 
che metteva nella villetta, così ch'era difficile di scorgere il personaggio ch'era 
entrato, e che rimaneva a tal modo nascosto agli occhi del giovine. 

Alle grida di profondissimo terrore che Daniele aveva messo, Maurizio si 
accertò della realtà del delitto, e la sua bell'anima ne fu lacerata. 

Dicemmo che Daniele fu trovato dai servi mortalmente svenuto. Egli fu 
trasportato privo di sentimento sul suo letto, dove gli vennero usate le cure che 
il suo stato richiedeva. 

Maurizio rimase solo col cadavere del Baronetto. 

Non mai di affezione più profonda si vide cosparso il sembiante dell' Afri- 
cano. Egli rimase gran tempo a contemplare quel cadavere, che gli disbranava 
il cuore: si gittò poscia a' piedi di lui, e su quelle fredde mani fé' cadere un 
diluvio' di baci e di lagrime. 

Virtù rara e sublime! Maurizio poteva con una sola parola vendicare il Ba- 
ronetto, annientare il frutto del delitto di Daniele, consegnandolo all'autorità 
sotto il peso di sospetti ben fondati; e poteva egli solo, Maurizio, mettersi in 
possesso dell'intera eredità di Edmondo: dappoiché era detto nel testamento 
che qualora dal giovine de' Rimini si fosse mancato agli obblighi impostigli, 
ricadeva l'eredità tutta su Maurizio Barkley, ritenendosi per tanto tutte le altre 
disposizioni a favore delle persone non inata nel testamento. 

Aggiungi che Maurizio, distruggendo l'avvenire di Daniele, distruggeva in 
lui un potente rivale in amore. Ma il Cafro pensava che denunziando il giovine 
alla giustizia, egli denunziava il figlio del suo amico il Baronetto! Dall'altra parte 
non avendo pruove evidenti del misfatto, ma soltanto semplici induzioni e so- 
spetti, la giust'zia avrebbe tenuta così fatta denunzia come figlia della brama 
di mettersi in possesso della eredità del milionario, privandone, sotto il peso di 
un'accusa capitale, il giovine pianista. 

Maurizio fermò adunque di non palesare ad anima viva i sospetti, che per 
lui erano lampante certezza, e di abbandonare il parricida nelle mani di Dio. 

Maurizio si affrettò di eseguire la volontà del Baronetto e gli ordini, di 
cui questi lo aveva incaricato. 

In quella sera stessa egli andò dal notaio di Edmondo per aggiustare tutte 
le facende risguardantil o disposizioni testamentarie. Prima d' ogni altra cosa, Mauriz 



Il MIO CADAVERE H3 



voleva provvedere al più presto al sostentamento de' figli del suo amico, distri- 
buendo il capitale lasciato loro in retaggio. Tranne Daniele ed Eduardo, gli 
altri tre figli di Edmondo eran poveri, e fino a quel momento erano vissuti coi 
mensuali assegnamenti che il padre iacea lor capitare. 

Era d'uopo congedare gli agenti posti all'ordine di esso Maurizio, essendo 
ormai inutile l'opera di costoro. 

Barkley doveva a volo d'uccello recarsi a Parigi, a Grlascovia, a Pisa e a 
Cadice, volendo per l'ultima volta rivedere i figli del suo amico, rivelare ad essi 
il segreto che per tanti anni avea lor tenuto nascosto, e consegnare a ciascuno 
la parte del retaggio paterno eh*? gli spettava. Maurizio avrebbe offerto a cia- 
scuno di loro i suoi servigi, e gli avrebbe pregati di far capitale di lui in ogni 
rincontro e circostanza della loro vita, essendo egli stato il più f;del servo ed 
affettuoso amico del padre loro. 

Oltre a ciò, Maurizio doveva fare una corsa in Inghilterra per preider pos- 
sesso del feudo lasciatogli dal Baronetto a Yorkshire, e denominato, siccome ac- 
cennammo, The Baveri Spot. 

' Prima di allontanarsi per sempre da Schoene Aiissicht, Maurizio avrebbe vo- 
luto dilucidare un dubbio che il tormentava. Aveva il Baronetto ricevuto, pria di 
morire, la lettera nella quale se gli face a la rivelaz one di essere Daniele de' Ri- 
mini suo figlio ? A malgrado di tutte le sue domande e indagini, Maurizio non 
aveva potuto aileguare il suo dubbio e venire in chiaro di un fatto che avrebbe 
forse potuto allontanare da Edmondo il crudel destino che lo avea colpito. 

Pel dì vegnente, a prim'ora del giorno, Maurizio aveva stabilito di abban- 
donar per sempre Manheim e Schoene Aitssicht, luoghi che ad ogni passo gli ri- 
creavano il disgraziato suo amico. 

Ed in fatti, in sull'alba, egli trasse nella camera verde per lo stesso uscio 
della villetta, per la quale era entrato il giorno innanzi. Daniele abbattuto da 
febbre e da delirio nella notte, non aveva pensato, come al solito di chiudere le 
porte di quella camera e conservarsene le chiavi. 

Maurizio volle rivedere per l'ultima volta il auo amico, il Baronetto, e dargli 
un eterno addio. 

Entrato però nella camera verde, il Cafro baciò rispettosamente la mano del 
cadavere, e stette a guardarlo con muta espressione < i profondissimo dolore. 

Mentre così egli stavasi, l'uscio della stanza contigua si dischiuse, e Daniele 
si affacciò sulla soglia, pallido, emaciato, tremante per acuta febbre, e coverto ap 
pena da una veste da camera. 

Egli aveva sentito rumore nella stanza ove era il cadavere, ed alla febbrici- 
tante fantasia corse il pensiero che alcuno involasse il deposito che dovei frut- 
targli l'eredità; era però balzato dal letto, si era gittato addosso quella veste, e 
veniva ad impedire che gli fosse rubato il cadavere. 

Daniele rimase stupito veggendo Maurizio Barkley. 

— Voi qui, signore ! ebbe appena la forza di balbettare. 

— Son venuto a trovarvi, signor Daniele, perchè ho qualche cosa per voi ( 
disse freddamente Maurizio, mettendo la mano in tasca e consegnandoli una 
cambiale. 

" Eccovi la pa te di eredità che vi spetta, signor Daniele Fritzheim ; vostro 
padre m'incarica di darvi queste duemila e quattrocento piastre, quinta parte d Ile 
dodicimila che debbo distribuire tra voi e gli altri quattro fratelli vostri... Via sur 
non arrossite, signor Fritzheim, e aggiungete questa piccola somma ai due milioni 



144 FRANCESCO MASTRIAN1 



che toccheranno al Custode della morte, Daniele de'Rimini, al quale direte da parte 
mia che adempia esattamente agli obblighi impostigli, perchè Emma, sua cugina 
lo aspetta. „ 

Maurizio uscì di quella stanza presto come un baleno, senza dare il tempo al 
giovine di rispondere una sola parola. 

Daniele rimase appo la soglia.... Un'altra parola avea colpito le sue orecchie, 
un'a tra parola che contribuiva maggiormente a porre lo scompiglio e la morte in 
quella povera ragione. 

Emma era sua cugina ! 



PARTE VI. 



i. 

Juanita. 



Ci corre debito verso i nostri lettori di rischiararli rap : damente sovra alcuni 
punti tuttavia scuri della nostra narrazione, ed in ispeciaMtà su la miserevol fine 
della madre di Daniele, Juanita de Gonzalvo. 

Al Capitolo I della Parte terza, in toccando la vita del Baronetto, dicemmo 
come, durante la sua dimora nell'Andalusia, egli avesse stretto amicizia col Duca 
di Gonzalvo, capo politico di quella provincia, il quale, imprudentemente conce- 
dendo favore e protezione alle scorrerie e alle scappate dei cavalieri del Firma- 
mento, avea per qualche tempo nascosto e coperto agli occhi del governo di Madrid 
le follie di Edmondo e compagni. 

Dicemmo che il Duca di Gonzalvo aveva una sorella, giovinetta di straordi- 
nari* bellezza e d'indole franca, espansiva, appassionata. Era Juanita, il più bel 
fiore di Siviglia : non vi era giovine hidalgo nel paese, il quale non sospirasse per 
la bella germana del governatore. Novella Rosina, ella era l'oggetto dell'ammira- 
zione e dei voti di un gran numero di Linilori : battaglie di serenate, di fiori, di 
bigi etti simbolici, gare di sospiri e di dolci parole, guerre di dichiarazioni : tutto 
ciò divertiva la fanciulla, ma nessun cavaliere avea fatto ancora profonda impres- 
sione sull'anima di lei, infino a tanto che i suoi occhi s'imbatterono in quelli del 
giovine inglese, di trista rinomanza nel paese, del nuovo Don Juan, cavaliere del 
Firmamento, 

E' curiosa e deplorabile ad un tempo la propensione chs haano le donne 
in generale per gli uomini di reprensibili costumi, i quali hannosi acquistato un certo 
nome di avventurieri e girovaghi. In concorrenza, un giovane dabbene e costumato 
perde per lo più nello spirito delle donne, a paragone di un galante scioperato. 
Ciò vuol dire che, per lo più, le donne hanno la fantasia più impressionevole del 
cuore, e caggion però negli agguati che vengon tesi alla loro vanità. Ma il pen- 
timento tien dietro a tali inconsiderate simpatie. 

Juanita s' invaghì di Edmondo : tutti invidiarono la sorte del nuovo Almaviva, 
compassionando internamente quella della sconsigliata fanciulla. 



IL MIO CADAVERE 145 



Il giovine Conte di Sierra Bl nda traeva ogni giorno a casa di Gonzal- 
vo, dov' era ben accolto dall' amico e dall' amante ; ma egli simulava con 
l'uno e con l'altra. Edmondo mal soffriva l'altera probità del capo politico di Si- 
viglia ; ciò non pertanto se gli mostrava affettuoso, e ascoltava con infinta docilità 
le amichevoli suggestioni del nobil Duca, il quale, con ogni maniera dì dolci rim- 
proveri, ingegnavasi di fargli mutar vita. Edmondo fingeva arrendfrsi a quegli 
ammonimenti fraterni, per indurre il Duca a scusare la sua condotta appo il go- 
verno centrale, che fulminava da Madrid contro la conitiva dei cavalieri del 
Firmamento. 

Ben più agevol si era il persuader Juanita, buona, credula, confidente, ap- 
passionata fino al delirio. Edmondo le aveva detto ch'egli non poteva parlar di 
nozze al Duca, fratello di lei, perocché avea dato imprudentemente promessa di 
matrimonio a una giovinetta di Cadice. 

— Se per poco si buccina il nostro amor 3 , diceva il Baronetto alla sorella 
del Duca, io sono perduto. Già il governo mi minaccia ; già mi tien d' occhio, e 
senza la protezione di tuo fratello, a quest'ora io già sarei fuora de' confini di 
Spagna. Fa però d'uopo tener per ora celato a tutti il nostro amore, e sovram- 
modo al Duca tuo fratello, così sospettoso e che non ha di me il miglior concetto 
del mondo. Usiamo grande circospezione e prudenza. V^rrà il tempo, e non è 
lontano, che potrem disvelare agli occhi del mondo il nostro affetto : fidati a me 
che ti amo quanto la pupilla degli occhi miei. D'altra parte, se io mi aprissi a 
tuo fratello, noi non potremmo si facilmente vederci, cowe di presente, ad ogni 
ora del giorno : forse ei mi proib'rebbe la soglia di questa casa, infino a tanto 
ch'io non divenissi tuo sposo. E allora potremmo noi vivere, lontano l'uno dall'altra? 

A questa rete infernale venia colta la misera donzella, che amava con quel- 
l'abbandono e con quella confidenza onde amano le fanciulle sensitive. 

Frattanto la voce d'una perfidia senza pari commessa dal Baronetto a Cidice 
giunse all'orecchio del governo unitamente a'richiami d'una onesta famiglia oltrag- 
giata. Il governo era stanco di udire reclami e doglianze. Non ostinte l'alta pro- 
tezione di cui godevano i cavalieri del Firmamento, un decreto di bando emanò 
da Madrid. 

Il conte di Sierra Blonda e i suoi amici dovevano tra otto giorni valicar le 
frontiere della penisola spagnuola. 

Edmondo era furioso, non perchè costretto ad abbandonare il teatro delle sue 
follie, ma perchè non aveva potuto ancora far di Juanita un'altra sua vittima. 

Ma, quando si trattava di criminosi proponimenti, la sua fantasia tra fertile 
<li diabolici trovati. Edmondo rinvenne il modo col quale, anche lontano, poteva 
avvicinare a se la disgraziata giovinetta. 

Il Baronetto aveva un giorno presentato un suo amico al Duca di Gonzalvo: 
«ra quest'amico, o per meglio dire, questo complice di Edmondo, un giovane spa- 
gnuolo di costumi viziosi e d'indole maligna. Questi si era, per avidità di danaro, 
venduto in anima e corpo al Baronetto, e serviva alle costui follìe ccn zelo e fe- 
deltà degna di miglior causa. Il duca avea stretta con confidenza la mano di 
questo uomo, siccome quella del Baronetto, e stimava entrambi leali e bennati 
cavalieri. La sua casa era aperta ai due amici; una fiducia illimitata lor veniva 
accordata. 

Egli e il suo complice si congedarono dal Duca Gonzalvo, il quale, gli ab- 
bracciò col volto bagnato di lagrime, e manifestò loro il più profondo cordoglio 
per la condanna che li aveva colpiti. Più strazianti ancora si furono gli addio d 



146 FRANCESCO MASTRI ANI 



Edmondo e di Juanita, la quale non potè, alla presenza del fratello, disfogare 
tutto quel dolore che le cagionava la partenza del suo amato. Gli è vero che il 
giorno dinnanzi, Edmondo l'aveva in segreto rassicurata che le sarebbe rimasto 
fedele insino alla mor^e, confortandola a sperare nell'avvenire e negli eventi, e 
nella promessa che ei le dava di sposarla non sì presto ritornava a porre il piede 
in Ispagna. 

Edmondo e il suo amico dovevano attraversare qaasi tutta la Spagna per 
trasferirsi a Bajonna, sulle frontiere della Francia, per dove intendevano muovere 
e dove il Baronetto possedeva un piccol feudo. 

Giunti a Madrid, l'amico di Edmondo si presentò all'autorità, e pronunziò una 
di quelle parole che bastano a troncare una vita civile : era una orribil calunnia 
politica contro il Duca di Gonzalvo, governatore d'Andalusia. Una falsa scritta ben 
congegnata fu recata a luce e il Duca fu accusato d' intelligenza co' nem : ci del 
paese e di clandestina corrispondenza coll'uomo che avea già ripieno il mondo 
colla fama delle sue gesta militari. 

Il giorno appresso, un dispaccio telegrafico da Madrid ordinava la dimissione 
del Duca di Gonzalvo dalla sua carica, e il pronta suo sgombero dal territorio 
spagnuolo. 

Il Duca fu colpito senza conoscere che cosa avea cagionata la sua condanna: 
non valsero le sue proteste, le sue giustificazioni : l'ordine era preciso ed inap- 
pellabile. Il nobile spagnuolo fu ferito nell' anima ; versò lagrime amare ; perocché 
non tanto gli dava cruccio la perdita della sua carica e l'esilio al quale era con- 
dannato, quanto il pensare alla macchia che avrebbe bruttato il suo cognome, 
venuto per secoli in gran grido di attaccamento e fedeltà a' Monarchi delle Spagne. 

Non osiamo dipingere gli eccessi della sua collera, quando da Madrid gli 
venne comunicata la cagione del suo bando e l'infame calunnia che lo avea pro- 
dotto. Il Duca si abbandonò a tal furore che gitcava urli disperati ed impreca- 
zioni atroci contro l'ignoto nemico che lo avea vilmente calunniato. Oh se egli 
avesse saputo chi era il vero autore del tradimento ! 

Frattanto giunsegli una lettera di Edmondo, colla quale questi, dicendogli di 
aver conosciuta la disgrazia di lui, invitavalo a venire a Bajona, insieme a sua 
sore'la, e gli offriva la propria casa per soggiorno. 

Il Duca fu commosso da questo ch'ei credeva sincero attestato di amicizia, e 
non ebbe difficoltà di accettare l'offerta di ospitalità che gli faceva il Conte di 
Sierra Blonda, suo amico. L'ex-capo politico di Andalusia dovea partire imman- 
tinente : le sue istanze di recarsi a Madrid furono rigettate. Il Duca era allora 
promesso sposo della giovanetta Isabella di Monreal, che abitava coi suoi genitori 
nel cast Ilo di Santiago, poco discosto dal capoluogo della provincia. E^li scrisse 
alla sua fidanzata la disgrazia che lo avea colpito, di cui giurò di essere al tutto 
innocente. Ignaro del proprio destino, egli volle mandare alla sua pr. messa sposa 
un pegno del suo amore e della sua fedeltà, e le regalò il proprio ritratto c^e un 
pittore italiano gli fece in tutta fretta : era quello appunto che avea fatto impres- 
sione a Daniele. 

Il Duca ai separò con dolore da' pochi aorci ch'3 gli erano rimasti divoti 
dopo la sua disgrazia, e s'imbarcò a Cadice sopra un piccolo legno commerciale,, 
colla sorella Juanita che avea voluto partecipare alla sua sort*, e con un fedel 
domestico che non volle dividersi dai suoi padroni. 

Tutta la provincia di Andalusia rimpianse la perdita del buon govern itor^, 
e stimò, com' era, calunnia 1' accusa che avea provocato 1' esilio. 



IL MIO CADAVERE 147 



Nell'entrare sotto il tetto del suo alante, Juanita si credè felice, e stimò 
arrivato il momento io cui i suoi voti sarebbero stati esauditi. Nessun ostacolo 
più si frapponeva alle sospirate nozze ! Edmondo nulla più aveva a temere da quella 
famiglia di Cadice, nel seno della quale egli avea portata la sventura. Più saldi 
vincoli di amicizia e di fratellanza stringeva ormai tra lui ed il Duca 1' ospitalità 
generosa offerta ed accettata con piena fiducia ed amore. 

Fin dal primo giorno che Juanita si trovò sotto il tetto di Edmondo, il pregò 
con tutta la torza che sapea ispirarle l'amore, di svelare alla fine al Duca il loro af- 
fetto e chiederla in isposa. Edmondo promise di appagare al più presto il desi- 
derio di lei, cn'era puranehe, com'ei diceva, il suo più ardente voto. 

Intanto, un mese passò, passaron due, passaron tre mesi : Edmondo nulla avea 
detto al Duca di Gonzalvo, trovando sempre nuovi pretesti al suo silenzio... 

Juanita sperava, e amava! Edmondo aspettava!! 

E l'ora che il perfido aspettava non tardò a giungere !... E l'ora della colpa 
fu al tempo stesso il g$rme dell'ora del castigo. 

L' ospitalità tradita con un DELITTO a Bajonna additava l'ospitalità tradita 
con un delitto a Manheim ! 

Jcanita sedotta, diveniva la madre di Daniele parricida !!... 

Tiriamo un velo densissimo sulle funeste conseguenze di una colpa, sulla quale 
Juan ta pianse a lagrime di sangue. Inauditi sacrifici di ogni giorno, di ogni ora, 
di ogni minuto ; palpiti orribili di paura, di vergogna ; sussulti di speranza, an- 
goscio di cuor tradito nella sua piena annegazione ; preghiere fervidissime riget- 
tate dal più duro cinismo ; amarissime lagrime divorate nel segreto delle notti ; 
apprensioni terribili : ecco la storia di questa misera esistenza di donna. 

Juanita s'infermò, la sua malattia fu avventurosa, perocché essa, celando la 
colpa, allontanava la vendetta del Duca che sarebbe piombata terribile su lei e 
sul perfido amico. 

Dopo un anno della dimora del Duca di Gronzalvo e di Juanita nell' ostello 
del Baronetto a Baionna, un bambino apparì in quella casa. 

Daniele fu detto esser figlio di una cameriera eh' era stata presa a' servigi 
di Juanita. 

Per molto tempo durò la simulazione. 

Edmondo avea gittato l'ipocrita maschera. Ogni, speranza era morta nel cuor 
di Juanita ! La disperazione avrebbe indotto la misera donzella a porre un termine 
ai propri giorni, se un poderoso sentimento non l' avesse obbligata a vivere, 
l'amor materno. 

Ma un giorno, orribil giorno! tutto fu discoperto agli occhi del nobile Duca 
di Gonzalvo. 

Uno slancio di amor materno aveva tradito la sciagurata Juanita! 

Il Duca si abbandonò a tutti gli eccessi di un furore che non conosceva 
alcun limite. 

La mano del fratello aveva colpito l'infelice vittima del più vii tradimento. 
Ella fu salva per miracolo dall'ira del nobile che aveva una benda dinnanzi agii 
occhi. 

Edmondo si era codardemente involato alla vendetta dello spagnuolo. 

La madre eziandio fuggi col fanciullo, scampato per prodigio al furore del 
Duca. 

Per ben tre anni Juanita errò in Francia e in Italia: comprando la sua vita 



148 FRANCESCO MASTRIANI 

e quella del figlio colle fatiche delle proprie braccia. Sovente lo scherno e l'in- 
giuria accoglievano le sue istanze per ottener lavoro. 

Intanto per le vicende de' tempi e per la fortuna delle armi francesi in Ispa- 
gna, la condanna del Duca di Gronzalvo era annullata. Juanita, tenendo per certo 
il ritorno del Duca suo fratello in Siviglia, concepì la speranza di un perdono 
per un fallo, di cui ella stessa era stata la più misera vittima, e che già aveva 
espiato con parecchi anni di abbandono, di miseria e di crudeli fatiche. Juaaita 
deliberò di far ritorno in Ispagna. 

Ella si trovava allora nelle nostre Calabrie. 

Per mandare ad atto il suo proponimento, ella scrisse una lettera commo- 
ventissima ad un vecchio amico della sua famiglia, implorandone i buoni unici 
appo il fratello, e pregandolo di mandarle del denaro per intraprendere il lungo 
viaggio. In questa lettera essa gli raccontava la serie dolorosa delle sue scia- 
gure, i giorni di miseria e di vagabondaggio ch'era stata costretta a menare per 
sostenere il pargoletto figliuolo, e faceva tal quadro tristissimo della propria si- 
tuazione da dover muovere anche un macigno. 

Dopo non pochi mesi giunie una risposta a questa lettera. Il vecchio amico 
della nobil famiglia di Gonzalvo le scriveva: essere il Duca tuttavia fuori della 
sua patria, non avendo voluto profittare della grazia concedutagli per rimaner 
fedele e devoto al suo legittimo Sovrano. Soggiungeva la lettera che il duca si 
era ammogliato da parecchi anni con Isabella di Monreal, la quale aveva voluto 
seguir la sorte di suo marito, e che aveva fatto porre nelle condizioni del ma- 
trimonio di non dover giammai il Duca suo marito accogliere novellamente in 
casa la sciagurata Juanita, disonore della propria famiglia. L'amico esortava nella 
lettera la disgraziata giovine a dismetter l'idea di andar giammai a raggiungere 
il fratello, dal quale non avrebbe ricevuto accoglimento veruno; sconsigliavala 
parimenti a ritornare in Ispagna, dove il suo nome era esecrato e dove non a- 
vrebbe incontrato che ingiuria e abbandono da tutti gli antichi amici della sua 
casa. Tutta la lettera era dettata con una durezza di cuore che si spingeva sino 
al sarcasmo e alla derisione. 

Il cuore di Juanita fu trapassato da una acuta freccia; essa si tenne abban- 
donata da Dio e dagli uomini. Allora che ricordava i giorni della sua innocenza, 
gli agi, gli onori, i piaceri, l'amore della sua famiglia, ed ora si vedeva caduta 
all'imo della sventura e della prostrazione, l'iafelice faceva risuonar l'aere del 
suo meschino abituro con grida e pianti altissimi, ehe facevano gridare e pian- 
gere il fanciulletto Daniele, senza che avesse compreso la ragione di quelle la- 
grime e di quei gemiti. La madre stringeva al seno 1' innocente figliuolo, il di- 
vorava di baci, ed alle infantili dimando di lui non sapeva rispondere che con 
lacrime e carezze. 

Era l'anno 1809, e per le nostre contrade tempi di politiche sciagure. Le 
Calabrie, messe qualche anno addietro in istato di guerra, erano tuttavia il teatro 
di deplorabili fatti. 

Junita lucrava il sostentamento suo e del figlioletto, dandosi a' lavori più 
umili. Ella abitava una casupola posta a pie d'una montagnola. 

Ne' primi giorni di quell'anno 1809, la misera fu colta dal vaiuolo. Chi può 
narrare le angosce di quel cuore di madre che vedea mancare il pane al figlio 
e non potea procacciargliene, affranta com'era dal male, abbandonata da tutti 
e pel timore del contagio ond'eran presi i vicini abitanti, e pei tempi che si 
erano rotti piovosissimi e tetri. 



IL MIO CADAVERE 



149 



Un giorno, la deleritta non potendo più resistere al pianto del fanciullo che 
chiedeva del pane, il mandò con un suo biglietto a una donna che diourava 
poco distante, e ch'era di compassionevoi cuore; pregandola di aver pietà dell'in- 

Il milionario. 




(n. 20) Il cacciatore si fece dappresso ai cristalli ctello spo'rtello per prendere 
i comandi (pag. 151 



nocente fanciullo e dargli qualche moneta, ch'ella le avrebbe immancabilmente 
restituita non appena rimessa in salute. Quel faaciullino era così bello, cosi gen- 
tile, così nobile di volto! 

Il piccolo messaggero parti non senza aver ricevuto dalla sventurata madre 
un milione di baci e di raccomandazioni. 

Si trattava di attraversare una strada non più lunga di un quarto di miglio. 

La madre aspettava con grande e perplessa ansietà ... Daniele più non tornò! 



60 - F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cbnt. 5 



Disp. 20 



150 FRANCESCO MASTRIANI 



Il fanciullo era stato rapito da alcuni facinorosi e condotto in altra provincia 
delle Calabrie. 

Lasciamo immaginare a' nostri lettori la disperazione dell'infelice madre e 
tutto ciò che fece per trovare le orme dello smarrito figliuolo. Tatto fu inutile! 

Giunse una mattina alle orecchie della sventurata che un tanciullo era 
stato trovato estinto in un vicino bo3CO. Colma era la tazza della sventura I 
Juanita perde la ragionel 

La mattina del 25 gennaio di quell'anno 1809, il cadavere d'una donna fu 
visto galleggiare sulle acque del fiume Basente La notte precedente, Juanita vi 
si era gittata. 

Inesplicabili decreti di Do! In quella medesima notte, Giacom ) Fritzheim, 
reduce da un piccol viaggio fatto nell'interno del reame per commissione, ed a- 
vendo smarrito il cammino, s'imbatteva, in una selva della Sila, nel fanciullino, e 
seco il menava a Napoli, dopo aver fatto le debite dichiarazioni alle autorità 
del paese. 

Il figlio era trovato, ma troppo tardi ! 

Daniele, di peso e d'incomodo a' suoi rapitori, era stato da essi abbandonato 
nelle boscaglie «della Sila. 

Molti anni dopo la morte di Juanita, tutta la sua tristissima storia fu nota al 
Baronetto E imondo, origine di tante miserie e sciagure.. E quando, credendo di 
fare ammenda delle sue colpe, volle pensare al sostentamento de' propri figli, 
Maurizio Barkley, incaricato di questo pietoso uffizio, non ebbe bisogno che di 
prendere da' registri municipali i connotati lasciativi dalla deposizione di Giacomo 
Fritzheim, per porsi sulle tracce del figliuolo ci Edmondo. 

Il Duca di Gonzalvo seppe la crudel tragedia della sorella, ed ebbe un gran 
pentimento della inflessibile durezza del proprio carattere. Egli era frattanto tor- 
nato nel 1815 a Siviglia, investito novellamente del suo pristino poteri e dell' alta 
carica che dinanzi vi occupava. 

Gli avvenimenti politici del 1820 il toglievan d'ufficio, dacché egli era accu- 
sato di troppo attaccamento all' antica forma del governo della Spagna. 

Il Duca di Gonzalvo, già padre della bella Emma, nel cui amore egli era 
felice, traeva con la sua famiglia a soggiornare in Napoli. 

Questi rapidi cenni bastano a rannodare con lucidezza gli avvenimenti che 
abbiam preso a narrare, ed al cui sviluppo ormai ci accostiamo. 



IL 

11 ritorno. 

Qualche tempo è scorso dagli avvenimenti che abbiamo narrati nella quinta 
parta di questo racconto. 

Erano le dieci del mattino d' una giornata d' inverno. 

Nel palazzo di S.... a Toledo tutto annunziava che la notte durava ancora : 
chiusi i terrazzini e le finestre della camera da letto , i servi oziosi nelle sale ; 
il silenzio nell'interno de' vasti appartamenti. 

Una elegantissima carrozza chiusa, al cni timone erano attacciti quattro su- 
perbi cavalli inglesi, s : fermò dinanzi al portone del Palazzo S... 

La cassetta di questa carrozza era difesa dalle ingiurie del verno da un rie. 



IL MIO CADAVERE 151 



chissim ) copertone sul quita sedevano il cocchiere e uà valletto, entrambi vestiti 
a nero con grandissima decenza. A! seggiolo del servitore stava sdraiato un gi- 
gante cacciatore dalla birba foltissima e colle solite armi proprie della sua carica. 
Arrivata la carrozza al portone, costui smontò dal suo seggiolo e si fece 
dappresso ai cristalli dello sportello per prendere i comandi del padron*. 

Intanto il portinaio del Palazzo S... veduta quella carrozza di gran signore 
fermarsi alla bocca del portone, stimò suo dovere inoltrarsi fin presso si mon- 
tatoio del cocchio per sapere chi era il proprietario di que' magnifici quattro 
cavalli inglesi, e che si volesse. 

La tendina che copriva nell'interno lo sportello fu scostata alquanto, e una 
faccia pallidissima si mostrò dietro di essa. 

Poco stante, i cristalli furono abbassati, e una voce partì dalla carrozza per 
trasmetter un ordine. 

Il cacciatore chiese al guardaportone se il Duca di Gonzalvo era in casa. 
Di tro 1' affermativa, il pre lellino fu abbassato, e un uomo venne fuora della 
carrozza ed entrò nel portone. 
Quell'uomo era Daniele. 

Era impossibile di riconoscerlo. Un pailor plumbeo copriva le sue guance, 
il cui lividore maggiormente risaltava sulla barba nera che di presente gli chiu- 
deva la faccia in ogni verso. La sclerotica degli occhi, da bianca, era divenuti 
affatto gialla, e due cerchi neri, come due ferri di cavallo, solcavangli l' altezza 
delle gote. Qualche cosa di stralunato e di infermiccio era nel suo sguardo in- 
certo e sospettoso. 

Piuttosto che un giovine di venticinque anni, 1' aria della su* persona ne 
dava a credere treutacinque o quaranta. I suoi lunghi capelli erano già bigi : il 
delitto avea gittato la prematura canizie su quel giovine capo : le sue spalle 
erano bastantemente ricurve. 

Daniele avea puntualmente adempito ai patti della eredità del Baronetto; ì 
nove mesi di crudeli sofferenze fisiche e morali erano spirati. Non diremo nove 
mesi, ma nove anni eran passati pel figlio di Edmondo contati colla febbrile 
impazienza di tutte le più veementi passioni, onde piò essere capace il cuore umano. 
Quei nove mesi erano stati una lunga e tormentosa tensione di tutte le fa- 
coltà dell'animo di quel giovine; la sua vita e la sua ragione erano state attac- 
cate ad un sol filo : la passione dell'oro. 

Primf! di conseguire 1' eredità, il pensiero di Emma era secondario in lui ; 
ma, dopo, la passione per l'Andalusa si alzò a prima potenza nel cuor suo. 

Noi non tenteremo di rimuginare nella melma di quel cuore e rimestarvi 
le passioni odiose che il fanno pulsare e vivere. Sfuggito all' umana giustizia 
Daniele è sotto l'invisibil processo d' un' altra giustizia alla quale nessun reo può 
sottrarsi. Noi però non oseremo gittare un'occhiata nel fondo di quel cuore, caos 
tenebroso e terribile, su cui è sospeso il fulmine di Dio. 

Questa volta Daniele non fu introdotto nel modesto stanzino da studio del 
Duca di Gonzalvo, bensì nel gru salotto di ricevimento. 

Nel riporre il piede in quella casa, 1' antico maestro di Emma fu preso da 
una forte vertigine e dovè appoggiarsi contro un muro per non cadere. 

Entrando nel salotto, ei disse al cameriere di annunziare »1 Duca di Gron- 
zalvo un signore che dee parlargli per negozi d'importanza,. Egli volea sorprendere 
il Duca alla sprovvista. 

Siccome accennammo, la famiglia di Gonzalvo era tuttavia a letto, però con- 



152 FRANCESCO MASTRI ANI 



veniva a Daniele di aspettare: ei si sedè sovra uà canapè, e si abbandonò alle 
profoide meditazioni che gl'ispirava la sua situazione. 

Tutto quanto gli era accaduto sembra vagli un sogno strano e orrendo! Non- 
pertanto egli tornava ricco, ricchissimo! La sete ardenti della sua giovinezza 
era appagata! Due volte milionario!! Quest'idea non era più per lui l'oasi lon- 
tana, in ccessibile a' suoi pas3Ì, meta favolosa delle sue febbrili aspirazioni; sib- 
bene era una realtà, un fatto! il più ricco tra i giovani di Napoli! Tra pochi 
momenti avrebbe riveduta Emma di Gonzalvo, la superba spagnuola, che aveva 
affettato disprezzo per lui meschino maestro di musica! Tra pochi momenti 
avrebbe riveduto quel Duca orgoglioso e altero che tanto lo aveva umiliato in 
quell'ultimo abboccamento ch'egli si ebbe con lui! 

Daniele mormorava tra i denti con sogghigno: 

— Ah! signor Duca di Gonzalvo, voi dicevate che una stolta speranza mi 
aveva illuso ; perdonavate alla mia fanciullezza V audacia delle mie parole, chiamaste 
insulto la mia proposta di matrimonio! Ab... Signor Duca, gli è vero che allora 
*o non aveva due milioni da offrirvi; ma io allora era giovine, avea genio, spe- 
ranze, era innocente! ! Oggi, io vengo a portarvi il milione cho voi mi chiedete per 
mezzo della mano di Emma! Un milione rappresenta dieci generazioni di nobiltà ; 
un milione è una potenza, una grandezza, uno stato. Furon queste le vostre parole, 
signor Duca! Ed eccovi soddisfatto! Io ritorno milionario, siccome vi promisi. 

La faccia di Daniele si allividì maggiormente, ed egli soggiunse cupamente 
e con infernale sarcasmo: 

— Ma voi, signor Duca, dimenticaste di aggiungere queste altre parole ch'io 
soggiungo alle vostre: un milione rappresenta ancora, dieci generazioni di co- 
scienze impure, un MILIONE È UN MARCHIO D'IGNOMINIA PER LA FRONTE DI UN UOMO ! 

Poco di poi Daniele ripigliava sempre tra sé: 

Direte da parte mia a Daniele de Rimini che adempia esattamente agli obblighi 
impostigli, perchè Emma, sua cugina, lo aspetta! Che intese dire quell'uomo? Em- 
ma sua cugina! Eppure, sempre che penso allo strano rapporto delle mie remi- 
niscenze infantili, sempre che penso all'impressone che fece in me quel ritratto 
del Duca, che io vidi in questa casa in quell'ultimo giorno che io qui venni, 
non so perchè trovo spiegabile il mistero di questa parentela! Emma mia cugina! 
E il Duca che mi colmava di umiliazioni e d'ingiurie è dunque mio zio! mio 
zio! mio padre gli era dunque fratello, o mia madre sorella! Quando ricordo la 
spiacevole impressione che il nome di Gonzalvo produceva sull'animo di mio 
padre, non posso che sempre più convincermi delle relazioni che han dovuto 
passare tra loro!... Ma questo mistero tra poco sarà schiarato!... Tra poco il superbo 
spagnuolo dovrà ad ogni modo umiliarsi al mio cospetto! Ora io mi sento grande 

quanto le più grandi sommità sociali! mi sento forte, ardito, superiore a tutti 

Ora si che si può vivere! 

Ciò dicendo, un urto di toase cupa e profonda si fece udire dalla cavità dei 
suo petto, e due fiamelle di rosso carico apparvero sulle sue gote. 

In questo, il Duca di Gonzalvo entrò nel gran salotto di ricevimento. 

Daniele si alzò, chinò la testa, e nulla disse, aspettando che il Duca l'avesse 
riconosciuto. 

— Chi è il signore, e che cosa brama ? chiese il nobile tenendosi «H'im- 
piedi. 

— Non ho il bene, signor Duca, di essere da lei riconosciuto? disse il Da- 
niele, fissando gli occhi sul volto di iui. 



IL MIO CADAVERE 153 



Il Duca il ragguardò con grande attenzione, cercando di richiamare le sue 
rimembranze, ma non potè risovvenirsi di quel personaggio che gli stava dinnanzi; 
Daniele era del tutto cangiato; la sua birba, il suo pallore cinereo, l'aria del 
suo volto, le spalle alquanto ricurve ne avean fatto un altro uomo, per modo che 
non pure al Duca, ma a chiunque altro più intrinseco col giovine, sarebbe stato 
impossibile il riconoscerlo. 

— Non ricordo di lei, disse freddamente il Duca di Gjnzalvo. 

— Allora aiuterò le rimembranze di lei, signor Duca, pronunziando il mio 
nome che forse non le sarà uscito di memoria. Io sono Daniele de' Rimini. 

— Daniele de' Ri mini! ripetè il nobile, e stette per qualche tempo in cerca 
de' propri pensieri. 

— Non ricorda il mio nome, signor Duca? ricorderà, io spero, il maestro 
di pianoforte di sua figlia Emma. 

Il Duca ebbe un soprassalto di sorpresa. 

— Ah! voi, signore! Voi Daniele de' Rimini, quel giovine eh' ebbe la 
follia d'innamorarsi di mia figlia! 

— Per lo appunto, signor Duca, io sono quel desso! 

— Ah! bravo! mi fa proprio piacere di riverdervi, piacciavi di accomodarvi. E 
da quanto tempo siete di ritorno in Napoli? 

— Da pochi giorni, signor Duca, rispo3e Daniele sedendo sovra una pol- 
trona. 

Il Duca si era seduto, sembrava lietissimo di rivedere il giovine pianista. 

— Vi ringrazio davvero di esservi ricordato di noi, mio caro de' Rimini; 
eh, come si sta? Vi confesso che vi trovo molto cambiato, tanto che mi è stato 
malagevole di riconoscervi. Avete forse sofferto qualche malattia? 

— Sì, signor Due?, molto ho sofferto, ho avuto malattie mortali; eppure il 
vivo desiderio di mantenere la mia promessa verso di voi me le ha fatte supe- 
rare. Oh! io temeva tanto di morire prima di questo giorno! 

— Voi avete una promessa verso di me? dimandò il Duca maravigliato. 

— Sì, signor Duca, siccome voi pure l'avete verso di me. Io non ho dimen- 
ticato la mia, ma veggo pur troppe che voi avete obbliata la vostra 

Il nobile incominciava a comprendere; egli era estremamente sorpreso, ma 
non era sicuro della sanità della mente del giovine, per maniera che il riguar- 
dava con sospetto misto a dolore. 

— Mi avveggo che non mi avete ancora compreso, signor Duca: cercherò 
di farmi comprendere meglio. Oggi, signor Daca, siamo a mercoledì 17 dicem- 
bre 1828. 

— Or bene, chiese il nobile sempre più maravigliato. 

— Or bene, compiacetevi di gittare un'occhiata su questa carta. 

Daniele trasse da un elegante portafogli un fogliettino di carta e il consegnò 
al Duca, il quale con indicibile sorpresa lesse: 

Oggi io Duca di Gonzalvo prometto sul mio onore a Daniele de' Rimini di 
non prendere verun impegno di matrimonio per mia figlia Emma prima che spirino 
due anni dalla data di questi giorno. Napoli 17 Dicembre 1826 — Duca di Gon- 
zalvo. 

Il volto del Duca diventò pallidissimo come cera. 

— Che vuol dir questo? dimandò egli con turbamento. 

— Vuol dire, signor Duca, che io vengo a reclamare da lei l'ade mpimente 
delle sue promesse. 



154 FRANCESCO MASTRI A NI 



— Delle mie promessa? 

— Sì, signor Duca, il prezzo che voi metteste alla mano di vostra figlia 
era enorme; io non poteva offrirvelo: presi due anni di tempo, e non ho man- 
cato alla mia parola, lo sono milionabio, signor Duca. 

— V oi, voi, milionario ! 

— Per lo appunto, e vengo a chiedervi Ja mano di vostra figlia. 
I( Duca non dubitò più che Daniele fosse demente. 

— E dove l'avete il vostro milione ? dimandò con sarcasmo il padre di Emma. 

— Su quasi tutte le banche di Europa, rispose il giovine. Se vi compiacerete 
di passare al mio studio, strada Toledo, Palazzo M.... vi si darà minuta contezza 
de' miei beni. 

— Al vostro studio ! 

— Eccovi il mio indirizzo, signor Duca. 

Daniele cavò dal portafogli una cartellina e la consegnò nelle mani del no- 
bile, il quale vi gittò distratto un'occhiata. Quella cartellina conteneva le seguenti 
parole : 

Il Conte di Sierra Bionda — Strada Toledo, Palazzo M. 

Il Duca mise un grido i ltissimo ; afferrò Daniele per ambo le braccia, il 
guardò con occhi di matto. 

— Il Conte di Sierra Blonda ! Il Conte di Sierra Blonda !! Dov' è costui ? 
Dov' è l'infame ? Che rapporto avete voi col Conte di Sierra Blonda ? Chi siete 
voi ? Come questo abborrito nome si trova su questa cartella ? Chi siete ? parlate ? 

— Sono il suo erede. 

— Erede !!... Egli è dunque morto ! 

— Morto !! ripetè Daniele. 

Il Duca ricadde estenuato e affranto in sulla s°dia. 

— E dove, dov' è morto l' infame ? 

— A Manheim, in Germania. 

— In Europa ! così vicino !! mormorò il Duca... E voi, signore, chi siete voi 
che avete ereditate le ricchezze e i titoli di quel ribaldo ? 

— Io sono... sco TIGLIO. 

— Suo figlio !... E la madre vostra... chi era ella ? 

— L' ignoro, signor Duca, conosco soltanto che mia madre era spagnuola* 

— Spagnuola !... Ma il vostro cognome non è de' Rimini? 

— Lo era, signor Duca, due anni fa; io sono Daniele Brighton, Conte di 
Sierra Blonda. > 

Il Duca sembrava un forsennato. Questa scoperta inaspettata gli avea pesta 
la febbre nei polsi... Daniele forse era suo nipote, figlio della sventurata Juanita, 
figlio dell' abborrito Edmondo. 

Il nobile si era coperto la fronte con ambo le mani, e si era sepolto nei suo 1 
pensieri, cercando di strigare il caos che si era formato ne. la sua mente. 

Daniele frattanto, dopo alcuni momenti di silenzio, ripigliava : 

— Quali che sieno state le relazioni passate tra voi e mio padre, signor Duca» 
non potranno mai influire sul reciproco adempimento delle nostre promesse. Oggi 
io sono milionario e nobile, e, ripete, vengo a dimandarvi la mano di vostra 
figlia. 

Il Duca alzò il capo, e guardò Daniele in maniera come se non l' avesse 
compreso. 

Daniele ripetè : 



IL MIO CADAVERE 155 



— Non avete nessuna risposta a darmi, signor Daca? 

— Voi mi chiedete la mano di mia figlia ? 

— Per lo appunto. 

— Voi dunque ignorate che mia figlia è maritata? 
D.iniele si levò di botto, come per lo scatto di una molla. 

— Maritata !! Emma maritata ! 

Il Duca fu spaventato dalla feroce eipressione degli occhi del giovine. 

— Ella è maritata, vi ripeto. 

Daniele mise un sordo gemito, indi fu assalito da una tosse violenta e terri- 
bile, che durò alcuni minuti, a capo de' quali disse al Daca con voce appena 
sensibile : 

— Uomo senza onore, vii creatura!... Maritata!... E chi è l'indegno ch'ella 
ha sposato ? 

— Ecco lo sposo di mia figlia, disse il Duca additando un uomo ch'era ap- 
parso sulla soglia del salotto. 

— Miurizio Bvrk^ey! esclamò Daniele, e uni fiamma di furore gl'incendio 
la faccia. 



III. 

Lo schiavo. 

Innanzi tratto, spieghiamo in che modo era avvenuto il matrimonio tra Mau- 
rizio ed Emma. 

Già motivammo le ragioni che a poco a poco persuasero la figlia del Dica 
a disamar Daniele. Un giorno eh' ella era in compagnia di Lucia, costei le palesò 
la storia del giovin trovatello ; le disse come Daniele era stato educato insieme 
con lei ; le narrò fil pel filo la storia dei loro innocenti e fanciulleschi amori, 
oid' ella concepì in appresso tanta passione; non le nascosa il giuramento che 
Daniele avea profferito al letto di morte del suo secondo padre e benefattore ; e 
soltanto non disse motto riguardo al sussidio mensuale ch'egli ricevea da miste- 
riosa mano / avendole proibito Maurizio di palesar questo alla Duchessina. 

Maurizio era divenuto 1' amico più intimo della giovinetta Lucia : quelle due 
anime nobili e gentili si erano ravvicinate nella simpatia della virtù. Lucia trovò 
un fratello in Miurizio. Molte volte la fanciulla il pregò di rivelarle il nascimento 
di Daniele ; ma egli, anche dopo la morte del Baronetto serbò il segreto bu questo 
particolare, aspettando che eli avvenimenti avessero rischiarato un fatto ; sul quale 
non volea gittare alcuna luce, però eh' ei temeva giustamente di perdere l'amicizia 
del Daca di Q-onzalvo e di E urna, s*. avesse fatto conoscere le relazioni che eran 
passate tra lui ed il Baronetto Brighton. 

Ritornato in Napoli, dopo il viaggio rapidissimo che avea fatto in diversi 
paesi di Europa per eseguire l'ultima volontà di Edmondo, Maurizio mantenne il 
più assoluto silenzio su gli avvenimenti ch'erano accaduti a Manheim. Riveduto 
con estremo piacere dal Duca di Gonzalvo e da Emma, la sua passione per la 
giovine Andalusa si accrebbe a tale, che «gli fu impossibile di nasconderla più a 
lungo agli occhi della nobile giovinetta : Emma il comprese, ed il suo cuore in- 
dovinò ch'ella era da gran tempo amata. Il cuore di Emma era libero. Maurizio 
era il modello della virtù sulla terra : non passava giorno in cui quel generoso 



156 FRANCESCO MASTRIANI 



amico non le desse novello argomento di stima e di ammirazione, tanto che agi 
occhi di lei nessun uomo avrebbe mai potuto arrivare all' altezza cui si era messo 
1' Esquire Barkley. Egli non era ne ricco, uè nobile, ma la sua anima era una 
miniera inesauribile di ricchezze e di nobiltà. Tutti gli uomini sembravano ad 
Emma o troppo effeminati, o infinti, o pieni di basse e volgari passioni, o 
troppo leggieri, o troppo invasi d' amor proprio e tronfi di sé stessi. Ella 
finì col disprezzare tutti gli adoratori che le facean cerchio, e non tenne in pregio 
che il solo Maurizio. 

Dal momento che la figliuola del Duca si accorse di esser amata dall'inglese 
ella non si abbandonò più verso di lui a quelle espressioni di amicizia a cui dianzi 
abbandonavasi, Maurizio 3Ì avvide di essersi tradito, di essere stato compreso, e 
da questo istante i suoi giorni non furono che una continua trepidazione. Nel co- 
spetto di lei, egli allibiva, arrossiva, confondeasi, tremava ! 

Un giorno Lucia Fritzheim era in casa di Emma. Queste due tenerissime 
amiche si vedeano ben sovente, e la loro affettuosa intrinsechezza avea in qualche 
modo fatto sparire la distanza che la fortuna avea messa tra loro. Nel mentre che 
le due fanciulle stavano col cuor suMe labbra raccontandosi tutte quelle piccole 
avventure di famiglia che formano l'ordinario subbietto delle conversazioni don- 
nesche, Maurizio si presentò... Il suo volto era scolorato, i suoi occhi erano ba- 
gnati di pianto. 

— Io parto, dis3' egli seccamente alle due fanciulle. 

— Partite fl esclamarono queste con maraviglia e dolore. 

— Sì, signorine, parto per 1' Inghilterra. 

— Un'altra volta? disse E urna, a cui tutto il sangue era sparito dalle sem- 
bianze ed era ito a piombarle sul cuore, cagionandole un palpito che le serrava 
il respiro. 

— E quando ritornerete ? dimandò Lucia. 

— Non tornerò più, mormorò cup >mente 1' Africano, figgendo con disperata 
angoscia i due strali dei suoi occhi su quelli della fanciulla, che egli amava ormai 
con amore da scoppiarne. 

Emma comprese tutto quel baleno, e, per una di quelle risoluzioni istantanee 
che sono il retaggio esclusivo dei cuori nobili e sensitivi, ella si alzò e disse : 

— Avete dunque obbliato eh' io vi amo, signor Barkley ! 

A queste inaspettata parole, Maurizio restò in sulle prime stupefatto dalla 
gioia... Ma subitamente un triste pensiero se gli affacciò all'animo. Egli suppose 
che Emma avesse pronunziata quella frase per secondare, alla presenza di Lucia, 
la menzogna eh' egli avìa detto a questa giovinetta per isbandir da lei ogni sen- 
timento di gelosia. 

Maurizio rimanea però confuso e mutolo. Emma il prese per la mano, il guardò 
negli occhi con una espressione da farlo impazzar d'amore, e gli disse con quella 
voce ch'ella sola possedea, voce ammaliatrice: 

— Voi non partirete, non è vero, Maurizio ? Voi non partirete, se mi amate. 
Maurizio non rispose che cadendo alle ginocchia della giovinetta, ed escla- 
mando con un accento di passione estrema : 

— O Emma, se tu fingi, uccidim', e così almeno io rimarrò eternamente nella 
terra ove tu sei. 

Due mesi dopo di questa scena, Maurizio Barkley era lo sposo di Emma di 
Gonzalvo. 

Il Duca e la Duchessa erano stati vinti e soggiogati dall' ascendente che il 



IL MIO CADAVERE 



157 



Barkley avea preso sul loro animo, e non avean saputo resistere alla volontà della 
diletta figliuola. 

Un tal matrimonio sorprese tutti ; le più assurde voci corsero nel paese e 

Nell'atrio del palazzo M. 




(n. 21) Le porte ed i dintorni di quel palazzo erano affollati da ogni maniera di 
domestici, (pag. 163) 



ne' crocchi della nobiltà sulle ragioni che avevano indotto l'altero spagnuolo a dar 
sua figlia ad uno sconosciuto straniero ; e tutti ammira vansi del come la superba 
figlia del Duca, così severa in sull'articolo di nobiltà, avesse condisceso ad una 
unione che non offriva, da parte dello sposo, almeno una mezza dozzina di bla- 
soni e di titoli. 

E noi stessi saremmo maravigliati d' un tal matrimonio e non sapremmo spie- 
garcelo, se non guardassimo ad altre considerazioni di gran lunga più alte, e non 
0j— -jjT^ DiSP. 21 



158 FRANCESCO MASTRIANI 



ne trovassimo la ragione in quelle arcane fila che ordisce la Provvidenza affinchè 
la virtù non vada priva di ricompensa. 

Maurizio Babkley sposo di Emma di Gohzalvo ci sembra l'umana soluzione 
d'un problema provvidenziale. 

Maurizio era dunque apparso in sul limitare dell'uscio del salotto di ricevi- 
mento. Se la rabbia, il dolore e la sorpresa di Daniele furon grandi, non minore 
fu lo stupore del Barkley nel ravvisare il figliuolo di Edmondo. 

Daniele rimase per qualche istante muto e fulminato da queir impensato av- 
venim nto. Egli guardava con occhi di tigre affamata lo sposo di Emma, ed un 
affanno il prese... Il respiro gli usciva a sbruffi concitati dalla bocca e dalle narici. 
Poco stante, ei si lanciava su Maurizio, il ghermiva per ambo le braccia, e, con 
voce strozzata da violentissima rabbia, diceagli : 

— Maurizio Barkley, io so chi tu sei. Indarno ti ascondi sotto le vesti di 
un' affettata probità e covri l'infame tuo volto colla maschera dell'educazione : 
io ti conosco. 

Appresso di questo, Daniele, tenendo sempre stretti nei suoi pugni di acciaio 
due avambracci di Barkley, si voltava inverso il Duca, e gli dicea : 

— Signor Duca, il cielo vi punisce del vostro orgoglio e della mancanza 
alle vostre solenni promesse. Voi avete data vostra figlia in -.sposa al mio schiavo 

QUICKETE 1 

— Che ! Che cosa dite mai ! esclamò con voce di folgore il nobile spagauolo. 

— Dico, ripigliò Daniele, che questi è un Cafro mio schiavo, comprato da 
mio padre in America tra un carico di schiavi provenienti da Bahor. Il nome 
di Maurizio Barkley gli fu dato dallo stesso mio padre. 

— È vero quanto costui dice ? dimandò il Duca esterefatto .• 1 genero. 

— E vero, rispose Maurizio con pacatezza. 

Il Duca fé' velo delle mani alla faccia e restò atterrato : non mai umiliazione 
maggiore quel superbo avea sofferto. 

D'improvviso i suoi occhi s' incendiano di fuoco, tutta la sua persona trema 
per compressione d' ira che sta per igcoppiar terribile. 

— Sciagurato, ei grida, mi pagherai colla vita l'agguato al quale vilmente 
mi hai colto. 

Co dicendo, si spingea matto di rabbia contro Maur'zio, ma Daniele il rat- 
tenne, dicendo : 

— Frenate la voitra collera, signor Duca, un tal matrimonio è nullo ; io lo 
distruggo. 

— Che 1 sarebbe possibile ! esclamò di Gonzalvo. 

— Gli schiavi non possono contrarre matrimonio senza il permesso de' loro 
padroni. Oltre a ciò essi non possono tórre in moglie una donna libera. 

--- Cielo, ti ringrazio ; mia figlia è stiva almeno ! tornò ad esclamar di Gon- 
zalvo ; indi, rivolto a Maurizio gli disse con voce soffocata dalla rabbia : 

— Vilissimo schiavo, la tua perfidia senza pari sarà punita : tu darai severo 
conto alle leggi della tua condotta verso di me. . Esci, esci dalla mia presenza, e 
preparati al e istigo dovuto alla tua infane dissimulazione. 

— Costui mi appartiene, disse Daniele, egli è mio schiavo, mi seguirà : a me 
spetta il punirlo; andiamo. Ci rivedremo tra poco, signor Duca: ma fin da questo 
momento Emma è libera ! 

— Figliai Figlia mia! sposa di uno schiavo I ! O vergogna incancellabile! 
o macch'a esecrata che avvelenerà il resto de' miei giorni! Signore, ripongo il 



IL MIO ' CADAVERE 159 



mio decoro nelle vostre mani, disse poscia a Daniele, fate che al più presto un 
tal matrimonio sia dichiarato nullo, e disponete di me, della mia vita, delle mie 
sostanza della figlia mia. 

— Io so quello che debbo fare, rispose Daniele con ghigno feroce, e si ap- 
pressava a menar seco Maurizio, quando costui, dato un forte e terribile crollo 
di braccia, fece barcollare e stramazzar Daniele ; afferrò, colle due mani che gli 
erano rimaste libere, il polso di Daniele e quello del Duca, e con ferma voce 
e pacata disse: • 

— Fermatevi, e ascoltatemi entrambi! Tocca ora a me di parlare. Figlio di 
Juanita di Gonzalvo, io non sono tuo schiavo, né sono più lo schiavo di alcuno. 
Prima di contrarre matrimonio, chiesi ed ottenni la libertà da Edmondo Brighton, 
tuo padre: ne conservo l'autentico attestato che all'uopo farò valere. Fratello di 
Juanita di Gonzalvo, non vergognarti di aver dato tua figlia in legittima sposa 
ad un uomo libero e da bene. Se il cielo mi fé' nascere schiavo, nessuna viltà 
contaminò mai la mia vita, nessuna colpa bruttò la mia coscienza 5 la mia fronte 
è pura e serena, i miei sonni son placidi. Nato nella più brutale condizione, 
seppi, colla sola virtù, infrangere i ceppi del servaggio ed innalzarmi su tutte 
quelle misere creature, miei compagni di sventura, ed umana mercanzia. Oggi io 
non sono che l'Esquire Maurizio Barkley, proprietario di Raven-Spot in Inghilterra, 
e mi credo tanto superiore a voi altri quanto la farfalla su i vermi schifosi della 
terra. Se io non sono nobile per nascita, non porto un nome disonorato : i miei 
figli andranno superbi del padre loro, e non dovranno arrossire per 1' origine di 
certi titoli più ignominiosi del marchio di schiavitù di cui mi fate una colpa. Se 
io non sono ricco quanto voi, non ho guardato a vista un cadavere per nove 
mesi, né mi sono sporcate le mani con ignobili e vergognose transazioni. Se io 
non vi ho portato un milione, signor Duca, vi reco invece la più sicura guaren- 
tigia della felicità di vostra figlia, la mia vita incontaminata e la purezza dei 
miei sentimenti. Se la vostra stolta superbia bì offende e si addolora all'idea di 
aver data vo3tra fig'ia per isposa ad un uomo ch'è stato uno schiavo, il vo- 
stro amor paterno dee rallegrarsi al pensiero di non avere oggimai nulla a temere 
per la felicità di lei. Ricordatevi, signor Duca, che l'uomo a cui avete dato gli 
epiteti di vilissimo e d'infame è quello stesso che salvò la figlia vostra da sicura 
morte. E tu, Daniele, sappi che senza il coraggio e l'affetto dello schiavo Qui- 
ckeya, tu non saresti ora milionario, perocché tuo padre sarebbe morto prima 
nell'isola di Cuba. E sappiate l'uno e l'altro che, se giammai un pericolo minac- 
cerà i vostri giorni, immancabilmente mi troverete al vostro fianco. Oggi io sono 
libero, indipendente, forte e felice; se mi accettate per amico, lo sarò franco, 
sincero, devoto; se mi volete nemico, io vi disprezzo entrambi com'esseri deboli 
e infermi, incapaci di lottar meco. Pensateci signor Duca ; e tu, Daniele, pensa 
che io potrei schiacciarti con una sola parola: ascoltala e fremi. 

Maurizio si accostò all'orecchio di Daniele e profferì questo solo motto: Upas. 

Daniele gittò un grido selvaggio ; una tosse orribile il colse egli lacerò il petto. 

Maurizio era sparito. 

Dopo alcuni momenti, il nuovo Conte di Sierra Blonda era trasportato nel 
suo palazzo a Toledo in uno stato che agghiacciava il cuore dei suoi ser»i. 

Condotto privo di sensi al suo domicilio, dopo la crisi violenta e terribile 
che lo aveva assalito in casa del Duca di Gonzalvo, e messo a letto incontanente, 
Daniele restò come persona morta per tutto il resto di quella giornata, e per 
metà della notte. 



160 FRANCESCO MASTRIANI 



In sull'una, l'etico dischiuse gli occhi. 

Due uomini vegliavano al capezzale del suo letto: Padre Ambrogio e Maurizio. 



IV. 

Qui amat diviti as, fructum non caplet ex eis. 

Per maggior dilucidazione di questi avvenimenti, ricordiamo che il mattino 
dell'orrenda notte in cui fu commesso l'assassinio del Baronetto, allora che Da- 
niele entrò nel costui studio, trovò che questi era occupato a suggellare una 
lettera per Maurizio Bark'ey. Ricordiamo le parole del Baronetto, il quale avea 
detto al suo ospite: Questa mattina io sono veramente felice, imperciocché con quella 
lettera che ho spedita nel vostro paese, a Napoli, mi sono sdebitato di un antico dovere 
di gratitudine. 

Quella lettera era la libertà di Maurizio, che questi avea dimandata, avendo 
già qualche lontana speranza di sposare la figliuola di Gonzilvo. 

Ricordiamo eziandio che nella lettera che Maurizio aveva scritta al Baronetto 
per rivelargli l'entità di Daniele, e che quegli avea ricevuta qualche ora innanzi 
di morire, erano queste parole: Vi rinnovo la preghiera che vi diedi coli' ultima mia 
lettera: vi dirò le ragioni della mia richiesta. 

Si comprende ormai qual'era la preghiera di Maurizio Barkley e quali le 
ragioni di essa. 

I medici chiamati ad assistere Daniele, dichiararono offrire il suo male po- 
chissima speranza di salvezza. 

Padre Ambrogio e Maurizio non si erano neppure per un momento, allon- 
tanati dal letto dell'infermo; il quale sembrava compreso di stupefazione: poco o 
nulla intendeva. A quando a quando figgeva lo sguardo in sul volto del sacer- 
dote e di Maurizio, e nulla dicea; pur nondimeno parea tocco di riconoscenza 
per le cure di cui gli eran prodighi quei due uomini. 

Un giorno era scorso dal momento che Daniele fu tratto semivivo al suo do- 
micilio, quando stretta la mano di Padre Ambrogio gli disse: 

— Padre imploro da voi una grazia. 

Eran queste le prime parole che Daniele avea pronunziate dopo la crisi vio- 
lenta da cui fu assalito. 

— Lodiamo Iddio! esclamò il sacerdote, egli ne riconosce ! Parla, figliuol mio; 
noi qui siamo a servirti a tutto quello che può contribuire alla tua guarigione. 

— La mia guarigione ! 

Daniele sorrise amaramente. Egli era rassegnato. 

— Padre, ripigliò con voce debolissima, io più non mi lusingo sul mio stato; 
sento che la vita mi sfugge; la giustizia di Dio mi ha raggiunto !... Possa la mia 
morte espiare il mio delitto! 

— Il tuo delitto! 

— Sì, padre, tutto vi rivelerò tra poco, se Dio assisterà la mia ragione e mi 
farà la grazia di farmi confessare i falli della mia vita. Ma, prima di tutto, in- 
tendo di mantenere il giuramento da me fatto al letto di morte del mio bene- 
fattore. 

— Che! esclamò Padre Ambrogio colle lagrime agli occhi; sarebbe possibile! 
Dio di bontà compi l'opera tua. 



IL MIO CADAVERE 



161 



— Sì, Padre; la grazia, che io imploro da voi si è quella di far si ch'io sposi 
fra ventiquattr'ore Lucia Fritzheim. 

— Il cielo ti benedica, figliuol mio, e ti ridoni la salute del corpo, come 
quella dell'anima. Io corro ad annunziare alla povera Lucia questa suprema fe- 
licità.... Oh se sapessi quante volte ella ha mandato a prender conto della tua 
salute ! 




MAURIZIO BARKLEY 

— Andate, padre mio, andate: fate che io rivegga al più presto quell'angiolo! 
Oh se non mi fossi giammai allontanato dal suo fianco! 

Una lagrima cadde dagli occhi di Daniele. P adre Ambrogio se lo strinse al 
cuore, e volò da Lucia per menarla da colui ch'ella amava sempre, a malgrado 
dell'abbandono e del tradimento fattole. 

Daniele restò solo con Maurizio. 



162 FRANCESCO MASTRI ANI 



E' inesplicabile l'impressione che facea sull'infermo l'aspetto del marito di 
Emma di Gonzalvo. 

Dil nrimo istante che Daniele lo avea veduto alla sponda del suo letto, aveva 
provato un sentimento di ripulsione e di odio, ma a poco a poco un tal senti- 
mento era scomparso, ed ora Daniele il guardava come si guarda un amico. 
Soltanto nella mente del giovine risuonava ancora l'orrenda parola che colui gli 
avea sussurata all'orecchio in casa del Duca Grunzalvo ; quella parola che av«»a 
cagionata la crisi mortale pel figlio di Edmondo formava per lui un mistero p ro- 
fondo e tenebroso. 

Daniele fece un sforzo violento, raccolse l'energia della mancante sua vita, 
guardò fisamente in volto a Maurizio, e gli disse: 

— Maurizio Barkley, la dissimulazione è ormai inutile; e quando la giu- 
stizia di Dio colpisce un uomo, questi non ha più a temere della giustizia degli uo- 
mini. I) mi accosti alla mia fine... Dite, Maurizio Barkley, il mio delitto vi è noto? 

— Sì, rispose Barkley, abbassando gli occhi. 

— Voi dunque sapete... 

— Che il mio infelice amico Edmondo Brighton fu da voi avvelenato colle 
foglie dell'uPAS. 

D .miele si nascose il viso nelle mani, e stette qualche tempo in silenzio. 

— E voi non rivelaste ad alcuno i vostri sospetti? chiese Daniele. 

— A nessuno! 

Daniele gli stese la mano e mormorò tra i denti: 

— U ino raro! virtù incomprensibile! mi perdonerai tutti gli oltraggi che 
ti ho fatti? 

Maurizio strinse la mano scottante e vi appoggiò la fronte, senza dir niente. 

Il palazzo M era assediato in ogni ora del giorno dagli antichi amici di 

Daniele e da uno stormo di gente che le ricchezze del nuovo milionario richia- 
mavano d'intorno a lui. Ma a pochi si dava l'accesso nella camera 'ove giaceva l'in- 
fermo, avendo così ordinato il medico. 

Un'ora dopo ch'era uscito dalla stanza di Daniele, P*dre Ambrogio vi ritor- 
nava ansante e trafelato. 

Entrando ivi, egli si accostò al giovine ammalato e sotto voce gli disse. 

— Lucia è qui! 

Daniele ebbe uà soprassalto di gioia, spalancò gli occhi, mandò un grido fioco, 
e le lagrime sgorgarongli dagli occhi con impeto irrefrenabile. 
Lucia era già alla sponda del suo letto. 



V. ED ULTIMO 

Le nozze. 

Lucia, presa tra le sue mani la destra di Daniele, l'inondò colle sue lagrime 
Le violenti commozioni che soffriva le avean fatto un tal nodo alla gola, ch'ella 
non potè pronunziare una sola parola; pur nondimeno il suo pianto narrava ab- 
bastanza la piena di affetti che mettea sossopra la sua anima. Ella rivedea, dopo 
due anni, l'uomo ch'era stato la prima e l'unica passione della sua giovinezza; 
il rivedea ridotto alle porte della tomba, a tanto che poche altre ore parea che 
gli avanzassero di vita. 



IL MIO CADAVERE 163 



Alla vista di Daniele, sulle cui sembianze erasi già sparso il giallognolo 
pallor di morte, Lucia provò tale stringimento di cuore e tale ambascia che la 
sua faccia era divenuta bianchisjima. Tutti i falli dell'amato giovine ella avea 
dimenticato; ed avrebbe dato con suprema gioia il resto della propria Vita per 
rimirar Daniele in quel medesimo stato di salute in cui era quando partì. 

Quel che provava il cuore del figliuolo di Edmondo non tenteremo di esporre. 

Soltanto diremo che la presenza di quella fanciulla aveagli cagionato tale 
tempesta di emozioni, di rammarichi e di rimorsi, che il suo sguardo era rimasto 
per qualche tempo fhso al cielo, come se ne avesse implorata tutta la misericordia- 
Daniele e Lucia furono 1? sciati soli. 

La conversazione eh' ebbe luogo tra loro, le parole strazianti di affetti che 
furono ricambiate fra que' due sono per noi un mistero che non cercheremo dì 
scoprire, imperciocché rispettiamo la voce del pentimento eh' esala dal cuor di 
un moribondo. 

Un quarto d' ora dopo, Lucia entrava cogli occhi smarriti e deliranti nella 
stanza contigua dov' erano raccolti gli amici dt Daniele, e annunziava loro che 
l'ammalato era stato sovrappreso da un deliquio che facea spavento. 

Tutti gli aiuti furono apprestati all'infelice giovine che fu trovato moribondo. 

I medici dichiararono che qualche ora appena restava di vita all'infermo. 

Un tale annunzio fu per tutti uà colpo di fulmine. 

Si mandò a chiamare un noterò per ricevere dalla bocca del moribondo le 
ultime volontà testamentarie. 

Si dette ordine per le subitanee nozze di Lucia con Daniele, il q tale voleva 
adempiere a questo atto non solamente per mantenere il giuramento solenne prof- 
ferito al cospetto di Dio, innanzi al quale tra poco sarebbe venuto, ma bensì 
per lasciare alla legittima mjglie tutt'i suoi beni e ricchezze, quasi ammenda dei 
mali che le avea fatti. 

E*ii aveva eziandio manifestato il desiderio di rivedere i fratelli e la sorella 
di Lucia. Fu spedita una carrozzi di esso Daniele per andare a prendere la fa- 
miglia di Fritzheiin. 

Tutto il palazzo M... fu messo in movimento grandissimo. L'arrivo del mi- 
lionario, le sue avventure e la sua prossima fine formavano il subbietto di tutte 
\le conversazioni della capitale; in tutti era eccitata la curiosità, sicché le porte 
e i dintorni di quel palazzo erano affollati da ogni maniera di domestici mandati 
dai rispettivi padroni a prendere notizie del milionario. 

Molte persone che nessuno conosceva si erano introdotte nel quartiere del 
conte di Sierra Bionda, e ne ingombravano le sale e le stanze interne: qual- 
cuno si era avanzato finanche nella camera da letto. 

Nessun comando veniva più eseguito, dappoiché il solo padrone della casa 
era Daniele, e questi non era più nel caso di significare la sua volontà. 

Tutto quello che accadeva intorno a lui non colpiva più i suoi sensi, e sol- 
tanto riverberava nel suo cervello a guisa del mormorio delle lontane onde del 
mare. Gli' interessi e le cose della terra più noi toccavano : tutto ormai gli era 
straniero: il mondo si allontanava con grande velocità da lu>, come que' pae- 
saggi indorati dalla luce del sale che si allontanano dagli occhi dell'esule men- 
tre abbandona la nativa sua terra. 

Allorché Lucia, pallidissima e sfinita da crudeli commozioni, era venuta 
nella stanza contigua a quella dov'era l'infermo, a fin di chieder soccorso, tutti 
coloro che si trovavano in quella camera, erano affluiti dappresso a Daniele. 



164 FRANCESCO MASTRIANI 



Ma Daniele non dava altro segno di vita che il girare lentissimo delle smorte 
pupille. 

Egli avea perduta per sempre la parola: la voce era spenta. 
L'ultima frase che avea detta a Lucia era stata : 

— Non abbandonarmi anche tu, Lucia... il mondo mi abbandona! Addio...* 
per sempre.... io moro! 

E da quel momento la voce fu morta ! ! 

Giunse il notare; giunsero gli ufficiali dello stato civile per le formalità del 
matrimonio. 

Daniele, mercè l'assistenza efficace di quel santo uomo di Padre Ambrogio, 
già si era preparato, col divino ausilio della religione, all'eterno viaggio. 

Irreparabile sventura ! Il milionario non avea fatto alcun testamento, ed ora 
ei non poteva in nessun modo manifestare la sua volontà. 

L'ora terribile era suonata ! 

Veggendo che non ci era tempo da perdere, sì pensò di strappare almeno 
un cenno dal moribondo col quale avesse manifestato di sposare Lucia. Ciò sa- 
rebbe bastato perchè la sventurata giovinetta fosse considerata qual vedova del 
milionario: era ad ogni modo una maniera di testamento. 

La stanza dell'infermo era gremita di gente. Non vi era cuore che non pal- 
pitasse per la misera donzella, la cui commovente fisonomia, il cui pallore e le 
eui virtù le aveano attirato l'amore di tutti. Si desiderava con ansia che il ma- 
trimonio avesse luogo. 

Gli ufficiali dello stato civile si erano seduti. Uno di loro, accostatosi al letto 
del moribondo, dimandò ad alta voce : 

— Signor Daniele de' Rimini-Brighton, conte di Sierra Blonda, volete voi 
sposare in legittimo matrimonio Lucia Fritzheim, figliuola del fu Giacomo? 

Dalle labbra di Daniele partì un suono indistinto; le sue pupille si voltarono 
al cielo e vi rimasero immobili. 

Non era già una parola o una voce quella che era uscita da 'le labbra del 
moriente; era bensì un singulto breve... profondo... 

Sì ripetè l'interrogazione... La più assoluta immobilità aveva colpito il gia- 
cente. Furono brevi monenti di silenzio agghiacciante. 

Padre Ambrogio si avvicinò a Daniele, gli toccò il polso, gli pose la mano 
in sul petto. 

— Morto ! esclamò il prete con accento di pietà straziante. 

— Morto!! ripeterono tutti compres' d'orrore. 

Un silenzio di stupefazione successe tra i gruppi presenti a questo desolante 
spettacolo. 

Lucia aveva messo un grido come se un pugnale le avesse tocco il fondo del cuore. 

Intanto il notaio e gl'impiegati municipali alzati, disponevansi a partire, quando 
un giovine forestiero ch'era in uno dei crocchi di curiosi, si avanzò verso di loro 
e disse in francese : 

— Fermatevi, signori, la vostra presenza in questo luogo non sarà stata inutile. 
Questo giovine forestiero, quantunque avesse parlato in francese, lasciava 

scorgere dal suo accento ch'egli non era nato in Francia : si co mprendeva subi- 
tamente ch'ei si serviva di questa lingua non conoscendo l'idioma del paese. Bello 
e gentile era iì suo aspetto, biondi i capelli e la sottil lanugine della barba; vivo 
lo sguardo che dardeggiava da due occhi cerulei; nobile il portamento e soave, 
siccome sogliono averlo i giovani di alta educazione e di cuore ben formato. 



IL MIO CADAVERE 



165 



Da due giorni qussto viaggiatore ai era presentato al palazzo M... ed aveva 
significato il desiderio di vedere il giovine Cante di Sierra Blonda. La nobiltà e 
l'avvenenza del suo volto parlavano in suo favore, sicché non si trovò la menoma 

Il secondo cadavere. 




(n. 22) Una donna piangeva a dirotte lagrime inginocchiata presso il corpo 
di Daniele, (pag. 167) 

difficoltà a farlo entrare in quella casa, tanto più che assiem con lui penetravano 
quivi altri sconosciuti, ai quali non si badò, essendo tutt'i famigliari e domestici 
di Daniele in gravi e solenne faccende per la dolorosa catastrofe ond'era stato 
colpito il loro padrone. 

Entrato nell'appartamento di Daniele, lo sconosciuto s'imbattè in Maurizio 
Barkley: la sorpresa e il piacere di entrambi furono grandissimi; eglino si ab- 
bracciarono e si baciarono con effusione di cuore. 



62 - F. MASTRIANI - IL MIO CADAVERE - Cbnt. 5 



Disp. 22 



166 FRANCESCO MASTRI ANI 



Poscia lo straniera pregò Maurizio di non rivelar per ora a nessuno il suo 
nome. Baikley gliel promise, ed il menò nella stanza dove giaceva Daniele. 

Venuto di presso al letto dell'ammalato, lo straniero per lunga pezza il rag- 
guardò con un s ntimento di pietà profonda, e fece appresso una quantità d'in- 
terrogazioni a Maurizio, col quale sembrava essere in stretta amicizia. 

Egli era stato presente a tutto; avea con premura aspettato l'arrivo di Lucia 
Fritzheiin; avea fatto taciti e ferventi voti nel suo cuore per la felicità della 
virtuosa fanciulla; avea palpitato d'ansia nel solenne momento in cui la figlia del 
gabelliere sarebbe diventata contessa di Sierra Blonda, imperocché l'animo di lui 
era stato tocco dal commovente racconto fattogli dal Maurizio delle sublimi virtù 
d' lei e della nobil rassegnazione ond'ella avea sopportato l'abbandono e l'obblìo 
del suo fidanzato. Un altro momento e Lucia avrebbe ricevuto il guiderdone do- 
vuto alle sue virtù. 

Nell'animo del giovin forestiere nacque tosto una risoluzione ardita ma felice, 
certo ispiratagli dalla Provvidenza. Dietro l'impulso istantaneo di questa risolu- 
zione, egli si era inoltrato inverso l'uscio della camera, avea fermato gli ufficiali 
dello stato civile, ed avea pronunziato le parole che abbiamo riferite. 

Lo straniero si avvicinò quindi a Lucia, e prendendole la mano con sem- 
biante affettuoso: — Gentil giovinetta, le disse, il tuo infelice stato, l'elevatezza 
del tuo animo, il tuo dolore han fatto in me un'impressione ch'io non so dirti. Il 
mio primo pensiero, giungendo in questa città, è stato di conoscerti, dappoiché 
fin nelle lontane regioti donde io sono partito mi furon fatti da Maurizio Bark- 
ley gli elogi della tua virtù impareggiabile; la tua storia mi è nota, come quella 
del disgraziato giovine che tu hai amato. Grià da molti hann* tu hai appreso a 
soffrire e a rassegnarti. Iddio ti ha chiamata a quest'ultima prova : alza dunque 
la nobil fronte, rasciuga le lagrime. Ormai non ti resta jhe a pregare l'eterna 
pace all'anima del tao Daniele. Ma il cielo non ha permesso un precipitato ma- 
trimonio, sul quale forse sarebbero corsi i più scellerati commenti del mondo, e 
che avrebbe gittata un'ombra sulla tua incontaminata virtù: ti avrebbero, se non 
di altro, accusata di cupidigia e d'ambizione. 

La provvidenza disnoda meglio degli uomini i dbammi della vita. Essa 
non permise che tu portassi un nome non puro di macchie; non permise che le 
faci del tuo imeneo fossero i ceri della morte.... Lucia Fritzheiro, al sublime tuo 
cuore conviensi un cuor puro e vergine di affetti; alla tua mano ardente di gio- 
vinezza conviensi una mano parimente giovine e forte, e non già quella di un 
cadavere. Io ti offro il mio cuore, la mia mano, il mio nome che è pur quello 
di Daniele. Io sono Eduardo Horms Brighton di Griasco'via, figlio di Edmondo 
BrightoD, e fratello di Daniele. Chiamo in testimonio della verità dei miei detti 
Dio primamente, e poscia il mio amico e nobil uomo Maurizio Barkley. 

Un lungo mormorio di sorpresa e di ammirazione passò tra i diversi gruppi 
degli astanti. 

Lucia qual trasognata guardava il giovin forestiere e Maurizio sul cui volto 
lampeggiava un raggio di gioia. Oppressa da tante rapidissime emozioni, ella 
svenne tra le braccia della sorella Marietta e dei fratelli ch'erano accorsi ad 
abbracciarla. 

La sera di questo giorno, l'appartamento di Daniele era vestito di magnifici 
lugubri parati, e le sue spoglie esanimi riposavano, su splendidissimo feretro» 
Cento torchi lunghissimi e tetri projettavano la loro sinistra luce su i neri len- 
zuoli di morte che coprivan gli usci e le pareti di quasi tutte le stanze. 



IL MIO CADAVERE 167 



Per qualche ora nella camera dove era il morto si erano udite le preci ed 
il pianto dei fratelli di Lucia. Padre Ambrogio facea lor ripetere sacri i salmi. 

Uccello guardava il cadavere di Daniele con occhio stupido e selvaggio; ei 
sorrideva e non dicea motto. Cessata la preghiera, egli si accostò a Padre Am- 
brogio, e ridendo gli disse : 

— Padre Ambrogio, ora il contino non può p.ù battermi, n'è vero? 

Il sacerdote gli comandò silenzio, e seco trasse l'idiota fuori di quella stanza, 
non senza fare la più triste considerazione sulle parole profferite da Uccello, che 
portavano in se il marchio della Divina Giustizia. 

I nostri lettori ricorderanno che fin dal tempo in cui Daniele era in casa di 
Giacomo, quei fanciulli gli avevan dato il titolo di contino. Il futuro avea forse 
lampeggiato su quelle anime innocenti? 

Maurizio Barkley vegliò tutta notte a fianco del cadavere di Daniele. Egli 
rimanea lunghe ore in contemplazione di quelle spoglie, e nella sua mente si 
aggiravano pensieri strani, indicibili, e che per lo addietro non si erano mai pre- 
sentati al suo spirito. 

Maurizio non potea staccare i suoi occhi dall'estinto Daniele. Una strana ed 
orrenda illusione colpiva i sensi e l'anima di lui, e facea balenare alla sua mente 
una celeste luce che gli rivelava i misteri della Provvidenza e della giustizia 
di Dio. 

IL CADAVERE DI DANIELE RASSOMIGLIAVA IN TUTTO AL CADA- 
VERE DI EDMONDO ! ! Era lo stesso conte di Sierra blonda! 

Era la stessa faccia, la stessa barba, lo stesso abito nero, gli stessi occhi 
semiaperti, lo stesso nerore della labbra! 

Altro non mancava per la compiuta illusione che la camera verde e il custode! 

La bell'anima di Maurizio fu tocca dalla luce cristiana!!! 

II domani per tempissimo, le sale e le stanze dell'appartamento del Conte di 
Sierra Blonda erano deserte. 

Una donna, vestita di gramaglie, piangeva a dirotte lagrime inginocchiata 



presso il corpo di Daniele. 

Era E ai aia Barkley di Gonzalvo! 



~9^>—0 — «►§©- 



168 FRANCESCO MASTRI ANI 



RIEPILOGO 



Le grandi ricchezze del Conte di Sierra Blonda, per mancanza di testament 
erano entrate sotto il dominio della legge. Nate da mala radice, esse aveano poi 
tato amaro frutto, Dio le disperdeva. 

Sei mesi dopo la morte di Daniele, la famiglia Fr itzheim non era più poveri 
Eduarlo Hornn, ricco di virtù e di dovizie, era lo sposo di Lucia, ed avev 
ritirato presso di t>è i fratelli e la sorella di lei. 

Maurizio Barkley ed Emma sua moglie s'imbarcavano per l'Inghilterra; mentr 
Eduardo H^rms colla nuova sua famiglia recavasi a Parigi ov'era aspettato d 
FEDERICO LENNOIS, altro figlio di Edmondo. (1 

Fine del MIO CADAVERE 



Il seguito del Mio Cadavere — Federico Lennois 
unito alla presente dispensa. 



1) FEDERICO LENNOIS è il protagonista e il titolo di altra nostra narrazione che fa 
seguito a questa. 



\VL> 



PLEASE DO NOT REMOVE 
CARDS OR SUPS FROM THIS POCKET 

UNIVERSITY OF TORONTO LIBRARY 



PO Mastriani, Francesco 
U vl6. Il mio cadavere 

M325M48 



5 






| 



■ 






•*&* 



H ■ 



JH 



; »u*:ilkl 



i 









•*&, »)■ *' 






* 



;* '^Ìp 



*■ 



##" 



. , 












fP ? 



~ 



, 



2